domenica 27 luglio 2014

La lamina di Agilulfo al Museo Nazionale del Bargello di Firenze

Al Museo Nazionale del Bargello di Firenze è conservato uno dei reperti più importanti dell'arte longobarda, la cosiddetta lamina di Agilulfo. Si tratta di una lamina in bronzo finemente lavorata a sbalzo e dorata, datata tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo. L'opinione comune degli studiosi, salvo qualche eccezione, è che si tratti di un frontale d'elmo da parata per celebrare le vittorie del sovrano longobardo marito di Teodolinda.

In realtà questa tesi è secondo me da confutare, i Longobardi come tutti i popoli nordici, in tutte le loro realizzazioni si attengono sempre ad un rigido funzionalismo, la lamina mal si presterebbe ad adattarsi ad un qualsiasi elmo anche perché si tratta di una lamina piatta, inoltre i fori tutt'intorno alla lamina non sembrano trovare un logica in questo utilizzo. Secondo me la funzione dell'oggetto è un'altra e la si può ricavare facilmente dalla raffigurazione stessa.

La figura seduta centrale rappresenta Agilulfo, come riportato nella scritta punzonata alla sinistra e alla destra della testa del sovrano longobardo D(omi)N(o)/AG/IL/V(lf)/REGI, di fianco al sovrano due arimanni nella caratteristica armatura con lancia (gaire) e scudo umbonato (skild), ai due estremi della lamina sono rappresentate due torri, simboleggiano i presidi longobardi ai due punti cardinali del regno longobardo, da queste due simmetricamente convergono al centro della scena due figure precedute da una vittoria alata che con una mano trasporta il labaro con la scritta VICT/VRIA e, nell'altra mano un corno potorio per brindisi rituale tipico della tradizione germanica (vedi Symbel), le due figure portano ciascuna corone (potere) e danari (tributi) che sono il diretto risultato della politica di Agilulfo che stabilì a oriente un accordo di pace e alleanza con gli Avari (Unni) in chiave anti-bizantina, ed a occidente la tregua con i Franchi Merovingi in Austrasia, i nemici di sempre.

In sintesi nuova ricchezza che giunge nelle casse del regno grazie alla illuminata politica estera di Agilulfo che aveva messo in sicurezza le frontiere del regno. Questo ci spiega la funzione della lamella che doveva essere la decorazione del coperchio di una cassetta lignea per la raccolta dei tributi in moneta, donata ai funzionari di alto rango del re cui era demandata l'amministrazione della giustizia e la riscossione dei tributi e delle multe.

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venerdì 25 luglio 2014

Il padre dell'archeologia sui Longobardi: Otto von Hessen

Otto von Hessen (1937-1998)
Archeologo
Un grande impulso alla ripresa degli studi sull'alto medioevo e sui Longobardi in particolare fu dato dall'archeologo italo-tedesco Otto von Hessen. I Longobardi, popolo di stirpe germanica che dominò la penisola per quasi due secoli e a cui si deve il primo re d'Italia, furono in realtà dimenticati per molto tempo, relegati più alla sfera delle curiosità che delle cronache storiche. La storiografia ufficiale ha sempre considerato l'altomedioevo un periodo oscuro di basso interesse privilegiando altri periodi storici: il periodo classico ed il Rinascimento. Questo atteggiamento della storiografia mainstream si intensificò particolarmente dopo il processo unitario, allorquando occorreva creare un'immagine di una nazione coesa con un'eredità culturale condivisa e specifica. E quindi occorreva non dare troppo risalto a questi scomodi ancestori. Come aveva a dire il d'Azeglio: "Pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani" e quanto è vero questo ancora oggi, dopo centocinquant'anni.

Otto von Hessen (Roma, 3 giugno 1937 - Hannover, 3 gennaio 1998) fu il terzo figlio della principessa Mafalda di Savoia e del Langravio Filippo d'Assia. Dopo un'infanzia molto dura segnata dai drammi della guerra e dalla perdita precoce della mamma, Otto frequentò l'Università di Monaco di Baviera, specializzandosi nelle arti applicate dell'alto medioevo. A partire dagli anni sessanta si fece promotore di campagne di scavo in Italia concentrandosi in particolar modo sulla ceramica longobarda di cui fece un dettagliato inventario. Nel 1976 scrisse un articolo sulle armi longobarde conservate presso il Museo Stibbert di Firenze di cui nel 1983 elaborò il catalogo della collezione altomedievale. Fu professore di archeologia medievale presso l'Università degli Studi di Pisa e successivamente alla Ca' Foscari di Venezia.

