sabato 28 settembre 2013

Come scoprire il Neandertal che è in noi

In un precedente post abbiamo visto come i Longobardi fossero immuni alla Peste di Giustiniano, una pandemia che ridusse della metà la popolazione della penisola italiana. Questa immunità che aiutò non poco i Longobardi ad avere la meglio su una popolazione allo stremo delle forze, derivava dalla presenza nel loro DNA di un gene mutato che si chiama CCR5-delta32. E' stato dimostrato scientificamente che questo gene rende immuni non solo da alcuni ceppi di Yersinia, ma anche da altre malattie come vaiolo e HIV. 
Abbiamo anche visto come tale gene sia un retaggio di un antico processo di ibridazione tra Neandertal e Sapiens. 

Il gene CCR5-delta32 non è l'unica mutazione del genoma umano dovuta a questa ibridazione, ce ne sono anche altre: abbiamo accennato ai capelli rossi, alle lentiggini, agli occhi verdi, tutti geni recessivi ossia geni che si possono manifestare anche dopo diverse generazioni.


Mappa della diffusione dei capelli rossi in Europa
comparata con quella dell' aplogruppo R1b (Y-DNA)
Credits: Eupedia.com

Questa ibridazione da una parte ha portato ad un'evoluzione del sistema immunitario, dell'intelligenza - i Neandertal erano dotati di una scatola cranica più grande e di conseguenza il volume del loro cervello era maggiore - maggiori erano le abilità costruttive e creative, ma d'altra parte ha portato con sé tutta una serie di circostanze negative come le malattie autoimmuni, la maggior parte delle malattie genetiche, l'asma e molte intolleranze. Ma c'è un altro sintomo di questa ibridazione ancora più significativo che è legato ad uno dei fattori ereditari più importanti: il sangue. Il fattore Rh negativo è infatti legato ancestralmente al patrimonio genetico Neandertal.

Analizzando infatti la diffusione geografica del fattore Rh-, scopriamo che questo è presente nella popolazione europea nella percentuale del 15%, in quella africana arriva solo allo 0,09%, i baschi sono la popolazione al mondo con la maggiore incidenza di fattore Rh negativo e la minore incidenza di sangue del gruppo B. I baschi sono anche la popolazione europea più antica, la lingua basca non è assimilabile ad alcun altro idioma di tipo indoeruropeo. I Paesi Baschi sono anche l'area di origine del marker genetico R-L21 secondo una direttrice di espansione che va da ovest verso est. A questo proposito si legga anche il seguente articolo che arriva alle stesse conclusioni alle quali sono arrivato io.

Diffusione percentuale del fattore Rh negativo nel mondo:
Europa: 15% (Finlandia: 10-12%, Paesi Baschi: 30-35%)

Nord-america: 15%
Afro-americani: 5-8%
Nativi americani: 1-2%
Asiatici: 1-2%
Africani 0,09% (9 Rh- su 10.000)



Area di diffusione dei Neandertal
Questi uomini frutto dell'ibridazione tra Neandertal e Sapiens si distinguevano all'interno dei propri gruppi sociali, spesso erano il capo della tribù o lo sciamano, talvolta le loro differenze portavano altri popoli a considerarli degli dei. Il faraone Tutankhamon di cui è stato studiato il DNA, era di aplogruppo Y-DNA R1b1a2 (R-M269) un aplogruppo che si trova nell'Europa nord-occidentale. I dati su questo progetto condotto da iGENEA sono consultabili al seguente link. Talvolta proprio per queste loro differenze venivano perseguitati, basta pensare ai pregiudizi sulle persone che hanno i capelli rossi, come nella novella Rosso Malpelo di Giovanni Verga.


Il genoma dei Neandertal è stato finito di campionare nel marzo di quest'anno nei laboratori del Max Planck Institute di Lipsia - Department of Evolutionary Genetics, i risultati di questa straordinaria ricerca che mette in evidenza le connessioni genetiche tra Neandertal e Sapiens sono consultabili al seguente link

Una cosa è certa il DNA dei Neandertal è presente nel genoma umano in una percentuale che arriva fino al 4%, come è ben spiegato in questo video del Max Planck Institute.

