lunedì 28 aprile 2014

L'istituto del Mundio nella società longobarda

il Munduald - Pieve di Castelvecchio (PT)
Il Mundio dal longobardo mund, che significava mano ma anche protezione (antico sassone mund, old norse mund), era la figura patriarcale centrale nella società longobarda legata alla famiglia (Fara), tale istituto giuridico venne sancito per iscritto nell'Editto di Rotari nella parte dedicata al diritto matrimoniale. Nella società longobarda la donna era sempre sotto la tutela (Mundium) di un uomo: il padre, il marito (Muntehe), dei parenti più prossimi o direttamente sotto la tutela del re se non aveva parenti viventi. L'affrancamento da questa forma di tutela patriarcale (Selpmundia) non era contemplata dalla legge. Una donna non poteva disfarsi dei propri beni né comprarne di altri senza il consenso del proprio custode (Munduald). La promessa di protezione (Mundeburdium) caricava altresì il protettore della responsabilità di proteggere non solo la sua famiglia ma anche tutti coloro che vivevano alle sue dipendenze compresi i servi, dando luogo ad una struttura sociale organizzata in clan, in un rapporto di reciproco scambio.

Questo era coerente con il grande rispetto che le donne rivestivano all'interno della società longobarda, dove il custode si prendeva carico di tutte le conseguenze che derivavano dall'azione legale, come l'accertamento della verità attraverso la formula del duello (camphio). La bella lastra in arenaria sulla facciata della Pieve di Castelvecchio che si trova nella cosiddetta Svizzera pesciatina, lastra non di origine religiosa rappresenta più di molte parole il concetto patriarcale del Mundium con le mani del Munduald che sembrano espandersi a proteggere le donne del suo gruppo familiare. Le figure allegoriche dei Troll sono un altro tema legato alla mitologia germanica, con l'eroe sempre in lotta per la sopravvivenza di sé stesso e del proprio clan, questa lotta è ben rappresentata nel poema anglo-sassone Beowulf. La storia dei Longobardi non è altro che la storia di un piccolo popolo perennemente in lotta per la propria sopravvivenza in mezzo ad altri popoli ben più numerosi.

Come abbiamo visto in longobardo come in antico sassone mund significa mano ma anche protezione, il che mi da l'occasione per introdurre un altro spunto relativo alla toponomastica, quel "Monte" spesso presente in molti dei toponimi toscani anche quando si tratta di località poste su rilievi appena accennati. Come nel caso di Montespertoli la cui altezza è di appena 257 metri. Il toponimo Montespertoli come abbiamo già visto nella pagina dedicata ai toponimi di origine longobarda deriva dall'antroponimico Sighipert, quindi viene attualmente spiegato come "Monte di Sighipert" ma se traduciamo Monte con munde, allora diventerebbe "Protezione di Sighipert" o anche "Tenuta di Sighipert" che secondo me acquista un significato più completo e calzante con l'effettiva realtà della società longobarda che è in sostanza il primo passo verso l'organizzazione feudale medievale. Lo stesso vale per altri toponimi come Montescudaio, ossia "Protezione dello Sculdhais", e così via. Anche il nome della più antica banca del mondo, il Monte dei Paschi di Siena, sta a significare l'apposizione del vincolo (protezione del bene) sui paschi (pascoli) maremmani. Allo stesso modo il toponimo Montecchio, non deriva come proposto da munticulus, monticello, ma al contrario da Mund = tenuta, feudo + tekki = grosso, ossia "grande tenuta". Il significato del cognome veronese Montecchi è il medesimo. Nella lingua toscana técchio o ticcio, significano corpulento, grasso.

Dopo la disgregazione dell'impero romano, la società alto-medievale si fonda sui legami di sangue basati su rapporti di reciprocità individuale, come ben spiega Pascal Michon:
"Les individus sont soumis au pouvoir paternel – le Munt (Mundeburdium) – et la relation politique est désormais envisagée sur le modèle de la relation familiale entre parent ou tuteur et enfant. Le mot même de liberté n’existe plus, ni l’idée abstraite d’une qualité applicable universellement. Significativement, la liberté ne signifie plus autonomie, mais au contraire appartenance à un peuple. Comme le montre en Gaule, la synonymie libre = franc, la liberté est toujours prise comme une relation concrète de l’individu avec son groupe. Socialement, l’individu est porté par la tribu, le clan, la grande famille dans lesquels il vit. Son statut personnel dépend du groupe auquel il appartient. De nouvelles formes d’individuation non-chrétiennes apparaissent, qui vont devenir déterminantes pour l’avenir de l’anthropologie occidentale."
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sabato 26 aprile 2014

Onomastica: l'origine del cognome Martini

Ha recentemente fatto la sua comparsa tra i partecipanti al progetto L21+ di Ftdna della società texana Gene by Gene, il cognome Martini. Si tratta di un cognome ampiamente diffuso in tutta l'Italia centro-settentrionale ed in particolare nelle province di Firenze e di Verona. Nella classifica dei cognomi più diffusi in Italia Martini occupa il 27° posto. In Francia l'omologo Martin è di gran lunga il cognome più diffuso soprattutto nella zona di Parigi, nella Loira e alla foce del Rodano, in Gran Bretagna Martin, ma anche Marten, è diffuso principalmente in Inghilterra nelle contee sud-orientali ed in particolare nel Kent. In Germania Martin è diffuso principalmente nell'Hannoveriano ed in Bassa Sassonia. L'R1b-L21 è sicuramente l'aplogruppo più caratteristico per la determinazione delle origini ancestrali celto-germaniche.

