giovedì 31 ottobre 2013

Le origini celtiche di Halloween: Samhain (o Samain) il capodanno celtico

La festa che celebriamo oggi affonda le sue radici nell'Europa dell'età del bronzo. La festa celtica di Samhain o Samain si svolgeva dal tramonto del 31 di ottobre fino al tramonto del giorno successivo, era la festa più importante del calendario celtico e sanciva la fine dell'estate e l'arrivo dell'inverno. I Celti dividevano l'anno in due parti che seguivano i cicli di semina e raccolta delle messi. Samhain era anche il dio celtico dei morti e dell'oscurità che, in questo giorno, permetteva alle anime dei morti fare ritorno nelle loro case ed incontrare i propri congiunti, era inoltre possibile per tutti chiedere l'intercessione degli spiriti maligni per predizioni riguardanti il matrimonio, la fortuna, la salute e la morte.

Durante il Samhain i druidi organizzavano un enorme falò di rami sacri attorno al quale tutta la comunità si doveva riunire per celebrare sacrifici di animali e talvolta anche umani. Si organizzavano anche riti orgiastici di fecondazione di massa, i figli concepiti in tale data sarebbero nati nel pieno dell'estate, in condizioni climatiche più favorevoli e per questo sarebbero diventati più forti.

In ogni paese esistevano poi dei riti particolari che si celebravano per il capodanno celtico. In Galles ognuno buttava nel fuoco una pietra segnata, se il giorno dopo la pietra non si trovava più allora la persona che l'aveva gettata sarebbe morta entro l'anno. In Irlanda il Samhain è legato alle colline rituali di Tlachtga e Tara, dove venivano organizzati degli enormi falò la sera del 31 di ottobre. Gli scozzesi andavano in giro per campi e villaggi portando delle torce e accendendo falò per scacciare streghe e spiriti maligni.

L'etimologia di Samhain deriva dal proto-celtico Samani (= adunanza) che trova corrispondenza nel gotico Samana con lo stesso significato. Un'altra possibile etimologia per il termine, più popolare, lo farebbe derivare dall'antico irlandese sam (= estate) + fuin (fine). L'antico irlandese sam deriverebbe dal proto-indo-europeo (PIE) semo, da cui deriverebbe anche l'inglese summer, l'antico norvegese sumar ed il sanscrito sama (= stagione).

Si trattava di una festa catartica alla quale tutti dovevano partecipare che apriva una finestra spazio-temporale tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Nella concezione ciclica che i celti avevano della vita, Samhain significava l'ingresso nella parte più difficile e oscura dell'anno, il tempo della semina e dell'attesa, che diventava occasione per riti propiziatori e di fecondazione, era anche l'occasione per compiere sacrifici di animali e talvolta anche umani per esorcizzare la paura primordiale che l'uomo aveva dell'inverno, del "grande bianco", retaggio dell'ultima grande glaciazione.

Nel 609 papa Bonifacio IV, nell'intento di cristianizzare la festa pagana istituì la festa di Ognissanti, oggi solo in Irlanda Samhain è una festa nazionale. La festa di Halloween è stata poi esportata negli stati uniti dove oggi è diventato uno straordinario fenomeno commerciale, ma all'inizio veniva festeggiata solo in una minoranza di comunità irlandesi di fede cattolica, l'aumento della popolarità di Halloween coincide con la popolarità sempre maggiore dello spiritismo a partire dalla fine del XIX secolo.

L'abitudine di intagliare le zucche in realtà deriva, dall'usanza celtica di spolpare le teste dei nemici uccisi e appenderle accanto alle porte per motivi scaramantici. Per la festa di fine estate sui teschi venivano messe delle candele che creavano un'atmosfera adatta ai riti esoterici che vi avevano luogo ma anche per allontanare gli spiriti che vagavano nella notte e per non farsi riconoscere da questi c'era l'abitudine di travestirsi, truccarsi e mascherarsi.