Novità: da oggi è anche possibile scaricare un utile tool che permette di poter calcolare la percentuale di Neandertal presente nel proprio DNA, si può scaricare il software da questo link tutto ciò che server è il raw data autosomale per chi ha fatto le analisi con FTDNA (Family Finder) e 23amdme.




Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 


giovedì 26 settembre 2013

L'alto medioevo in Italia è stato davvero un periodo buio?

Mappa aggiornata dell'aplogruppo R1b, si noti l'hot-spot in Italia
settentrionale ed il crollo della diffusione dell'aplotipo a oriente
del meridiano 13 est
Credits: Eupedia.com
L'aplogruppo R-M269 è il più diffuso in Italia specialmente nella sua subclade R-U152, che rappresenta il lignaggio che i genetisti chiamano italo-celtico, in quanto comprende un hot-spot ubicato proprio nell'Italia settentrionale e soprattutto nelle aree di Lombardia, Emilia e Toscana settentrionale a ridosso degli Appennini. Via via che le banche dati genetiche si arricchiscono di nuovi dati relativi a nuove persone che si sottopongono al test del cromosoma Y, risulta sempre più sorprendente ai più come il patrimonio genetico degli italiani sia così diverso da come lo presentano i libri di storia su cui studiano i nostri figli.

Il genoma umano nel corso dei millenni ha subito delle mutazioni che si sono rese necessarie per la sopravvivenza della specie. Le popolazioni dell'Europa nord-occidentale sono rimaste per millenni isolate dal resto del mondo a causa dell'ultima grande glaciazione che le ha portate a vivere nei cosiddetti rifugi, ovvero delle aree circoscritte contraddistinte da un clima più mite nelle quali è avvenuta anche l'ibridazione tra soggetti Sapiens e soggetti Neandertal (vedi post). Questo ha portato ad una differenziazione del genoma soprattutto per quanto attiene al sistema immunitario. Successivamente queste popolazioni R1b sono entrate in in contatto con altre popolazioni dell'area mediterranea e segnatamente tra il 500 a.c. e il 400 d.c. con quei vastissimi processi migratori che vanno sotto il nome di "invasioni barbariche". La diversa risposta immunitaria dei vari aplotipi genetici alle pandemie potrebbe aver condizionato la composizione genetica del paese, come è documentato per quanto riguarda la "peste di Giustiniano". (vedi post)


Questo stato delle cose ha portato qualcuno ad affermare che quindi anche popolazioni italiche latine o greche siano di aplogruppo R1b, sostenendo tra l'altro che nelle aree europee che sono state più soggette alla colonizzazione romana sono riscontrabili alte percentuali di R-U152. Questo da una parte è vero, ossia che le regioni di Roma abbiano diffuso l'R-U152 in giro per l'Europa, ma d'altra parte queste legioni erano composte dai cosiddetti auxiliares ovvero legionari di stirpe celtica che provenivano dalle Gallie e che servivano nelle legioni dell'impero. Qualcuno invece obbietta che essendo l'R1b diffuso in Sicilia è impossibile che i celti siano arrivati fin la, trascurando il fatto che in Sicilia l'R1b e lI1 ce l'hanno portato proprio Longobardi e Normanni come dimostrato dalla presenza di aplotipo R-U106 (germanico), R-L21 (celto-britannico) e I1 (nordico) soprattutto nella Sicilia nord-occidentale e nella zona di Palermo, mentre infatti scarseggia l'R-U152 (italo-celtico).