L'origine del cognome Martini è nel patronimico di origine latina Martinus che derivava da Marte, ovvero il dio della guerra e della fertilità degli antichi Romani. I Celti che i romani chiamavano Galli, in quanto popoli sottomessi, erano coscritti nelle legioni imperiali in qualità di auxiliares soprattutto nei reparti di cavalleria leggera. Dopo la riforma militare di Augusto e la trasformazione dell'esercito romano in esercito di professionisti, l'inquadramento nelle legioni di truppe ausiliarie divenne sempre più diffuso, queste venivano reclutate soprattutto nelle province occidentali dell'impero come la Gallia e l'Hispania, ma anche oltre i confini imperiali nella Germania Magna, nei villaggi oltre il Limes, come fu nel caso di Arminio che ribellatosi ai romani fu l'artefice della disfatta della foresta di Teutoburgo.. Una volta terminato il servizio militare nelle legioni dell'impero che aveva la durata di 25 anni, ai veterani, oltre alla cittadinanza romana, veniva data della terra da coltivare e la possibiltà per i propri figli di arruolarsi nelle legioni. Si stima che nel II secolo l'esercito romano utilizzasse stabilmente circa 380.000 di questi ausiliari, di cui 52.000 stanziati in Britannia e altri 50.000 a difesa del Limes germanico.

Martino di Tours era figlio di un cavaliere ausiliario della guardia imperiale di origine pannonica e di stanza a Pavia, lui stesso prestò servizio militare nelle legioni che in seguito abbandonò in quanto egli riteneva che non fosse compatibile con il suo credo cristiano. Fu proprio durante un servizio di ronda in Gallia che si verificò il celebre evento del mantello che gli cambiò la vita, indirizzandolo verso la fede cristiana.

La nascita della città di Firenze fu dovuta proprio ai veterani dell'esercito romano che nel 59 a.C. fondarono un villaggio sulle rive dell'Arno dal nome di Florentia che come scrisse il Villani nella sua Cronica “sorse sotto l'ascendente del Dio Marte”. Una statua equestre del dio Marte era presente a Firenze fin dai tempi della sua fondazione e andò perduta solo con l'alluvione del 1333. Di questa statua ormai ridotta in sasso senza forma ne parlò anche il Boccaccio: "Questa statua era diminuita dalla cintola in su; [...] essa tutta era per l'acqua e per li freddi e per li caldi molto rosa per tutto, tanto che quasi, [...] né dell'uomo, né del cavallo alcuna cosa si discernea" e anche Dante "La pietra scema che guarda il ponte" il che ci rivela che la statua doveva essere collocata non distante dal Ponte Vecchio.

La centuratio della piana tra Firenze e Prato conserva ancora nella toponomastica dei frazionamenti della proprietà agraria del tempo: Quarto, Quinto; Sesto, Settimello. Anche nell'agro veronese abbiamo una divisione del territorio secondo la centuratio romana. Non è un caso che entrambi i territori dove è più diffuso il cognome Martini in Italia siano in origine colonie di veterani dell'esercito romano.

Marte era anche il dio romano più simile agli dei celtici con cui aveva molte affinità, in particolare con Toutatis, L'impero romano era inclusivo e vi era il più grande rispetto per le tradizioni anche religiose dei popoli che entravano a farne parte.

Guerrieri Galli

Per le ricerche presenti in questo post sono state usate le seguenti banche dati:

Distribuzione territoriale dei cognomi in Italia (vedi link), Francia (vedi link), Germania (vedi link) e Gran Bretagna (vedi link).

Gene by Gene - Ftdna L21+ Project Goals

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giovedì 24 aprile 2014

Duchi longobardi di Tuscia, 576-797


Desiderio Duca di Tuscia (744)
e ultimo re dei Longobardi
  • Gummarit (576-585)
  • Walfredo (585-590)
  • Arnolfo (590-602)
  • Ariulfo (602-630)
  • Tasone (630-685)
  • Allovisino (685-714)
  • Walperto (714-?)
  • Pertifunso (?-728)
  • Ramingo (728-730)
  • Berprando (730-?)
  • Varnefredo (?-741)
  • Walprando (741-744)
  • Alperto (744)
  • Desiderio (744)
  • Tachiperto (744-774)
  • Allone (774-797)


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Irminsul: il pilastro del mondo

Alfred Rethel - Carlo Magno fa abbattere Irminsul l'albero
sacro dei Sassoni
Nell'anno 772 Carlo Magno, stanco delle continue scorrerie dei Sassoni a danno delle istituzioni cristiane, ruppe gli indugi e mosse guerra contro di loro. Il Casus belli fu il saccheggio e l'incendio della chiesa di Deventer. L'atto simbolico più eclatante di queste operazioni militari fu l'abbattimento dell'albero sacro di Irminsul ad Eresburg, il pilastro che secondo la tradizione mitologica germanica sosteneva la volta del cielo.
Con questo atto Carlo Magno voleva sottintendere la forza della fede cristiana che abbatte le antiche tradizioni pagane ormai superate. Le guerre sassoni, possono essere infatti considerate delle vere e proprie guerre di religione tra due visioni del mondo. Da una parte Carlo Magno che vedeva nella cristianizzazione e nell'istituzione di un organismo di governo sovranazionale una sorta di ricostituzione dell'impero romano in salsa germanica. Dall'altra gli altri popoli germanici che non volevano rinunciare alle proprie tradizioni culturali, ai loro miti pagani ma soprattutto alla loro indipendenza e autonomia dal potere centrale.