Assai corposa la bibliografia di Otto von Hessen mi preme evidenziare come l'archeologo italo-tedesco si sia occupato sin dal '66 della necropoli longobarda di Fiesole della quali proprio in questi mesi si celebra, e con grande successo, la bellezza in una mostra ospitata nel Museo Civico Archeologico: "Die langobardischen Grabfunde aus Fiesole bei Florenz, München 1966, pp. 6-19".

Elenco delle pubblicazioni di Ottone D’Assia (Otto von Hessen)

1) Una tomba di guerriero longobardo proveniente dalla cappella di S. Germano in Borgo d’Ale, “Bollettino della Società piemontese di archeologia e belle arti”, n.s. 1962/63, pp. 23-37.

2) I nastri decorativi aurei della ricca tomba femminile longobarda di Torino-Lingotto, “Bollettino della Società piemontese di archeologia e belle arti”, n.s. 1962/63, pp. 32-34.

3) Die Goldblattkreuze aus der Zone nordwärts der Alpen, in Problemi della civiltà e dell’economia longobarda, biblioteca della rivista “Economia e Storia”, n. 12 (1964), pp. 199-226.

4) Reperti provenienti da Cividale nel Museo Preistorico Statale di Monaco di Baviera, “Memorie Storiche Forogiuliesi”, XLV (1962/64), pp. 253-254.

5) Un ritrovamento bavaro del VII secolo da Brescia, “Commentari dell’Ateneo di Brescia”, 1964, pp. 171-180.

6) Die Funde der Reihengräberzeit aus dem Landkreis Traunstein. Kataloge der Prähistorischen Staatssammlung München, Heft 7, Kallmünz 1964.

7) I rinvenimenti di Offanengo e la loro esegesi, “Insula Fulcheria”, n. 4 (1965), pp. 27-77.

8) Zwei goldene langobardische Riemenbesatzstücke aus Reggio Emilia, “Germania”, n. 44 (1966), pp. 402-404.

9) Die langobardischen Grabfunde aus Fiesole bei Florenz, München 1966, pp. 6-19.

10) Tre croci in lamina d’oro andate perdute e provenienti dai dintorni di Pavia, “Bollettino della Società Pavese di Storia Patria”, 49 (1967), pp. 85-95.

11) Die Goldblechscheiben aus Feldkirken und verwandte Funde, “Bayerische Vorgeschichtsblätter”, 33 (1968), pp. 110-116.

12) I ritrovamenti barbarici nelle Civiche Raccolte veronesi del Museo di Castelvecchio, Verona 1968.

13) Die langobardische Keramik aus Italien, Wiesbaden 1968.

14) A proposito della ceramica longobarda in Italia, in Atti del Convegno di Studi longobardi (Cividale-Udine), Udine 1970, pp. 91-94.

15) La necropoli longobarda dalle tombe in fila della zona di Ciringhelli, Povigliano, Provincia di Verona, “Memorie Storiche Forogiuliesi”, LLIX (1969), pp. 95-99.

16) Durchbrochene italisch-langobardische Lanzenspitzen, “Frühmittelalterische Studien”, 5 (1971), pp. 37-41.

17) Zwei byzantinische Grabfunde aus Sizilien, “Bayerische Vorgeschichtsblätter”, 36 (1971), pp. 333-338.

18) A proposito della ceramica nel periodo delle migrazioni nell’Europa centrale e meridionale, in Atti della XVIII settimana di Studi: artigianato e tecnica nella società dell’altomedioevo occidentale (Spoleto 2-8 aprile 1970), Spoleto 1971, vol. II, pp. 749-764 (Discussione sulla lezione di O. d’Assia alle pp. 779-782).

19) Primo contributo all’archeologia longobarda in Toscana, “Accademia di Scienze e Lettere la Colombaria”, Studi XVIII, Firenze 1971.