Negli attuali programmi scolastici l'alto medioevo è considerato un periodo "buio", un periodo poco conosciuto addirittura si dice perché sarebbero scarse le fonti storiche. Secondo questi testi ed i loro estensori i cosiddetti dark ages che sono stati fondanti nella storia della Gran Bretagna, con Iuti, Angli e Sassoni, fondanti nella storia della Francia con i Franchi, viceversa sono stati insignificanti nella storia d'Italia. Invece è proprio nei secoli dell'alto medioevo che l'Italia si forma come nazione e gli italiani si formano come popolo. E' proprio nei secoli dell'alto medioevo che si ha la formazione della lingua italiana: nata dalle parlate dei barbari elaborate attraverso il latino. (vedi post


Fu proprio nell'alto medioevo che, a causa del fallimento del progetto unitario fortemente voluto dai Longobardi ma avversato dalla Chiesa che ne vedeva una limitazione del suo potere temporale, nacque quel processo di divisione del paese tra un centro-nord fortemente legato antropologicamente e culturalmente all'Europa continentale ed un centro-sud viceversa più legato al bacino del mediterraneo. 


Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

sabato 21 settembre 2013

La genealogia genetica, come conoscere le proprie origini ancestrali con un semplice test

Attraverso un semplice test genetico oggi è possibile conoscere le proprie origini ancestrali, questo è possibile analizzando il cromosoma Y del genoma umano che è presente solo negli individui di sesso maschile e che è insieme con il cromosoma X uno dei cromosomi che determina il sesso di un individuo. Il cromosoma Y ha la peculiarità di essere l'unico cromosoma del corredo genetico umano che rimane immutato e viene trasmesso sempre uguale a se stesso di padre in figlio (cromosoma fotocopia). Quindi attraverso la linea paterna è possibile conoscere in maniera scientifica e incontrovertibile le proprie origini.  Il cromosoma Y contiene dei geni che non sono presenti nel cromosoma X (Y-linked), inoltre non tutti i geni presenti nel cromosoma sono coinvolti nella determinazione dei caratteri sessuali.

Ecco quindi che in un mondo che in questi anni tende sempre di più alla globalizzazione e uniformazione dei popoli, degli uomini e delle loro culture, la scienza offre strumenti che vanno in senso opposto. Le differenze sono importanti: la medicina tende a curare tutte le persone nello stesso modo proponendo farmaci, vaccini e terapie uguali per tutti, questo ha un costo in termini di reazioni non previste ai farmaci, le cosiddette controindicazioni che possono essere anche molto gravi. L'industria farmaceutica non tiene infatti conto delle differenze antropologiche tra le persone. Inoltre conoscendo le caratteristiche del proprio DNA in un futuro direi imminente sarà possibile sapere in anticipo a quali patologie si potrà incorrere nella propria vita e prevenirle prima che esse si manifestino in tutta la loro gravità.


La prima cosa che si verrà a scoprire una volta fatto anche il più semplice test del cromosoma Y è il più probabile aplogruppo di appartenenza. Cosa è l'aplogruppo? Il primo uomo (nome in codice: Adam) ha avuto origine in Africa, a partire da allora, nel corso di migliaia di anni gli uomini si sono spostati sulla terra, durante questi spostamenti il genoma umano ha subito in alcuni segmenti del nucleo cellulare delle mutazioni che è possibile rintracciare e confrontare. Combinazioni uguali in alcune sequenze del DNA permettono di classificare il genoma umano dando luogo ai cosiddetti aplogruppi o aplotipi.



Migrazioni dell'uomo sulla terra (Y-DNA) aplogruppi
Credits: FTDNA.com
Inoltre attraverso il test degli SNP (Single Nucleotide Polymorphism) detti snip ma anche markers è possibile rintracciare nel proprio DNA la presenza o meno di una specifica mutazione. l'SNP può essere solo negativo o positivo. Per esempio se si fa il test per il marker SNP M222 e questo risulta positivo allora si ha la certezza di appartenere attraverso la linea paterna ad una mutazione genetica originata in Ulster, Irlanda nord-occidentale e Lowlands scozzesi che farebbe capo al mitico re Niall dei nove ostaggi che visse in Irlanda del V secolo e da cui sono originati molti clan irlandesi e scozzesi.

Ma come è possibile confrontare il DNA di persone che vivono adesso con persone morte anche migliaia di anni fa? In realtà questo è più semplice di quanto si potrebbe pensare. 