Irminsul: il pilastro del mondo
In questo contesto si inserisce anche la guerra contro i Longobardi. I discendenti di Alboino avrebbero voluto creare in Italia uno stato unitario libero dal potere temporale della Chiesa. Se infatti il grosso della nobiltà longobarda si era convertita al cristianesimo, larga parte del popolo era ancora saldamente fedele alle antiche tradizioni pagane. Carlo Magno convinto di appartenere per discendenza alla stessa stirpe divina di Gesù Cristo fu implacabile con chi non si sottometteva alla dottrina della Chiesa. Possiamo infatti considerare le guerre sassoni come la prima crociata della storia, e proprio come nelle crociate per convertire questi riottosi popoli non si andava tanto per il sottile. In un solo giorno furono giustiziati circa 4.500 Sassoni. 

Cavaliere Franco
L'anno dopo nel 773 Carlo Magno sconfisse i Longobardi il 12 ottobre nella battaglia di Pulchra Silva. Pulchra Silva o Silvabella era una tenuta di caccia reale in Lomellina sulla via Francigena in seguito denominata Mortara, Mortis Ara (altare della morte), per l'altissimo numero di caduti, Nello scontro cruentissimo perirono in quella che diventerà la battaglia più terribile dell'alto medioevo oltre 70.000 uomini, 32.000 Franchi e 44.000 Longobardi. In seguito per pacificare la Sassonia chiunque praticasse riti pagani dell'antica tradizione germanica doveva essere passato per le armi.

Sembra che i Franchi fossero l'esercito più potente del tempo perché da una parte erano un gruppo molto numeroso di sotto-tribù di germani occidentali e dall'altro adottavano una struttura dell'esercito più organizzata secondo lo schema delle legioni romane. I Germani del Reno infatti prestarono servizio come auxiliares nelle legioni fin dal tempo di Giulio Cesare. E' documentata la militanza di guerrieri Franchi nelle legioni durante il IV secolo con importanti ruoli di comando come nel caso dei comandanti Magnentius, Silvanus ed Arbitio. Scrive Procopio che più di un secolo dopo la caduta dell'impero romano d'occidente le armate sul Reno erano ancora organizzate a guisa di quelle imperiali.  D'altro canto i Longobardi come i Sassoni avevano un modo di combattere assai più improvvisato che si fondava sull'ardimento dei singoli guerrieri in base a quello che accadeva di volta in volta sul campo di battaglia, secondo il classico schema del furor celtico, che culminava nell'attacco frontale del capo circondato dai guerrieri più valorosi.

Sarcofago: dettaglio laterale con Irminsul

Abbazia di Pomposa
Irminsul 

Come spesso accade Irminsul con tutta la sua valenza simbolica è rimasto ancora presente nella cultura europea. Sembra infatti che il Fleur de Lis cioè il simbolo della monarchia francese, non sia altro che una rappresentazione addomesticata dell'antico pilastro germanico.

L'evoluzione grafica del Fleur de Lis
partirebbe dal simbolo dell'Irminsul

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lunedì 21 aprile 2014

Alla scoperta della lingua dei Longobardi

La migrazione dei Longobardi
basata sui ritrovamenti archeologici
Il lavoro di ricostruzione filologica della lingua longobarda che è uno degli obbiettivi culturali principali di questo blog, va avanti a passi spediti, l'accostamento all'antico sassone è stato "foriero" (vörher) di grandi risultati e le corrispondenze relative al toscano e ai dialetti della Bassa padana sono sempre più evidenti. La lingua longobarda è uno dei dialetti che si sviluppa nell'area del basso corso dell'Elba, in quell'area abbiamo una grande quantità di riscontri archeologici che attestano la presenza dei Longobardi negli stessi luoghi e nello stesso periodo del quale ci parla lo storico romano Tacito nella sua opera Germania. Viceversa non abbiamo evidenze archeologiche su una presenza longobarda nella Scania, le mitiche origini scandinave di questo popolo raccontate da Paolo Diacono sembrerebbero davvero leggendarie in quanto per adesso non suffragate da prove documentate.

La vicina tribù dei Sassoni era assai affine ai Longobardi, con i quali decisero di intraprendere un lunga migrazione che li avrebbe portati fin in Italia. Non è chiaro se i Sassoni una volta arrivati in Italia siano rimasti nella penisola in tutto o in parte. Sicuro che parlassero lingue molto vicine se non identiche.