20) Die langobardischen Funde aus dem Graberfeld von Testona (Moncalieri/Piemont), “Accademia di Scienze e Lettere di Torino”, serie IV, n. 23 (1971).

21) Ein verschollenes langobardisches Goldblattkreuz, in Studi in onore di Ottorino Bertolini, 1972, pp. 431-433.

22) I ritrovamenti longobardi di Leno, “Memorie Storiche Forogiuliesi”, LIII (1973), pp. 73-80.

23) Notiziario degli scavi longobardi 1971-1972, “Memorie Storiche Forogiuliesi”, LIII (1973), pp. 159-161.

24) I ritrovamenti longobardi della Tuscia, in Atti del V Congresso Internazionale di studi sull’alto medioevo (Lucca, 3-7 ottobre 1971), Spoleto 1974, pp. 555-567.

25) Reperti longobardi di Pisa, “Antichità Pisane”, n. 1 (1974), pp. 7-11.

26) Schede di archeologia longobarda in Italia: il Piemonte, “Studi Medievali”, XV (1974), pp. 498-506.

27) Nuovi ritrovamenti longobardi in Italia, in Atti del Convegno Internazionale sul tema: la civiltà dei Longobardi in Europa (Roma/Cividale del Friuli, 24-28 maggio 1971), Roma 1974, pp. 388-405.

28) Schede di archeologia longobarda in Toscana. Parte IV: la Toscana, “Studi Medievali”, III, serie IV, 2° (1974), pp. 1124-1128.

29) Byzantinische Schnallen aus Sardinien im Museo Archeologico zu Turin, in Festschrift für Joachim Werner zum 65. Geburtstag, München 1974, pp. 545-557.

30) Secondo contributo all’archeologia longobarda in Toscana, “Accademia di Scienze e Lettere la Colombaria”, Studi XLI, Firenze 1975.

31) Ancora sulle crocette in lamina d’oro, “Quaderni Ticinesi di Numismatica e Antichità Classiche”, 4 (1975), pp. 283-293.

32) Reperti di età longobarda dagli scavi di Santa Reparata, “Archeologia Medievale”, 2 (1975), pp. 211-214.

33) Rapporto sul Simposio “Le crocette in lamina d’oro”, “Notiziario di Archeologia Medievale”, marzo 1975, pp. 20-22.

34) Langobardische Goldblattkreuze aus Italien, in Die Goldblattkreuze des frühen Mittelalters, “Veröffentlichungen des alamannischen Instituts”, 37 (1975), pp. 113-122.

35) Langobardische Funde aus Sardinien, “Archäologisches Korrespondenzblatt”, 5 (1975), pp. 147-148.

36) Le armi longobarde nel Museo Stibbert di Firenze, “Atti e Memorie dell’Accademia Toscana la Colombaria”, 41 (1976), pp. 107-113.

37) Zwei bedeutende langobardische Funde aus Trezzo sull’Adda, “Archäologische Korrespondenzblatt”, 3 (1976), pp. 243-245.

38) Necropoli altomedievale a Nocera Umbra, “Notiziario di Archeologia Medievale”, giugno 1976, pp. 26-27.

39) Sull’espressione “barbarico”, “Archeologia Medievale”, III (1976), pp. 485 ss.

40) Il tesoro di Galognano (in collaborazione con C.A. Mastrelli e W. Kurze), (Centro per lo studio delle civiltà barbariche in Italia), Firenze 1977, pp. 7-30.

41) Il cimitero altomedievale di Pettinara-Casale Lozzi (Nocera Umbra), “Quaderni del Centro per il collegamento degli studi medievali e umanistici nell’Università di Perugia”, 3 (Firenze, 1978).

42) Cultura materiale presso i Longobardi, in I Longobardi e la Lombardia. Saggi, Milano 1978, pp. 261-267.

43) Considerazioni sull’anello di Rodchis proveniente dalla Tomba 2 di Trezzo sull’Adda, “Quaderni Ticinesi di Numismatica e Antichità Classiche”, VII (1978), pp. 267-273.

44) Die völkerwanderungszeitlichen Gräberfelder von Nocera Umbra, in AA.VV., Problemi seobe naroda u karpatskoj kotlini, Novi Sad 1978, pp. 83-89.