Allora che questo Samhain sia davvero l'occasione per ribadire a tutti le vere origini ancestrali di oltre cento milioni di europei, che portano nel proprio DNA il retaggio di un'antichissima cultura fondatrice dell'Europa e della civiltà occidentale ma purtroppo oggi dimenticata dai libri di storia e vittima dell'omologazione culturale.

E allora: buon Samhain a tutti!

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sabato 26 ottobre 2013

Il basco la lingua più antica d'Europa

In base a recenti studi genetici (Martinez-Cruz), il cosiddetto "rifugio basco" è stato uno dei principali centri di diffusione dell'aplogruppo R1b1a2 R-M269, in particolare l'aplogruppo R-L21, raggiunge in alcune aree dei Paesi Baschi la diffusione del 20%. Oltre ad essere il paese con la più alta incidenze di aplogruppo R1b (85%), i baschi hanno anche un'altra peculiarità, sono la popolazione al mondo con la più alta incidenza di Rh negativo nel sangue (35%) e una delle minori frequenze del gruppo sanguigno B.

Il fatto che i baschi siano rimasti per così tanto tempo isolati  è anche dimostrato dalla specificità della loro lingua che non ha analogie con nessuna lingua indoeuropea. Un esempio di questa peculiarità della lingua basca ci è dato dal modo con cui vengono chiamati due oggetti: la parola due. In tutte le lingue indoeuropee la parola che designa due si dice grossomodo nello stesso modo: in spagnolo (dos), in francese (deux), in inglese (two), in tedesco (zwei), in svedese (två), norvegese (to), in tutte le lingue slave (dva), in albanese (dy), in gallese (dau), in irlandese (dhá), in greco (δυο), in latino (duo), in romeno (două), in indi (दो), fanno eccezione le lingue ugro-finniche (che appartengono ad un altro ceppo linguistico) come il finlandese (kaksi), l'ungherese (két), l'estone (kaks) e proprio il basco nella cui lingua "due" si dice "bi", e "secondo" si dice "bigaz", si tratta di un suono completamente diverso da tutte le altre lingue conosciute.

Un'altra parola molto antica e assai diversa dalle lingue indoeuropee è la parola bianco che in basco si dice "zuri" che nel proto-indo-europeo è albʰós (bianco) da cui deriverebbero anche il latino albus, l'antico norvegese alfr (elfo), il tedesco Alp, l'inglese elf, ed altri etimi analoghi praticamente in tutte le lingue indoeuropee.

Sembra che la lingua basca sia la più antica lingua parlata in Europa e che risalga a 20.000 anni fa, ovvero alla fine dell'ultima grande glaciazione, mentre le lingue indoeuropee si sono formate solo circa 8.000 anni fa (neolitico). Quando i ghiacci cominciarono a ritirarsi queste popolazioni cominciarono a migrare verso nord fino ad arrivare in Irlanda e nelle isole britanniche che allora erano ancora collegate col continente.

Probabilmente sarebbe proprio questa area atlantica all'origine della civiltà celtica (celtic fringe) che poi avrebbe avuto durante tutto il primo millennio a.c. una straordinaria espansione in tutta l'Europa continentale, Italia compresa.

Il video che seguono propongono proprio queste nuove interessanti tesi sull'origine basca dei celti suffragata adesso da molte circostanze genetiche.







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mercoledì 23 ottobre 2013

L'origine della mutazione delta 32 del Gene CCR-5

Quando un mattino di settembre dell'anno 1665 un sarto del villaggio di Eyam nel nord dell'Inghilterra aprì un voluminoso imballaggio di tessuti appena arrivati da Londra, probabilmente non sapeva che le stoffe erano infestate da pulci infette da un letale ceppo di Yersinia. In pochi giorni gli abitanti del villaggio cominciarono a morire del flagello che nei cinque anni successivi avrebbe spazzato via un terzo della popolazione d'Europa: la peste bubbonica.