La lingua parlata oggi più vicina al longobardo dovrebbe essere il basso tedesco o Plattendeutsch che per intendersi è il dialetto che si parla ancora oggi nella città di Amburgo, questa lingua deriva dal basso sassone ed è caratterizzata dall'assenza della rotazione consonantica. La rotazione consonantica invece compare nel longobardo a causa dello spostamento di questo popolo in area latina. Infatti è stato determinato che quando le lingue germaniche entrano in contatto con il latino vengono affette da questa mutazione fonetica.

Un interessante specchietto comparativo tra la lingua inglese, tedesca, plattdüütsch e anglo-sassone è riportato al seguente link: "A North-Sea Germanic Wordlist", un'altra fonte vera miniera d'oro si è rivelata la lettura del poema epico anglo-sassone Beowulf nell'edizione con testo a fronte. A questo proposito si legga anche il post J.R.R. Tolkien e la leggenda longobarda.

Come si è detto tante sono le corrispondenze, tra queste molto rilevanti sono méar, marh per cavallo, anche perché trattasi di un etimo arcaico poi abbandonato nell'evoluzione delle lingue germaniche, da cui il toponimo Mähren = Moravia ed il toscano Maremmagrim per feroce (basso vicentino grima, basso mantovano grim), cicen per gallina (basso mantovano cicin, pulcini) e molte altre vedasi la glossa presente su questo blog.

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martedì 15 aprile 2014

Apartheid sessuale sulle rovine dell'impero romano

Maschera funeraria anglo-sassone
Dallo studio della diffusione del cromosoma Y, che viene passato identico di padre in figlio attraverso le generazioni, possiamo vedere come la composizione genetica della popolazione italiana sia assai differenziata soprattutto tra il nord ed il sud della penisola. Come mai una simile differenza e che fine ha fatto l'eredità genetica greco-romana? Ma soprattutto, come è stato possibile per un'esigua minoranza di "barbari" stimata in 150.000 migranti su una popolazione complessiva di 4 milioni avere un così alto impatto genetico sulla composizione della popolazione maschile?

Per dare una risposta a questo quesito vi consiglierei la lettura di questo interessante articolo pubblicato sulla rivista scientifica Harvard Magazine dall'intrigante titolo "Chi ha ucciso gli uomini in Inghilterra?" di Jonathan Shaw. L'articolo prende in esame la composizione genetica delle isole britanniche prima e dopo le invasioni anglo-sassoni del V-VII secolo. Anche in Gran Bretagna sono presenti delle forti differenze genetiche tra le varie parti del paese, ed in modo macroscopico nella composizione genetica delle principali città inglesi e quelle del Galles e della cosiddetta Celtic-Fringe.

A dimostrazione di quanto detto si prenda ad esempio un comune cognome di certa discendenza anglo-sassone come Smith e l'omologo tedesco Schmidt e se ne veda la diffusione in Gran Bretagna e Germania.

Diffusione dei cognomi Smith e Schmidt in Gran Bretagna e Germania
Anche una ricerca condotta dalla Royal Society B. e pubblicata sul sito della BBC, rilancia questa tesi di cui ecco la traduzione in italiano.
"Nuovi studi dimostrano che un regime di apartheid esisteva nel primo periodo della dominazione anglo-sassone della Gran Bretagna. Gli scienziati credono che un piccolo gruppo di migranti provenienti da Germania, Olanda e Danimarca costituirono un regime di segregazione razziale quando arrivarono in Inghilterra. I ricercatori pensano che i nuovi arrivati modificarono la distribuzione genetica della popolazione, sfruttando i loro vantaggi economici a scapito della popolazione autoctona. Il team di studiosi ha spiegato sulle colonne del Royal Society Journal che questo potrebbe spiegare l'abbondanza di geni di origine germanica nell'Inghilterra di oggi. La ricerca genetica ha rivelato che la composizione genetica della popolazione contiene tra il 50 ed il 100% di geni germanici. Ma questa prevalenza di geni anglo-sassoni nell'Inghilterra di oggi intriga gli esperti poiché rinvenimenti archeologici e tracce storiche attestano solo un esiguo numero di migranti. Si tratterebbe di un numero tra i 10.000 e i 200.000 soggetti che tra il V ed il VII secolo arrivarono in Inghilterra su una popolazione di circa 2 milioni di britanno-romani. Per capire cosa può essere successo gli scienziati hanno simulato un modello al computer per capire cosa possa essere successo dopo l'arrivo di un così piccolo numero di migranti. Sembrerebbe che i nativi britanni abbiano sofferto una condizione di svantaggio socio-economico che abbia rapidamente portato ad una divisione razziale della società. Ci sono evidenze di testi giuridici da quali si evince che il valore della vita dei nativi britanni valesse meno di quella dell'elite dominante anglo-sassone (cfr longobardo/antico sassone wergild, guidrigildo Editto di Rotari). Il Dott. Mark Thomas dell' University College di Londra (UCL), sostiene che combinando i matrimoni misti con il vantaggio riproduttivo di essere anglo-sassone, si arriva alle proporzioni genetiche di oggi. I nativi Britanni di stirpe celtica vennero culturalmente e geneticamente emarginati e assorbiti dagli anglo-sassoni in un lasso di tempo non più lungo di 200 anni (cfr. durata regno longobardo d'Italia). Un elìte anglo-sassone poté affermarsi presto potendo avere più figli che arrivarono all'età adulta, grazie al loro potere militare ed economico. Un altro fattore che contribuì all'affermarsi di queste stirpi è l'impedimento giuridico per i maschi nativi di contrarre matrimoni misti in un regime di apartheid che lasciò il paese culturalmente e geneticamente germanizzato. Che è infatti proprio quello che vediamo oggi un paese con una popolazione di origine genetica germanica che parla una lingua di origine germanica."
Abbiamo visto in questo blog che Sassoni e Longobardi avevano molti aspetti socio-culturali in comune, in particolare entrambi avevano un sistema di leggi codificate, che in Italia sono state per la prima volta messe per iscritto nell'Editto di Rotari. Nella società delineata dall'Editto di Rotari esisteva un vero e proprio regime di apartheid tra le popolazioni di stirpe germanica e quelle di origine gallo-romana. Questo si rispecchiava anche nella sfera sessuale, se infatti l'unione tra un uomo longobardo ed una donna romana era possibile e anzi a giudicare dall'onomastica longobarda che mescolava nomi germanici con nomi romani, assai frequente, viceversa per una donna longobarda era impossibile avere rapporti con uomini nativi, anzi l'Editto ne prevedeva addirittura la messa a morte. Proprio come avvenne nell'Inghilterra anglo-sassone anche in nell'Italia longobarda si avviò così un processo di selezione delle stirpi maschili che vide prevalere i lignaggi barbarici, modificando in modo sostanziale nell'arco di due secoli la composizione genetica delle regioni dell'Italia centro-settentrionale. Probabilmente confrontando gli aplogruppi del cromosoma Y con quelli mitocondriali avremmo delle grosse differenze con una prevalenza barbarica delle stirpi maschili (Y-DNA) ed invece una prevalenza gallo-romana femminile (mtDNA). Generalmente questo accade sempre in paesi che subiscono una fase di colonizzazione, lo stesso articolo citato precedentemente mette in evidenza come negli Stati Uniti tra gli afroamericani il 33% delle linee maschili sia di origine europea, mentre nelle linee femminili solo il 6% è di discendenza europea. Analoghi studi compiuti nella città di Medellín in Colombia hanno dimostrato che il 95% degli uomini è direttamente discendente dai conquistadores spagnoli, mentre invece il 95% delle donne sono di discendenza nativa.