45) Fibbia in bronzo dell’Alto Medioevo proveniente da Roccelletta di Borgia-Scolacium, “Notizie dal Chiostro del Monastero Maggiore”, XXI-XXII (1977), pp. 47-48.

46) Die Langobarden in Pannonien und Italien, in Propyläen Kunstgeschichte, Supplementband IV: Die Kunst der Wolkerwanderungszeit, a cura di H. Roth, Berlin 1979, pp. 163-179.

47) Intervento alla Tavola rotonda del 6° Congresso Internazionale di Studi sull’alto medioevo (Milano 21-25 ottobre 1978), Spoleto 1980, pp. 55-57.

48) Alcuni aspetti della cronologia archeologica riguardante i Longobardi in Italia, in Atti del 6° Congresso Internazionale di Studi sull’alto medioevo (Milano 21-25 ottobre 1978), Spoleto 1980, pp. 13-30.

49) Ein “awarisches” Frauengrab aus er Provinz Reggio Emilia, “Archaologisches Korrespondenzblatt”, 10 (1980), p. 343 ss.

50) Gioielli Franchi della collezione Carrand, “Lo specchio del Bargello”, 1, Firenze 1981.

51) Ritrovamenti longobardi nel Museo Nazionale del Bargello, “Lo specchio del Bargello”, 5, Firenze 1981.

52) Alcune osservazioni sulla tomba 185 di Villa Clelia, “Studi romagnoli”, XXIX (1978, ma 1980), pp. 457-460.

53) I reperti longobardi del territorio di Verona, in Atti del Convegno Verona in età gotica e longobarda (Verona, 6-7 dicembre 1980), Verona 1982, pp. 299-303.

54) Ein bedeutendes Frauengrab des 6. Jahrhunderts aus Imola, “Archäologisches Korrespondenzblatt”, XI (1981), 3, pp. 251-254.

55) Schema per una relazione su “alcune oreficerie bizantine”, in XXIX Corso di Cultura sull’arte ravennate e bizantina (Ravenna, 18-27 aprile 1982), Ravenna 1982, pp. 23-29.

56) Anelli a sigillo longobardi con ritratti regali, “Quaderni Ticinesi di Numismatica e Antichità Classiche”, XI (1982), pp. 305-312.

57) Guarnizioni di una cintura medievale provenienti dai dintorni di Messina, in Aparchai. Nuove ricerche e studi sulla Magna Grecia e la Sicilia antica in onore di Paolo Enrico Arias, Pisa, 1982, pp. 753-755.

58) Testimonianze archeologiche longobarde nel ducato di Spoleto, in Atti del IX Congresso Internazionale di Studi sull’Alto Medioevo (Spoleto, 27 settembre-2 ottobre 1982), Spoleto 1983, pp. 421-428.

59) Langobardische Königssiegel aus Italien, “Frühmittelalterliche Studien”, XVII (1983), pp. 148-152.

60) Il materiale altomedievale nelle collezioni Stibbert di Firenze, “Ricerche di Archeologia Altomedievale e Medievale”, 7, Firenze 1983.

61) Il bacile romanico da Empoli, “Quaderni dell’insegnamento di archeologia medievale ella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena”, vol. IV, Firenze 1984.

62) Il rituale funerario longobardo e i rinvenimenti di Nocera Umbra, in Il territorio nocerino tra protostoria e altomedioevo (cat. mostra Nocera Umbra, 8 giugno-15 settembre 1985), Firenze 1985, pp. 106-125.

63) La tomba di un nobile longobardo a Castelvint, “Archivio Storico di Belluno-Fltre Cadore”, LVI (1985), pp. 3-14.

64) Considerazioni sul ritrovamento di Trezzo, in La necropoli longobarda di Trezzo sull’Adda, “Ricerche di Archeologia Altomedievale e Medievale”, 12/13, Firenze 1986, pp. 163-167.

65) I Longobardi in Pannonia e in Italia, in Arte e storia del medioevo in Italia, Roma 1987, pp. 23-28.

66) Archäologische Zeugnisse der Langobarden in Italien, in Archäologische Zeugnisse der Langobarden von der Unterelbe nacht Italien (cat. mostra, Hamburg 1988), a cura di R. Busch, Hamburg 1988, pp. 75-88.