Ai primi segni della malattia il villaggio che sorge nei pressi della cittadina di Sheffield fu isolato dalle autorità, nessuno poteva più entrare o uscire per impedire il diffondersi del morbo. In questo modo molti pensarono che la malattia avrebbe ucciso solo tutti gli abitanti del villaggio, ma avevano torto: una parte di essi sopravvisse alla pandemia, come fu possibile?

Trecentocinquanta anni dopo il Dott. Stephen O'Brien ha provato a dare una risposta a questo quesito: studiando il DNA dei discendenti degli abitanti di Eyam sopravvissuti alla peste bubbonica, il genetista dell'Istituto di sanità di Washington D.C. è giunto alla conclusione che questi avevano sviluppato una mutazione del gene CCR-5 che si chiama delta-32, che avrebbero poi trasmesso alla propria stirpe.

Ma le ricerche di O'Brien non si sono fermate qui. Tra gli abitanti del villaggio la percentuale di coloro che avevano sviluppato il gene mutato era molto alta e pari al 14%, enormemente superiore alle percentuali che si possono trovare in altre aree geografiche. I nativi africani non hanno questo gene, quindi l'incidenza è pari a zero, l'incidenza del gene è molto bassa anche nei paesi asiatici, in medio oriente e nel bacino del mediterraneo. La percentuale aumenta invece nelle regioni europee che sono state interessate dalla pandemia della peste bubbonica.

In questi anni altri ricercatori hanno scoperto che la stessa mutazione rende le persone immuni anche dal virus HIV che ha un modo di craccare il sistema immunitario simile a quello del batterio Yersinia della peste bubbonica. Il fatto che l'aplogruppo influenzi la capacità del sistema immunitario di reagire alla malattia, non è solo una mia intuizione: in uno studio del 2009: "Relazione tra l'aplogruppo I del cromosoma Y, la progressione dell'HIV e gli esiti dell' HAART" si rilanciano esattamente le stesse tesi che si possono trovare su questo blog.

In realtà la resistenza dei Longobardi alla peste di Giustiniano era già stata documentata da Paolo Diacono, come abbiamo visto in un precedente post. Anche se la peste di Giustiniano era provocata da un ceppo differente di Yersinia.

Questa straordinaria capacità evolutiva del DNA al mutare delle condizioni ambientali non è una prerogativa di tutto il genoma umano, oggi sappiamo dalle mappe di diffusione degli aplogruppi del cromosoma Y, che probabilmente gli abitanti di Eyam appartenevano all'aplogruppo R1b, alcuni erano di origine celto-germanica (R-L21), altri di origine anglosassone (R-U106), i primi avevano origini ancestrali nei paesi baschi, dove c'è stata una profonda e prolungata ibridazione tra Neandertal e Sapiens. Questa capacità di mutazione dell'aplogruppo è anche rilevabile dall'elevato numero di SNP nelle subcladi dell'L21. D'altra parte è vero che alcuni dei cognomi dei sopravvissuti erano di origine aglosassone quindi di origini ancestrali celto-germaniche, probabilmente R-U106, come nel caso di Blackwell.

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venerdì 11 ottobre 2013

L'importanza degli SNP (snip) nella determinazione dell'aplogruppo

Con la genetica, oggi è molto facile avere un quadro genealogico ancestrale preciso analizzando i cosiddetti SNP (Single-Nucleotide Polymorphism) chiamati comunemente snip. In pratica si tratta di fare un semplice test sul proprio campione di DNA alla ricerca di una determinata piccola mutazione genetica contraddistinta da una differenza in un singolo nucleotide (A, T, C o G) confrontando due sequenze di DNA, questa piccola mutazione è generalmente dovuta ad un adattamento evolutivo della nostra specie alle modifiche delle condizioni ambientali oppure ad una risposta immunitaria a certe patologie. Tale marker genetico serve per determinare univocamente un aplogruppo. Il risultato del test SNP che costa circa 39 dollari può essere positivo o negativo e per la sua determinazione occorrono non meno di 60 giorni. Se l'SNP è l'ultimo dell'albero, allora si parla di SNP terminale. 