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lunedì 14 aprile 2014

I Longobardi in mostra a Fiesole





Si aprirà domani martedì 15 aprile alle ore 17 "Fiesole e i Longobardi” una mostra per il centenario del Museo Archeologico.

Per la prima volta esposto l’insieme dei reperti longobardi rinvenuti a Fiesole e nelle campagne di scavo nell’Area Garibaldi condotte dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.

Il complesso dei reperti esposti per la prima volta al pubblico nelle sale del Museo Civico Archeologico (via Portigiani, 1) porterà il museo fiesolano a diventare tra i più importanti in Toscana per il periodo longobardo.

La mostra “Fiesole e i Longobardi” è organizzata dal Comune di Fiesole con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.

“Fiesole e i Longobardi”
LUOGO - Fiesole, Museo Civico Archeologico, Via Portigiani, 1
INAUGURAZIONE – Martedì 15 aprile ore 17
DATE – 15 aprile – 31 ottobre 2014
ORARI – aprile/settembre tutti i giorni 10.00 –19.00; ottobre tutti i giorni 10.00 –18.00
INGRESSO - 12 € intero e 8 € ridotto - venerdì, sabato e domenica comprensivo dell’Area Archeologica, del Museo Civico Archeologico e del Museo Bandini; 10 € intero e 6 € ridotto - lunedì, martedì, mercoledì e giovedì (con Museo Bandini chiuso).

INFORMAZIONI - Musei di Fiesole, Via Portigiani 3; Tel. 055 5961293; infomusei@comune.fiesole.fi.it.





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mercoledì 9 aprile 2014

La lingua longobarda è parente stretta dell'antico sassone

Non c'è niente da fare, nonostante tutte le evidenze in questo paese, e solo qui, ci si ostina a relegare il Longobardo nella categoria delle lingue germaniche orientali estinte, basta consultare la voce "Lingua longobarda" sulla Wikipedia italiana e le corrispondenti voci in inglese "Lombardic language" e in tedesco "Langobardische Sprache". Ho provato più volte ad aggiornarle io stesso, ma non c'è verso: le pagine sui Longobardi nella Wikipedia italiana sono "blindate" e  "presidiate" se non ci credete provate voi stessi.