Dai reperti umani ritrovati in antiche sepolture è possibile estrarre il DNA direttamente dalle ossa e fare l'analisi del cromosoma Y così come lo si farebbe per una persona viva. Alcuni recenti studi eclatanti sono stati quelli su Tutankhamun condotto dalla società iGENEA (vedi post) che ha messo in luce come il giovane faraone fosse di origine europea occidentale, appartenente all'aplogruppo R1b1a2, stesso aplogruppo dello Zar Nicola II Romanov.

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

mercoledì 18 settembre 2013

Gene CCR5 delta32 ed immunità genetica all'HIV

Leggo sul Corriere di oggi che è morto suicida all'età di 66 anni Stephen Chron (leggi l'articolo). Come scritto nell'articolo l'uomo era immune all'HIV in quanto aveva nel suo DNA la mutazione delta32 del gene CCR5. Di questa mutazione abbiamo parlato in questo blog quando ci siamo occupati della peste di Giustiniano (vedi post) e dell'immunità documentata dei Longobardi a questa malattia.

Il gene si ritrova in meno dell'1% della popolazione mondiale, ma ciò che l'articolo non dice è che tale percentuale arriva fino al 15% nella popolazione della Scandinavia e delle regioni attorno al Mar Baltico. Da una rapida analisi onomastica sul cognome Chron, nelle sue varianti Cron, Croan, Crohan, Cron, Crone, Crown, Crowin, Crowne e Croughan, si tratta di cognomi di origine norvegese diffusi anche in Svezia, Danimarca, Inghilterra e Irlanda. Si tratta quindi di una mutazione che ha la sua massima diffusione nelle popolazioni di stirpe celto-germanica e vichinga (norsemen) in particolare. Si veda anche il post sull'ibridazione tra Neandertal e Sapiens (vedi post)




Diffusione geografica del gene CCR5-Δ32
Fonte: PLOS biology

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

sabato 14 settembre 2013

I longobardi e la religione: l'arianesimo

Come afferma Jörg Jarnut nel suo libro "Storia dei Longobardi", i Longobardi per tutto il VI secolo furono pagani e cristiani di credo ariano. Fu solo nel 603 che, sotto l'influenza della moglie cattolica Teodolinda, Agilulfo fece battezzare il figlio Adoloaldo secondo il rito cattolico, e dette la propria protezione al monaco irlandese Columbano affinché questi potesse fondare nel 612 il monastero di Bobbio col compito di procedere all'evangelizzazione dei Longobardi pagani o ariani che fossero.

L'arianesimo, che nulla ha a che vedere con il razzismo col quale spesso viene confuso, è una dottrina cristologica elaborata dal filosofo Ario, da cui il nome, che contesta la consustanzialità del padre col figlio, obbiettando che se il figlio è stato creato dal padre non è possibile che padre e figlio siano divinità che stanno sullo stesso piano. Questo dette luogo ad una serie di dispute teologiche che culminarono con il Concilio di Nicea (325), al termine del quale tali dottrine furono messe al bando e considerate eretiche. In realtà però questa impostazione teologica ebbe nei secoli a venire una grande diffusione presso i germani anche a causa della predicazione di Ulfila, l'apostolo dei Goti.


Proprio dalle parole dello stesso Ulfila pronunciate in punto di morte abbiamo un sunto del credo ariano da considerarsi in antitesi con il credo che viene recitato durante la messa:

"Io, Ulfila, vescovo e confessore, ho sempre creduto in questo modo, e in questa fede unica e veritiera passo al mio Signore: credo che Dio Padre sia unico, ingenerato ed invisibile, e credo nel suo Figlio unigenito, Signore e Dio nostro creatore, ed artefice di ogni creatura, che non ha nessuno simile a sé: quindi uno è il Dio padre di tutti, che è anche Dio del Dio nostro; e credo che uno sia lo Spirito Santo, virtù illuminante e santificante […] né Dio, né Signore, ma ministro fedele di Cristo, non uguale, ma suddito ed obbediente in tutto al Dio padre"
Mosaico absidale di Sant'Apolinnare in Classe (VI secolo)
Croce ariana o di Costantino
L'arianesimo divenne la religione ufficiale dell'impero romano con Costantino ed ebbe una particolare diffusione sotto gli imperatori Costanzo e Valente. Come nella religione cattolica anche quella ariana dava grande importanza al battesimo che allora veniva praticato per immersione in appositi edifici sacri che venivano appunto detti battisteri, le rovine di uno di questi battisteri a pianta ottagonale si trovano di fronte alla pieve di Sant'Appiano in Val d'Elsa (vedi post), un'altra lastra di arenaria riferibile al credo ariano si trova presso la pieve di San Leolino a Panzano (vedi post).