Come si dice un esempio vale più di mille parole, e quindi ecco la rappresentazione grafica per il marker genetico SNP M222 che si chiama anche North-west Irish Modal type I.




Come si può evincere dal grafico sulla linea orizzontale da sinistra verso destra abbiamo lo svolgersi dell'aplogruppo con le varie subcladi in successione, ogni SNP corrisponde ad un epoca specifica nella quale è comparsa per la prima volta la mutazione, e ovviamente in base ai risultati dei test genetici e alla loro diffusione geografica anche l'origine della stessa. Non è però possibile sapere scientificamente con esattezza la data certa della prima comparsa dell'SNP né l'origine, quindi bisogna lavorare molto di ingegno.


E' un po' come comporre un puzzle, ma nella composizione dei pezzi sulla tavola ci aiutano anche coloro che stanno facendo le nostre stesse ricerche e ne condividono i risultati on-line. In questo modo FTDNA mette a disposizione il più grosso database genealogico al mondo composto da oltre 650.000 risultati genetici e realizzando in effetti un progetto collaborativo attraverso la condivisione delle informazioni in rete.


Analizzando i propri marker genetici STR è infatti possibile individuare nelle tabelle chi è più vicino alle proprie sequenze di dati. Inoltre esistono STR che cambiano più velocemente attraverso le generazioni e altri che invece sono molto più stabili. Ecco perché occorre fare un test genetico almeno a 37 o 67 marker, in modo da avere più dati da confrontare con le altre tabelle.


Via via che si approfondisce la ricerca delle subcladi di appartenenza (deep clade testing), queste sono sempre più vicine alla nostra epoca. Nel caso illustrato sopra una positività al marker M-269 ci colloca con sicurezza in un periodo che corrisponde a circa  10.000 anni fa, ma con il marker M-222 si arriva invece a 2000 anni fa nell'Irlanda Nord-occidentale, alcuni marker genetici sono ancora più vicini e si collocano appena ad una manciata di secoli dalla nostra epoca, quindi in un periodo nel quale già esistevano i cognomi. In questo modo la ricerca genealogica tradizionale in base alle fonti storiche e la ricerca genealogica genetica basata sui test del DNA tendono ad incontrarsi.


Un altro fatto che ho notato durante le mie ricerche, ma che non è confortato per adesso da dati scientifici, è il fatto che alcuni aplogruppi hanno molte più subcladi, per esempio l'L21 è ricchissimo di subcladi con nove sottogruppi principali e altrettanti secondari che vengono infatti chiamati "private SNP" o "private haplogroup". E' come se alcuni aplotipi del genoma umano avessero la proprietà di mutare più rapidamente di altri alle diverse condizioni ambientali.


R1b-L21 albero filogenetico
Credits: FTDNA.com

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martedì 8 ottobre 2013

Tre irlandesi a Fiesole (parte I): San Donato da Fiesole

San Donato da Fiesole nacque in Irlanda attorno all'anno 774 durante il regno di Aedh Ornidhe da una stirpe di nobile ed antico lignaggio. Alla fede, che era forte in lui sin dalla prima giovinezza, egli aggiunse presto la passione per gli studi. Molti indizi indicano che fu educato nel momastero di Iniscaltra sulle sponde del Lago di Lough Derg nella provincia di Munster. Resta infatti un prologo di Donato ad un poema dedicato alla vita di Santa Brigida di Kildare ritrovato presso l'Abbazia di Monte Cassino che fu scritto da un monaco di nome Caolan che si definiva "monaco di Iniscaltra". Nel testo ci sono molti indizi che fanno pensare che Donato conoscesse bene quei luoghi.