Il problema principale è la carenza di fonti scritte, la fonte più cospicua sono gli editti e le epigrafi in latino che riportano molti lemmi nella lingua longobarda. Sfruttando però la filologia comparata delle lingue germaniche, ormai una scienza a tutti gli effetti, possiamo però tentare di fare un approccio diverso. Sappiamo da tutte le fonti storiche da Tacito in poi, che i Longobardi erano un popolo affine ai Sassoni. Alla spedizione di Alboino in Italia è documentata la partecipazione di almeno 20.000 Sassoni. Scrive Paolo Diacono nella Historia Langobardorum riferendosi alla gloria di Alboino:
Pertanto il nome di Alboino divenne tanto celebre ovunque che ancora oggi la sua liberalità, la sua gloria, i suoi successi in battaglia e il suo valore sono celebrati in carmi non solo presso i Bavari e i Sassoni ma anche presso altri uomini che parlano la stessa lingua.
Per i popoli germanici, parlare la stessa lingua, vuol dire appartenere allo stesso gruppo, è con l'identità linguistica che si ha l'identità del popolo. Mi sembra fuori di dubbio che Sassoni e Longobardi se non parlavano la stessa lingua, parlavano dialetti assai simili e sicuramente intelligibili. ma dell'antico sassone noi abbiamo invece tantissimo, perchè è la lingua "nonna" dell'inglese. I Sassoni che nel V secolo migrarono verso le isole britanniche riuscirono ad imporre agli abitanti la loro lingua, relegando la preesistente lingua celtica solo nella cosiddetta celtic-fringe.

Antico Sassone - diffusione geografica
L'antico Sassone è una lingua che ha origine dal dialetto germanico ingavonico e si sviluppa compiutamente a partire dal V secolo proprio in quelle aree della Germania settentrionale occupate dal gruppo ingavonico delle tribù germaniche occidentali, ovvero dai Frisi (o Frisoni), dagli Angli, dai Sassoni e dai nostri amici Longobardi lungo il basso corso dell'Elba e sulla costa tedesca del Mare del Nord. In base a reperti archeologici la loro dimora più antica, come riporta la Treccani alla voce Longobardi, dovrebbe essere il territorio del Basso Elba di Bardengau, l'antica città di Bardowick presso l'attuale Lüneberg.
Tra tutti questi popoli esistono moltissime analogie negli usi e nei costumi, nelle istituzioni sociali e nelle pratiche religiose, nel diritto germanico.

Come doveva essere quindi questa lingua parlata dai Longobardi? Il seguente video mostra la preghiera del Padre Nostro letta in antico Sassone.


Vediamo subito nel testo del video alcune corrispondenze documentate tra l'antico sassone ed il longobardo attraverso l'Editto di Rotari, nella parola Fadar (long. Fader, padre), nella parola riki, (long. rikki, potente, ricco), mensculdio (long. sculdio, debito, colpa).

P.S.: riprendendo un vecchio post riguardante la spada di Pernik la cui iscrizione è stata attribuita alla lingua longobarda, la comparazione con l'antico sassone, prendendo come riferimento il poema Beowulf, coincide al 100%, cambiano solo le rotazioni consonantiche della k > h e della b > p.

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lunedì 7 aprile 2014

J.R.R. Tolkien e la leggenda longobarda

"I am looking for something I can't find" scriveva J.R.R.Tolkien, egli era infatti alla ricerca di qualcosa che non riusciva a trovare. Tutta la saga del "Signore degli anelli" era ispirata alle leggende dei popoli germanici che dal nord della Germania dettero vita alle cosiddette Völkerwanderung (migrazioni dei popoli) ma che noi in Italia chiamiamo invasioni barbariche. Questi popoli non conoscevano la scrittura, le loro leggende venivano tramandate solo attraverso la tradizione orale, lo stesso Tolkien, che era di origini ancestrali sassoni, era molto interessato non solo agli antichi Sassoni che erano originari dell'attuale Schleswig Holstein ma anche ai loro vicini Longobardi che invece occupavano la zona del basso corso dell'Elba corrispondente al land della Bassa Sassonia (Niedersachsen).

In un precedente post abbiamo scritto di come i Cavalieri di Rohan fossero ispirati a quelli longobardi in molti elementi, come per esempio l'elmo.