67) Sei linguette in ferro ageminato da cintura, in Gli scavi del 1953 nel piano di Carpino (Foggia). Le terme e la necropoli altomedievale della villa romana di Avicenna, a cura di C. D’Angela, Taranto 1988, pp. 147-148.

68) Oggetti di legno dell’alto medioevo, in XXXVII Settimana di Studi del centro italiano sull’Altomedioevo (Spoleto, 30 marzo-5 aprile 1989), Spoleto 1990, pp. 257-260.

69) Frontale d’elmo di Valdinievole, Il costume maschile, Il costume femminile, Tecniche di lavorazione, Il processo di acculturazione, in I Longobardi (cat. mostra Cividale del Friuli-Passariano 2 giugno-6 novembre 1990), Milano 1990, pp. 96 e 178-223.

70) Castel Trosino, in Enciclopedia dell’arte medievale, vol. IV, Milano 1993, pp. 382-283.

71) Testimonianze archeologiche longobarde nel Ducato di Spoleto, in Umbria longobarda. La necropoli di Nocera Umbra nel centenario della scoperta (cat. mostra, Nocera Umbra 27 luglio-10 gennaio 1997), Roma 1996, pp. 131-134.

72) Reperti dell’Alto Medioevo provenienti dalle Alpi, in Gli ori delle Alpi (cat. mostra, Trento 20 giugno-9 novembre 1997), Trento 1997, pp. 193-196.

Nota di redazione

Quando il prof. Ottone d’Assia mi ha consegnato la sua bibliografia, nell’elenco numerato dall’autore, mancavano solo i suoi ultimi lavori e pochi riferimenti interni ai titoli delle opere; mi sono limitata, quindi, a completare quanto era rimasto insoluto. È stata una scelta di rispetto per l’uomo e per lo studioso conservare, nella sequenza, già predisposta cronologicamente, la numerazione che affianca i singoli titoli, elemento che tra l’altro facilita la ricerca e la memorizzazione dei testi. L’alternativa sarebbe stata suddividere gli scritti per anni. Mi è piaciuto anche mantenere il suo nome tradotto nelle versioni italiana e tedesca, così come era stato voluto dallo studioso, sempre cosciente di appartenere culturalmente e umanamente a due paesi e a due culture.

Marina De Marchi

Fonte: Società degli Archeologi Medievisti Italiani

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giovedì 24 luglio 2014

Arj la radice linguistica del guerriero

Carro da guerra Ittita
Nomen omen, si dice che il destino sia scritto nel nome: all'alba della storia fece la sua comparsa un popolo di guerrieri. Gli Arii erano una popolazione nomade di origine indo-iranica, originaria delle vaste pianure dell'Asia centrale, che nel II millennio a.C., probabilmente a causa di bruschi cambiamenti climatici, penetrarono nel subcontinente indiano invadendo la valle dell'Indo e dando origine alle lingue indoeuropee. Molti studiosi mettono in relazione queste popolazioni con la cultura di Andronovo che si sviluppò in Asia centrale durante l'età del bronzo (2000 -1200 a.C.). Gli Arii erano caratterizati dall'aplogruppo genetico Y-DNA R1b, a tal proposito si vedano anche i post: Il nome indoeuropeo della notte e Alle origini dell'aplogruppo R1b.

Il loro nome deriva da una radice linguistica (morfema) che ritroviamo nel sanscrito: ar (andare avanti) + j (diritto), nella lingua sanscrita troviamo questa radice in molte parole: अर्जति { अर्ज् } arjati (procurarsi, acquisire, guadagnare); आर्जयति { अर्ज् } arjayati (accumulare), arja (signore, nobile, onorevole).

Questi popoli si caratterizzavano per il loro comportamento aggressivo nei confronti delle altre popolazioni, addomesticarono il cavallo e lo utilizzarono per la guerra, inventarono il carro da guerra dal quale un arciere poteva scoccare micidiali dardi in movimento. Essi furono l'incubo delle popolazioni di agricoltori che erano il principale bersaglio delle loro scorrerie. Il loro avvento fu l'avvento della loro lingua: moltissime sono le parole che hanno una radice comune proto-indoeuropea, in un precedente post abbiamo visto come questo sia riscontrabile nella parola "notte". Oggi ritroviamo la radice linguistica proto-indoeuropea arj in molte parole come il gotico arjan che significa aratro; nell'antico norvegese (Old Norse) erja, aratro, nell'antico sassone aran che significa raccolto, all'origine del tedesco ernten, raccogliere i frutti e dell'inglese earn, guadagnare. 