Ireland, c 650 AD
Credits: www.irelandstory.com
Fu durante la sua attività di insegnante che Donato conobbe come studente Andrea e la sorella di lui Brigida, entrambi provenivano da un'importante famiglia di quel regno. Questi avrebbero voluto che il fratello maggiore fosse indirizzato verso l'arte militare piuttosto che alle lettere, ma il ragazzo dimostrò subito uno spiccato amore per lo studio e per la fede. Quando Andrea seppe che nella loro contea era arrivato un insegnante di nome Donato già conosciuto per le sue doti filosofiche, decise di affidargli la sua istruzione.

Un giorno mentre Donato e Andrea stavano nei pressi delle mura del Cashel (monastero fortificato) discorrendo su argomenti di varia natura, Donato rivelò all'allievo che stava progettando di partire per un viaggio in terre lontane per vedere con i suoi occhi i luoghi santi in Italia. Anche perchè coltivava il desiderio di andare in un luogo dove la sua posizione sociale non lo avrebbe condizionato. Allora Andrea lo pregò di portarlo in tutti i modi con sé.

Quindi i due pellegrini partirono per il lungo viaggio decidendo di vivere alla giornata e di non portare con sé più di quello che era necessario per la sopravvivenza, giunti sul continente andarono di santuario in santuario finché un giorno sulla via di Roma arrivarono sulla collina di Fiesole.

In quei giorni la città, scossa dal recente saccheggio ad opera dei Normanni, era senza una guida pastorale e non c'era neppure accordo sul nome del successore, fu così che proprio mentre i monaci arrivarono sulla porta della Badia dopo aver percorso la ripida salita che dal torrente Mugnone porta a San Domenico e una gran folla era radunata all'interno della chiesa chiedendosi cosa fare e l'intercessione divina, che tutte le campane della città cominciarono a suonare e le luci si accesero da sole. A questo punto un povero vecchio, notando i nuovi arrivati sulla porta della chiesa, gli domandò chi mai fossero e da dove venissero. Donato con la sua semplicità rispose: "Veniamo dalla Scotia (Irlanda), lui si chiama Andrea ed io Donato, siamo in pellegrinaggio per andare a Roma". Il pover'uomo allora annunciò a tutti che quello era il segno divino che la città aspettava e che avevano finalmente ritrovato la guida spirituale dicendo: "Eia Donatus Peter Deodatus!" cioé "Salve Donato il pastore che Dio ci ha dato!".

Così cominciò l'avventura pastorale di Donato che divenne settimo vescovo della città di Fiesole, il primo fu San Romolo che fondò la Badia nel 60 d.c. inizialmente dedicata al culto di San Pietro come gran parte delle pievi paleocristiane. In quegli anni era Papa Eugenio sul soglio di Pietro e Lotario e Luigi il Pio regnavano assieme.

Donato fu un grande vescovo e fece di Fiesole uno dei centri principali del cattolicesimo toscano a capo di una vastissima diocesi che comprendeva gran parte del contado e della Valle dell'Arno. Di lui rimangono pochi frammenti, tra cui notevolissimo un prologo alla vita di Santa Brigida di Kildare, che racconta dell'Irlanda, la sua bella terra d'origine, custodito presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze che riporto qui per intero.