Nel suo libro "The Lost Road" ancora purtroppo inedito in Italia, egli ci racconta della leggenda di Alboino, facendo così implicitamente riferimento a Paolo Diacono. Ad un certo momento della storia infatti appare la leggenda longobarda raccontata da Oswin Errol al figlio Alboino.
... "mi chiedo come mai Alboino. Come mai mi chiamo Alboino?... è un nome reale, vero?" disse, "significa qualcosa o è stato inventato?" ... Allora Oswin raccontò al figlio la storia di Alboino figlio di Audoino, il re longobardo; e della grande battaglia tra i Longobardi ed i Gepidi così terribile anche per la ferocia del sesto secolo; e dei re Turisindo e Cunimondo, e di Rosmunda. "Non una storia da raccontarsi prima di andare a letto" egli disse, "che finisce con Alboino che beve dal teschio ingioiellato di Cunimondo."
Ma ecco gli stessi fatti raccontati da Paolo Diacono nella Historia Langobardorum:
"I Longobardi riuscirono vincitori, infierirono con tanta ira sui Gepidi che li massacrarono tutti e sopravvisse di un così grande esercito uno solo per riferire la strage. In quella battaglia Alboino uccise Cunimondo, gli tagliò la testa e ne fece una coppa per bere. Questo tipo di coppa presso di loro è detta scala e in latino patera. Insieme a una grande moltitudine di gente di diverso sesso ed età, fece prigioniera anche la figlia del re di nome Rosmunda; e morta Clotsuinda, la prese in moglie per la propria rovina, come poi sarà evidente... Pertanto il nome di Alboino divenne tanto celebre ovunque che ancora oggi la sua liberalità, la sua gloria, i successi in battaglia e il suo valore sono celebrati in carmi non solo presso i Bavari e i Sassoni ma anche presso altri uomini che parlano la stessa lingua"
I riferimenti di Tolkien alla leggenda longobarda non finiscono qui sempre nello stesso romanzo incompiuto nel poema "The legend of King Sheave" si parla dell'antica leggenda longobarda di Sceafa.
"In days of yore out of deep Ocean
to the Longobards, in the land dwelling
that of old they held amid the isles of the North,
a ship came sailing, shining-timbered
without oar and mast, eastward floating.
The sun behind it sinking westward
with flame kindled the fallow water"
Sceafa sulla barca - illustration from Fredrik Sander's
1893 edition of the Poetic Edda
Sceafa (antico inglese scēafa) scritto anche Sceaf (scēaf) o Scef (scēf) fu il primo mitico re longobardo. La leggenda racconta di un misterioso bambino che addormentato su una barca vuota approdò sulla terra dei Longobardi per diventarne il re ed assicurare a questo popolo un periodo di potenza e benessere ed una lunga discendenza. Questa figura del re bambino che giunge su una nave addormentato ha ispirato varie opere della letteratura nordica da Beowulf all'Edda, vi si fa riferimento anche nelle Cronache Anglo-Sassoni e nel poema scritto in antico inglese Widsith, elencato in una lista di antichi re: Sceafa Longbeardum. Nel poema di Tolkien, Sceafa una volta diventato re dei Longobardi darà alla luce sette figli maschi da cui discenderanno Danesi, Goti, Svedesi, Normanni, Franchi, Frisi, Sassoni, Svevi, Inglesi e Longobardi, identificando quindi in Sceafa il capostipite di tutti i popoli germanici.

Questo antico popolo così vicino ai Sassoni e praticamente scomparso dalla cronache storiche, lasciando solo il nome alla regione della Lombardia, doveva aver molto intrigato l'autore del "Signore degli anelli". Le parole di Paolo Diacono sulla nascita di un vero e proprio mito circa le imprese di Alboino (Ælfine, secondo il poema anglo-sassone Widsith) presso i popoli germanici potrebbero fare riferimento ad una tradizione epica e mitologica della cultura anglosassone dando luogo anche al mito di Beowulf principe danese degli Scylding, ovvero i discendenti di Scyld, cioé i Longobardi.

Il riferimento al teschio del re nemico ucciso utilizzato come coppa per bere era un'usanza che i Longobardi potrebbero aver mutuato dai loro alleati Bulgari in Pannonia, con i quali combatterono contro i Gepidi e intrapresero l'avventura italiana. In effetti ancora oggi in Lombardia ci sono molti cognomi che rimandano a tale origine etnica: Bulgari, Bulgarini, Bulgarelli, etc.

È chiaro che Tolkien, non solo scrittore ma anche storico e illustre filologo, avesse studiato bene i Longobardi e ne avesse riscontrato molte analogie con i Sassoni, è quindi possibile affermare che dal punto di vista socio-culturale Longobardi e antichi Sassoni fossero popolazioni assai affini. Questa vicinanza si rispecchia anche dal punto di vista genetico, la presenza in alcune regioni dell'Italia centro-settentrionale di alcuni aplogruppi del cromosoma Y specificatamente anglo-sassoni, l'esistenza nelle stesse regioni di una grande quantità di match con persone che vivono nelle isole britanniche, testimoniano la presenza di comuni ancestori 60-70 generazioni fa, ovvero risalenti al periodo delle cosiddette invasioni barbariche.

Bibliografia:
W.D. Asmus, "Niedersachsen Heimat der Langobarden : Sonderausstellung : Urgeschichtsabteilung Landesmuseum Hannover ab 8. Oktober 1956", Landesmuseum Hannover;
Paolo Diacono, "Storia dei Longobardi", San Paolo;
J.R.R. Tolkien, "The Lost Road and Other Writings", edited by Christopher Tolkien (History of Middle Earth Volume Five) , 1987