Sembrerebbe che la Toscana sia stata una delle aree dove più si diffuse il credo ariano, in effetti alcune tracce sia nella toponomastica che nell'onomastica  lo dimostrerebbero, del resto fu proprio la Toscana una delle aree più colonizzate dai Longobardi e viceversa meno popolate dai Romani.

giovedì 12 settembre 2013

I monaci irlandesi e l'evangelizzazione della Toscana

Quando i Longobardi conquistarono la Toscana, a Lucca trovarono ad aspettarli un vescovo irlandese di nome Finnian di Molville, che noi chiamiamo Frediano, che aveva costruito qualcosa come 28 chiese in Lucchesia. A lui si devono le prime conversioni al cristianesimo di questi nuovi barbari.

Furono irlandesi i primi evangelizzatori della Toscana. Questi monaci partivano con le loro famiglie dall'Irlanda alla volta dei nuovi regni barbarici formatisi nell'Europa continentale dopo la caduta dell'impero romano, seguendo una linea ideale che partendo dalle Isole Britanniche, passando per la Bretagna, la Loira e il regno dei Franchi, attraversava le Alpi fino a giungere nell'Italia settentrionale e in Toscana con lo scopo di convertire al cristianesimo le popolazioni barbariche che vi si erano stabilite.


L'archeologa irlandese Margaret Stokes (1832-1900), autrice di vari saggi sull'architettura dei primi monasteri irlandesi, nella prefazione del suo libro "Sei mesi sugli Appennini: un pellegrinaggio in cerca delle vestigia dei Santi irlandesi in Italia" notava come nella vita dei principali Santi irlandesi ci fossero molte connessioni con l'Italia e la Toscana in particolare e quindi decise di intraprendere un viaggio in Italia in cerca delle tracce del passaggio di questi missionari irlandesi. 


Per esempio il compare di San Patrizio, un certo Sechall, figlio di Restitus, apparteneva alla nobilissima famiglia longobarda dei Letingi.

"A lombard by race was Sechall, of a pure fierce race, whiteness of colours, Lombards of Italy"
Anche nella vita di Senan di Laraghbrine un monaco irlandese che visse nella parte finale del VI secolo, è riportato che mentre questi si trovava a Inishcarra nell'Irlanda meridionale lungo il corso del fiume Lee, arrivò una nave dal Lazio per un pellegrinaggio in Irlanda.


In questo suo viaggio sulle orme dei monaci irlandesi in Italia, Margaret Stokes, ci racconta delle vite di Frediano di Lucca (m. 588), Columbano di Bobbio (542-615), Donato di Fiesole (m. 874), Andrea da Fiesole Scoto (m. IX sec.), Silao di Lucca (St. Sillan, m. XI sec.), arricchendo la narrazione con particolari inediti  e con bellissime illustrazioni al tratto di dettagli architettonici. Tutti questi monaci erano di nobili natali se non di stirpe regia.

Ecco quindi che i risultati genetici relativi all'aplogruppo celto-britannico R-L21, che vede una diffusione del 5-10% tra la pianura padana e l'appennino tosco-emiliano potrebbe essere giustificato, dalla presenza di insediamenti di ordini religiosi irlandesi durante tutto l'arco dell'alto medioevo. Il monachesimo irlandese in quegli anni si distingueva per una notevole libertà nei confronti del potere ecclesiale centrale, sicuramente è attestato che per tutto il VI secolo i monaci erano liberi di sposarsi e di organizzare la vita monastica con le loro famiglie, solo dopo l'XI secolo fu imposto il celibato a tutti gli ordini religiosi con il concilio di Cashel (1101). Talvolta era anche possibile trasmettere la carica ai propri figli, creando delle vere e proprie dinastie monastiche (Cfr. Annette Kehnel, Father and Sons in the cloister -Ecclesiastical Dynasties in the Early Irish Church).