"Far in the west they tell of a matchless land,
Which goes in ancient books by the name of Scotia;
Rich in resources this land having silver,
Precious stones, vesture and gold;
Well suited to earth-born creatures as regards
Its climate, its sun and its arable soil,
That Scotia with lovely fields
Hath skill with husbandry and raiments, and arms and arts and fruits
There are no fierce bears there, nor ever
Has the land of Scotia brought forth savage
Broods of lions. No poisons hurt no serpent
Creeps through the grass, nor does the babbling frog
Croak and complain by the lake. In this land
The Scottish race are worthy to dwell, a renowned race of men
In war, in peace, in fidelity. Here was born in former days
The most holy virgin,
Brigid, glory of the Scots; her name, her honour,
A tower reaching to the highest points of the flame-bearing heaven.
An inexhaustible light, a noble crown of God,
A blessed fountain rejoicing, reforming the hearts of the Scots;
While recreating them, she takes care of herself, she feeds, she grows;
A ladder prepared for men, excellent for youths and girls.
For mothers and for saints, she reaches to the stars of heaven.
Her father was called by name Dubtacus;
A man renowned for his good deeds, of famous ancestry;
Noble and humble, gentle and full of piety ;
Nobler because of his wife and pious offspring.
Many have written of the virtues of this virgin soul.
The learned Ultan and Eleran honouring her ;
One called Animosus has written many books
Concerning the life and studies of this virgin and her good deeds.
I shall begin from the least, nor shall greater things follow,
But so shall I gather fitting blossoms in a garden full of flowers.
If, beholding the glittering stars of heaven, we seek to know
their order and high-aspiring course,
If we could number the minutest grains of sand which the troubled
waves of the sea have scattered on our shores,
Then might we number the virtues of this virgin
Whose body was the temple of the Most High God."


Liberamente tradotto da "Six Months in the Appennines. or, a Pilgrimage in Search of Vestiges of the Irish Saints in Italy" di Margaret Stokes. London 1892 - Historical Collection from the British Library.

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domenica 6 ottobre 2013

L'origine celtica di Gesù

Durante tutto il primo millennio a.c. la civiltà celtica raggiunse la sua massima espansione spingendosi anche oltre i limiti del continente europeo. I Galati, che i romani chiamavano Galli, erano un popolo di stirpe celtica che si stabilì nel III sec. a.c. prima in Tracia e poi nella Galatia, una regione storica che corrisponde all'odierna Anatolia centrale.


Anche la regione della Palestina settentrionale a occidente del Lago di Tiberiade formato dal fiume Giordano, prende il nome dai suoi abitanti di stirpe celtica, come chiaramente evidenziato dal nome che i greci prima ed i romani poi gli assegnarono: Galilea.

Da alcuni documenti storici abbiamo alcuni indizi sull'origine celtica dei suoi abitanti, come per esempio il riferimento all'agricoltura, sappiamo infatti che i Celti erano degli straordinari coltivatori, abilissimi nell'aumentare la capacità produttiva dei terreni.

Il quadro climatico del I sec. era in realtà assai diverso da quello attuale, basti pensare che nel sud della Britannia il clima era così mite che si poteva coltivare la vite. Anche oggi la Galilea seppur più arida ha comunque un clima particolarmente mite grazie all'influsso del lago che favorisce la crescita della vegetazione.

« [...] dai [suoi] abitanti è tutta coltivata e non c'è angolo che non sia lavorato, al contrario vi sono anche molte città e dovunque un gran numero di villaggi densamente popolati grazie al benessere, tanto che il più piccolo di questi ha più di quindicimila abitanti. »

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 3.2.)

Gesù, il cui nome è simile a quello del dio celtico Hesus, nell'immaginario collettivo è sempre rappresentato come un uomo alto, con i capelli lunghi biondi e la pelle chiara, tratti certamente non mediorientali ma che probabilmente fanno rifermento ad un'origine ancestrale differente. Anche l'immagine ricavata dalla sindone rivela lineamenti nordici. 


Se ci pensiamo ci sono forti analogie tra la tradizione religiosa cristiana e quella celtica, proprio in alcuni punti fondanti del credo cristiano. Il battesimo visto come bagno purificatore e catartico di rinascita e liberazione dal male. Il sacrificio personale visto come offerta della propria vita per la liberazione dal male del proprio popolo. L'idea stessa di trinità è un'idea tipicamente celtica, basta pensare al simbolo del Triskell. Questi erano punti cardine nella vita dei Celti, che come sappiamo non erano una nazione ma un gruppo di popoli che condividevano una cultura comune.