Appendice:
J.R.R. Tolkien, The legend of King Sheave 
To the shore the ship came and strode upon the sand, grinding upon the broken shingle. In the twilight as the sun sank men came down to it, and looked within. A boy lay there, asleep. He was fair of face and limb, dark-haired, white-skinned, but clad in gold. The inner parts of the boat were gold-adorned, a vessel of gold filled with clear water was at his side, [added: at his right was a harp,] beneath his head was a sheaf of corn, the stalks and ears of which gleamed like gold in the dusk. Men knew not what it was. In wonder they drew the boat high upon the beach, and lifted the boy and bore him up, and laid him sleeping in a wooden house in their burh. They set guards about the door. 
In the morning the chamber was empty. But upon a high rock men saw the boy standing. The sheaf was in his arms. As the risen sun shone down, he began to sing in a strange tongue, and they were filled with awe. For they had not yet heard singing, nor seen such beauty. And they had no king among them, for their kings had perished, and they were lordless and unguided. Therefore they took the boy to be king, and they called him Sheaf; and so is his name remembered in song. For his true name was hidden and is forgotten. Yet he taught men many new words, and their speech was enriched. Song and verse-craft he taught them, and rune- craft, and tillage and husbandry, and the making of many things; and in his time the dark forests receded and there was plenty, and corn grew in the land; and the carven houses of men were filled with gold and storied webs. The glory of King Sheaf sprang far and wide in the isles of the North. His children were many and fair, and it is sung that of them are come the kings of men of the North Danes and the West Danes, the South Angles and the East Gothfolk. And in the time of the Sheaf-lords there was peace in the isles, and ships went unarmed from land to land bearing treasure and rich merchandise. And a man might cast a golden ring upon the highway and it would remain until he took it up again. 
Those days songs have called the golden years, while the great mill of Sheaf was guarded still in the island sanctuary of the North; and from the mill came golden grain, and there was no want in all the realms.
But it came to pass after long years that Sheaf summoned his friends and counsellors, and he told them that he would depart. For the shadow of old age was fallen upon him (out of the East) and he would return whence he came. Then there was great mourning. But Sheaf laid him upon his golden bed, and became as one in deep slumber; and his lords obeying his commands while he yet ruled and had command of speech set him in a ship. He lay beside the mast, which was tall, and the sails were golden. Treasures of gold and of gems and fine raiment and costly stuffs were laid beside him. His golden banner flew above his head. In this manner he was arrayed more richly than when he came among them; and they thrust him forth to sea, and the sea took him, and the ship bore him unsteered far away into the uttermost West out of the sight or thought of men. Nor do any know who received him in what haven at the end of his journey. Some have said that that ship found the Straight Road. But none of the children of Sheaf went that way, and many in the beginning lived to a great age, but coming under the shadow of the East they were laid in great tombs of stone or in mounds like green hills; and most of these were by the western sea, high and broad upon the shoulders of the land, whence men can descry them that steer their ships amid the shadows of the sea.


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sabato 5 aprile 2014

Il pronome personale soggetto nella lingua italiana

"Adesso te tu vai e tu prendi l'acqua!" così mi diceva la mia nonna quando ero bambino esortandomi ad andare a prendere l'acqua nelle assolate e umide estati trascorse in Val d'Arno. Questa frase apparentemente banale racchiude invece molto delle radici della lingua toscana e quindi per estensione di quella italiana che dal toscano è derivata. Se analizziamo la morfologia della frase non possiamo fare a meno di notare che essa contiene delle parti che nella lingua italiana non sono necessarie. La mia nonna avrebbe potuto infatti dire più semplicemente "adesso vai e prendi l'acqua" ed il significato sarebbe stato identico. A differenza di altre lingue, come l’inglese e il francese, nella lingua italiana l’espressione del pronome personale soggetto è quasi sempre facoltativa e non obbligatoria. È indispensabile, però, quando serve ad evitare ambiguità, oppure in espressioni enfatiche.

La facoltà di omettere il pronome personale soggetto nella lingua italiana è dovuta all'articolazione delle forme verbali alle quali possono essere aggiunti dei prefissi per poter chiarire meglio la frase all'interlocutore. Questo è dovuto alla costruzione della frase derivata dal latino, lingua nella quale il pronome personale soggetto si omette ed anzi in antichità neppure esisteva. Aggiungerei che la stessa regola vale per la maggioranza delle lingue indoeuropee, ed anche per il russo e per il finnico.

Se passiamo invece alle lingue germaniche, l'uso del pronome personale soggetto non solo è obbligatorio, ma la sua omissione è ritenuto un grave errore, come per esempio nella lingua tedesca. Ecco quindi che la frase di mia nonna racconta molto sulle origini della lingua toscana, la cui morfologia ha origine da una lingua in cui la presenza dell'articolo personale soggetto era un tempo obbligatoria. È ovvio che questa lingua arcaica non era una lingua latina o neolatina, queste forme assai comuni nel toscano sono il retaggio del superstrato linguistico longobardo.

La lingua longobarda fu parlata in Toscana e nell'Italia settentrionale per più di due secoli e soprattutto nel lessico ha lasciato una grande quantità di parole, vedasi il nostra glossa longobarda che ogni giorno si arricchisce di nuovi spunti grazie anche all'apporto dei lettori del blog. Grandissima infatti è anche l'influenza del longobardo nei dialetti padani, nel mantovano, nel reggiano, nel bergamasco, nel lombardo e nella lingua veneta.

Klemens von Metternich
Come mai allora questa eredità linguistica è così sottaciuta dalla cultura mainstream? Forse perchè nella cultura italiana è stata fatta nell'interesse nazionale un'opera di de-germanizzazione o, se mi consentite un neologismo, sgermanizzazione dell'eredità culturale barbarica che si è acuita dopo l'unità d'Italia, dove si è posta l'esigenza di dare ad un paese ancora diviso e multietnico un'identità comune basata sulla romanicità. Erano quelli gli anni in cui il diplomatico e storico austriaco Klemens von Metternich, forse il padre della Realpolitik, diceva "Italien ist ein geographischer Begriff" ovvero "L'Italia è un espressione geografica".

Il Metternich fu uno dei principali negoziatori durante il Congresso di Vienna, in quel contesto espresse la sua ideologia politica che vedeva lo stato nazionale e la monarchia asburgica in particolare come confederazione di più entità locali dotate di una grande autonomia dallo stato centrale.


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