Quest'eredità culturale, incontrandosi e fondendosi con quella dei Longobardi verso la fine dell'VIII secolo, portò ad un risveglio della produzione artistica che ebbe come epicentro proprio il Regno Longobardo. Gli stessi maestri comacini furono una eterogenea comunità di artisti di varia nazionalità, spesso monaci, che nel VI secolo si stabilì presso la città di Como sotto la tutela della corona longobarda e da dove partivano per tutta l'Europa diffondendo l'arte del costruire e della decorazione romanica, godendo ti particolari tutele e di uno status giuridico specifico. 


I maestri comacini costruirono così quel linguaggio architettonico universale che è alla base della fondazione della cultura europea. Ecco quindi che possiamo osservare molte similitudini tra l'architettura longobarda, l'architettura normanna ed il cosiddetto romanico irlandese, soprattutto nella proposizione di figure zoomorfe ed esoteriche e nelle decorazioni ad intreccio.





Intreccio celtico - lastra di arenaria
Pieve di Corsignano - Pienza
Questo post non sarebbe potuto essere scritto senza le fonti bibliografiche digitalizzate dalla British Library che è la biblioteca nazionale del Regno Unito, che ha provveduto alla digitalizzazione di 65.000 volumi del XIX secolo, circa venti milioni di pagine, disponibili adesso attraverso il supporto digitale.


Per maggiori informazioni sui monaci irlandesi si veda il post intitolato Tre irlandesi a Fiesole e che racconta delle vite di San Donato da Fiesole, Sant'Andrea in Percussina e la sorella Brigida.

domenica 8 settembre 2013

Il Marzocco: etimologia e storia di uno dei simboli di Firenze

Il Marzocco di Donatello (copia) - Firenze
Photographer: Riccardo Speziari
== Licensing ==
{{self|GFDL|cc-by-sa-2.5,2.0,1.0}}
Il Marzocco, in origine Marzucco, raffigura un leone seduto nell'atto di sostenere e proteggere lo stemma del giglio di Firenze. Animale totemico protettore della città, il Marzocco fu adottato sin dal medioevo ai tempi della repubblica fiorentina instaurata nel 1115. Importante figura biblica quella del leone che rappresenta la tribù di Giuda e la discendenza da Davide, come è scritto alla base dell'obelisco di Sisto V in Piazza San Pietro a Roma "Vicit Leo de Tribu de Juda".

l'etimologia della parola Marzocco/Marzucco, fin qui ritenuta dai più incerta, potrebbe invece essere longobarda, ossia derivare da Marh = cavallo e dal verbo zuccòn che significa stringere, sostenere, proteggere (zuccotto) ovvero il cavallo che protegge, quindi Marhzuccòn. Ovviamente notiamo che il simbolo raffigura un leone, e come mai allora si fa riferimento ad un cavallo?


Perché probabilmente l'animale totemico protettore di Firenze nell'alto medioevo ai tempi del Ducato di Tuscia era proprio un cavallo, che però era lo stesso della città ora nemica di Arezzo. Quindi per differenziarsi da quest'ultima fu adottato un animale più vicino al magistero della Chiesa, che rappresentasse gli ideali di fiera indipendenza della repubblica fiorentina. Il nome però del simbolo protettore rimase lo stesso, anche perché ormai svincolato dal significato etimologico in quanto il longobardo, a partire dell'anno mille, si era estinto cedendo il passo ai volgari neolatini.