Hesus con Toutatis e Taranis formava la triade divina celtica, il suo nome è legato ai sacrifici umani che venivano fatti in suo nome in cui la vittima veniva appesa ad un albero e moriva dissanguata, nell'iconografia veniva rappresentato come un taglialegna.


L'ortodossia ebraica di Gerusalemme vedeva con diffidenza gli ebrei che vivevano in Galilea in quanto questa era abitata anche da popoli di fede pagana, i Celti, in questo è possibile capire la diffidenza nei confronti del nazareno. C'era senz'altro nella Palestina del I sec. d.c. discriminazione da parte degli ebrei di Gerusalemme nei confronti dei Galilei. Discriminazione che non avevano per esempio i romani che invece erano abituati a convivere con i Celti. Per questo fu così difficile per Ponzio Pilato procedere alla condanna di Gesù.


In questo contesto storico culturale è possibile che la stessa setta degli Esseni di cui si dice facesse parte lo stesso Gesù, fosse una setta druidica celtica con influenze ebraiche. Gli Esseni erano soliti vestire di bianco ed erano dediti all'astrologia.


Rovine dell'Abbazia di Glastonbury
Alla morte di Gesù, la sua famiglia abbandonò la Palestina per tornare nelle terre di origine. Secondo la leggenda Maria Maddalena raggiunse la Provenza per risalire il Rodano, accolta dalla tribù germanica dei Franchi, dette luogo alla dinastia dei re Merovingi. Questa è anche la tesi del best-seller "il codice da Vinci". Giuseppe d'Arimatea invece approdò in Britannia presso Glastonbury e ne divenne il primo vescovo fondando il primo monastero dove era anche custodito il santo Graal che aveva portato con sé dalla Palestina.

Probabilmente tutte leggende popolari che sono state tramandate fino ai nostri giorni, ma come accade per tutte le leggende è possibile che qualche verità la nascondano, come il collegamento ancestrale tra i più importanti membri dell'entourage di Gesù e le terre di origine della cultura celtica. Fatto sta che fu proprio dalle isole britanniche che nei secoli successivi, con i monaci irlandesi ed il cristianesimo celtico partì l'evangelizzazione dell'Europa. 


Di questa tesi se ne trova traccia anche nel "Cimitero di Praga" di Umberto Eco.
“La risposta era venuta da Jacques de Biez: - Signori, che Cristo fosse ebreo è una leggenda messa in giro proprio dagli ebrei, come erano san Paolo e i quattro evangelisti. In realtà Gesù era di razza celtica, come noi francesi, che siamo stati conquistati dai latini solo molto tardi. E prima di essere emasculati dai latini, i celti erano un popolo conquistatore, avete mai sentito parlare dei galati, che erano arrivati sino in Grecia? La Galilea si chiama così dai Galli che l’avevano colonizzata. D’altra parte il mito di una vergine che avrebbe partorito un figlio è mito celtico e druidico. Gesù, basta guardare tutti i ritratti che ne possediamo, era biondo e con gli occhi azzurri. E parlava contro gli usi, le superstizioni, i vizi degli ebrei, e al contrario di quanto gli ebrei si attendevano dal Messia, diceva che il suo regno non era di questa terra. E se gli ebrei erano monoteisti, Cristo lancia l’idea della trinità, ispirandosi al politeismo celtico. Per questo lo hanno ucciso. Ebreo era Caifa che l’ha condannato, ebreo era Giuda che l’ha tradito, ebreo era Pietro che l’ha rinnegato…”.   

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mercoledì 2 ottobre 2013

I segreti del Battistero di San Giovanni a Firenze

Chissà quanti delle migliaia di turisti che affollano la Piazza del Duomo a Firenze avranno notato le teste longobarde scolpite sotto i due gocciolatoi a forma di testa di leone sugli spigoli della scarsella del Battistero di San Giovanni?