Curioso il fatto che per rappresentare la repubblica fiorentina fu utilizzato lo stesso simbolo della corona di Scozia, ossia il leone che protegge il giglio, che come sappiamo è un simbolo fortemente mistico che raffigura la fede. In realtà i rapporti tra la corona di Scozia e la città di Firenze sono più profondi di quello che si potrebbe pensare. Nell'attuale Via dei Leoni, di fianco a Piazza della Signoria, era stato infatti allestito un serraglio con dei leoni, simbolo di prestigio e nobiltà, proprio in onore del re di Scozia Guglielmo I detto "il leone" (William the Lion  1143-1214) probabilmente perché i fiorentini ne condividevano gli ideali di fiera e accanita indipendenza sia dall'Inghilterra del cugino Enrico II Plantageneto che dalla Chiesa di Roma.


Le cronache cittadine riportano che il serraglio delle fiere fu poi spostato nel 1550 in Via del Miglio accanto al Giardino dei Semplici dove rimase fino alla sua definitiva chiusura nel 1775.



Stendardo di Guglielmo I di Scozia,
diventato poi quello della reale casa di Scozia

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

venerdì 6 settembre 2013

Walah: lo straniero nella lingua longobarda

Col termine Walapauz nell'Editto di Rotari si intende la rapina compiuta col volto coperto, o meglio utilizzando un travestimento in modo da non essere riconosciuti. Il Walapauz costituiva un'aggravante ed il colpevole, oltre alla pena stabilita, doveva risarcire la vittima con un'ammenda aggiuntiva di 80 solidi. 

Questa parola longobarda utilizza la radice germanica Walah che significa straniero ed era il termine con cui i Longobardi chiamavano i Romani nella loro lingua. 


Questa radice però non si riferiva solo ai Romani ma a tutti quei popoli che i germani ritenevano in qualche modo diversi soprattutto perché parlavano un'altra lingua, ed è rimasta nel nome che è stato dato ad alcuni paesi. In particolare gli Anglosassoni utilizzarono questa radice per chiamare il Galles (Wales, Cymru in lingua celtica) e la Cornovaglia (Cornwall) le uniche aree della Britannia che non riuscirono mai a controllare. Così come la Vallonia (Wallonia) ovvero la cosiddetta Gallia Belgica di origine celtica che fu romanizzata dai Romani al punto che gli abitanti abbandonarono la loro lingua celtica per adottare la vulgata neolatina. E così come la Valacchia (Wallachia) regione della Romania tra i Carpazi ed il Danubio, i cui abitanti parlano il valacco che è in effetti una lingua romanza.


La percezione della diversità presso i popoli germanici era prima di tutto basata sulla diversità linguistica piuttosto che etnica, i germani si riconoscevano come confederazione di popoli in quanto parlavano dei dialetti più o meno intellegibili. Di questo aspetto resta una traccia linguistica anche nella lingua italiana, la parola razza deriva infatti dalla parola gotica razda = lingua.

Il fatto che il cognome si riferisca all'origine ancestrale del gruppo etnico di appartenenza non deve stupire più di tanto. Per esempio il diffusissimo cognome Romano indica i discendenti delle popolazioni di stirpe romana/latina e cittadini dell'impero romano, anche se questi non erano necessariamente originari di Roma. Come tali questi cittadini non erano soggetti al diritto germanico ma al diritto romano. Quindi il cognome non solo indicava una diversa provenienza etnica e linguistica ma anche una differenza giuridica. Per differenza osserviamo che questo cognome è meno diffuso in quelle aree che sono state più colonizzate dai barbari dopo la caduta dell'impero romano, come il Trentino, l'Emilia, la Toscana, l'Umbria e le Marche, forse anche perché poco popolate in epoca imperiale.

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

mercoledì 4 settembre 2013

Reminescenze celtiche nell'onomastica italiana

Frammento di motivo celtico
Pieve di Gaville - Figline Valdarno
Nei precedenti post abbiamo visto quanto profondo sia l'apporto celtico alla storia genetica italiana attraverso la diffusione dell'aplogruppo R1b. Diffusione che vede la sua massima espansione in Emilia e Toscana settentrionale. Abbiamo anche visto che nella provincia della Gallia Cisalpina erano stanziate diverse tribù celtiche, che, per un periodo hanno fronteggiato l'espansionismo di Roma, alleandosi anche con i Cartaginesi di Annibale, ma che poi, una volta sottomessi, si sono integrati nella società romana, avendo anche un importante ruolo militare attraverso i cosiddetti auxiliares nelle legioni dell'impero attive nell'Europa continentale, in particolare in Gallia e Britannia. Lo stanziamento dei celti nella pianura padana era anche strategico per la produzione di frumento, i celti infatti avevano maturato tecniche agricole molto avanzate per l'epoca ed erano in grado di aumentare la produzione del terreno in modo biologico utilizzando particolari sistemi di rotazione delle colture.