Facion - testa longobarda scolpita sulla scarsella
del Battistero di San Giovanni a Firenze
Il Battistero di San Giovanni è l'edificio più antico della città di Firenze, probabilmente fu costruito sopra una precedente costruzione romana, forse una villa. La sua edificazione fu voluta dal re longobardo Agilulfo nel VII secolo allo scopo di convertire i Longobardi al cristianesimo sotto l'influenza della cattolicissima moglie Teodolinda, come usava in quegli anni il battesimo avveniva per immersione nella grande vasca centrale che fu successivamente rimossa. L'architettura del "Bel San Giovanni" ci rivela come già nel VII secolo gli architetti longobardi avessero assimilato i modelli classici e che fosse in atto grande processo di integrazione culturale tra questo popolo di origine germanica e le tradizioni del paese nel quale avevano deciso di vivere e fondare la loro nazione. Inoltre dimostra anche l'abilità della maestranze nel taglio e nell'uso del marmo come materiale da costruzione. Successivamente, sempre in epoca longobarda durante il regno di Liutprando, il Battistero fu profondamente rimaneggiato per motivi strutturali, con l'ingrossamento delle mura portanti.

In ricordo delle vestigia romane sulle quali è costruito il Battistero all'angolo sud-ovest dell'edificio è posto una parte del fregio di un sarcofago.



Fregio romano, vestigia del precedente tempio pagano dedicato
al dio della guerra Marte su cui sorge il Battistero di Firenze

Il Battistero contiene anche un'altra curiosità risalente proprio all'epoca Longobarda di cui in pochi conoscono l'esistenza, ovvero il cosiddetto "piede di Liutprando" su una delle colonne di marmo che fiancheggiano la porta sud è inciso un rettangolo, la misura della sua lunghezza è pari alla somma della lunghezza dei piedi del re longobardo Liutprando, questi emanò una serie di leggi che, integrando l'Editto di Rotari, stabilivano un nuovo sistema di misura alternativo a quello romano. Il "piede di Liutprando" è il modulo di cm. 43,60 con cui venivano tagliati i blocchi di pietra nella costruzione degli edifici altomedievali in Toscana ed in Italia, fornendo così uno standard costruttivo molto innovativo per l'epoca.



Il cosiddetto "Piede di Liutprando"

Il Lami, il Nelli, il Lastri ed altri chiarissimi scrittori fiorentini sono d'avviso che il tempio ottagonale di san Giovanni Battista in Firenze sia opera dei Longobardi, ovvero dei loro tempi. Come scrive il Lami "Al tempo della nostra regina Teodelinda, la quale fu quella che elesse per protettore del regno de' Longobardi san Giovan Battista, i Fiorentini secondando il genio divoto della loro sovrana, vollero erigere una chiesa ad onore di quel Santo e dichiarala di più Cattedrale, essendo forte stata innanzi tale quella di San Lorenzo, la fabbricarono fuori delle mura, secondo l'uso degli antichi fedeli cristiani i quali erano consueti di edificar le Cattedrali fuora delle città, benché nelle più prossime vicinanze. E ben avverte, proseguendo, che molte città edificarono le loro chiese talmente nell'estremo, e come sulle mura, che vi è tutta l'apparenza che in antico, prima che queste città si ampliassero, ed allargassero il circuito delle mura, rimanessero fuora del cerchio anteriore delle medesime.
Giovanni Lami, lezioni di antichità toscane e spezialmente della città di Firenze ..., Vol I, pag. 59

San Giovanni patrono di Firenze, è un santo particolarmente venerato nel nord Europa, la sua ricorrenza, il 24 di giugno, corrisponde alla principale festività del calendario religioso celtico che celebra il solstizio d'estate. Ancora oggi nell'isola di Gotland in Svezia, che probabilmente è la terra di origine dei Longobardi, si celebra la festa patronale lo stesso giorno.

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