Con la conquista di nuove regioni dell'impero, Roma attuò una politica tesa a importare coloni celti nelle aree della Gallia Cisalpina nell'ottica di aumentare la produzione di grano per far fronte all'incremento demografico della società romana in epoca imperiale e per sfruttare le loro capacità di lavorazione dei metalli che erano le più avanzate dell'epoca. Ecco quindi che alle campagne militari corrispondevano anche delle deportazioni di popolazioni celtiche provenienti dalle aree più lontane dell'impero come dalla Britannia e dalla Bretagna, che i romani chiamavano Armorica


Il marker genetico R-L21 contraddistingue una particolare subclade dell'aplogruppo R1b che vede la sua collocazione geografica nelle Isole Britanniche e, sul continente, nelle regioni della Francia settentrionale Bretagna e Normandia. L'origine di questo marker che identifica una piccola mutazione genetica nel genoma umano è molto dibattuta dagli studiosi nel tentativo di dimostrare o meno una originarietà britannica della subclade. 


In Italia il marker R-L21 è diffuso principalmente nella Pianura padana (5-10%), questo sta a significare che successivamente alla conquista della Gallia e della Britannia, i romani deportarono in quelle zone popolazioni celtiche delle varie tribù assoggettate nell'ottica di un ripopolamento di queste aree e per assicurare manodopera nella produzione agricola. Applicando tecniche di analisi dei dati, in ipotesi, noi troviamo ancora oggi il retaggio di questi antichi ancestori in alcuni cognomi italiani che corrispondono esattamente al nome della tribù celtica di provenienza, inoltre la diffusione territoriale del cognome corrisponde a quella del marker genetico.


Il cognome Galli, diffusissimo in Italia centro-settentrionale, fa riferimento al nome con cui i Romani chiamavano i Celti; Briganti, tribù celtica presente in Britannia settentrionale e Ibernia (Irlanda); Cassi, tribù celtica della Britannia; Segni, tribù gallica transalpina; Boi, tribù della Gallia Cisalpina; Senoni, tribù della Gallia Cisalpina; Morini, tribù celto-germanica stanziata sulle coste basse del Mare del Nord in corrispondenza delle Fiandre; Nervi, potente e combattiva tribù della Gallia Belgica; Santoni, tribù della Gallia Aquitanica che dette il nome alla regione storica francese della Saintonge; Pitti, popolo celtico (taluni ritengono pre-celtico) originario della Scozia nord-orientale, stanziato a nord del vallo di Adriano. Il nome deriva dal latino Pictus cioé dipinti, in quanto avevano l'abitudine di tingersi il corpo con disegni di colore blu, prima di combattere; Scotti, il cognome è principalmente diffuso in Lombardia e ha come origine ancestrale lo stanziamento di 4.000 scotti venuti in Italia per aiutare Carlo Magno nella vittoriosa campagna militare contro Desiderio re dei Longobardi. E' da notare che prima dell'anno mille il termine Scotti indicava sia gli abitanti della Scozia che quelli dell'Irlanda.


Purtroppo, noi oggi abbiamo solo il nome di alcune tribù celtiche, riportate da storici romani come Tacito o dallo stesso Giulio Cesare, ma del nome di molte altre ormai non resta alcuna traccia. I celti non usavano la scrittura e vivevano in capanne di legno col tetto di paglia delle quali oggi non rimane niente, in qualche modo sono stati un popolo antistorico e basta sfogliare un libro di storia italiana per accorgersene. Ma il loro ruolo di popolo fondatore dell'Europa e della civiltà occidentale non è per questo meno importante.


Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie. 

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...