La radice linguistica arj ha influenzato anche le lingue classiche infatti la ritroviamo nel greco aristos, il più forte, il più nobile, il migliore, eccelente ( da cui l'italiano arista), nel latino ars, artis, disposizione naturale, talento, arte, e artifex, artefice, artista.

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domenica 20 luglio 2014

Mappa comparativa degli aplogruppi Y-DNA di origine germanica in Italia

Ecco un riepilogo dei principali aplogruppi Y-DNA di origine germanica in Italia, la cui presenza è attribuibile alle migrazioni del V - VI secolo, si tratta di uno dei principali processi migratori verso la nostra penisola dai paesi del Nord Europa. Parlo quindi di spostamenti di popoli che sono arrivati in Italia per stabilirvisi, dopo la caduta dell'impero romano d'occidente.

Gli aplogruppi Y-DNA in questione sono i seguenti:

  • R1b-U106
  • R1b-L21
  • I1
  • I2a2
Diffusione aplogruppi di origine germanica in Italia
Fonte: Eupedia.com
Le mappe, sicuramente ancora incomplete e basate su un campione esiguo di test, comunque evidenziano una maggiore concentrazione nelle regioni dell'Italia centro-settentrionale, notevoli sono gli hot-spot in Sicilia orientale e entroterra salernitano (che sono compatibili con presenze normanne e longobarde (Principato di Salerno) di cui rimangono importanti tracce genetiche.

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martedì 15 luglio 2014

Origine del cognome Ferrari

Se mi arrendessi al pensiero dominante, questo è un post che non dovrei scrivere, tanto è diffusa e pacifica l'idea che il cognome Ferrari e tutte le sue varianti derivino dal latino fèrrum e che il cognome identificasse coloro che anticamente facevano il mestiere di fabbro.

Eppure l'istinto mi dice che le cose non stiano proprio così. La lingua italiana NON DERIVA direttamente dal latino, ma attraverso la mediazione delle parlate germaniche dei barbari. Non deve quindi sembrare strano trovare nel portale wikiling i termini germanici ferrai, ferro e ferero che significano lontano, inglese far, tedesco fern, seguendo l'evoluzione diacronica delle lingue germaniche approdiamo all'alto tedesco antico fer aggettivo, lontano e ferro avverbio, da lontano.

Il diffuso cognome italiano potrebbe avere una origine longobarda ad identificare tutti coloro che facevano parte di questi clan allargati con un organizzazione di tipo militare che i Longobardi chiamavano nella loro lingua Fare (latino Farae) e la cui radice è quella che abbiamo detto da cui il tedesco moderno fahren = viaggiare, quindi Ferrari da Farari, interessante anche l'analogia con l'antico inglese fǣr, fēr, l'antico frisone fēra = condurre, guidare sempre dalla stesso etimo germanico, da cui anche il verbo tedesco führen. Le forme più antiche del cognome Ferrer (fērer = condottiero) tedesco moderno Führered il tipico piemontese Ferrero sembrerebbero avvalorare questa ipotesi.

All'epoca delle migrazioni dei popoli (völkerwanderung) l'Italia era una meta molto ambita, cognomi come Ferrari, Ferrero, Ferrali, Ferragni identificavano persone che venivano da lontano ossia dai paesi del Nord Europa. La risposta a questa mia ipotesi è contenuta nel DNA di tutti coloro che si chiamano così, quindi consiglierei a tutti i Ferrari maschi di fare il test del cromosoma Y-DNA per la verifica dell'aplogruppo presso FTDNA e di pubblicare i propri dati (in forma anonima), magari creando un progetto ad hoc, servirebbe moltissimo per capire la composizione genetica del paese.

La distribuzione geografica del cognome ricalca le aree di espansione germanica che corrispondono anche agli hot spot per l'aplogruppo R1b (vedi link)

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martedì 1 luglio 2014

Le origini dei Longobardi

Negli scritti di Paolo Diacono si parla della migrazione dei Longobardi dal Nord Europa all'Italia, in questo post cercheremo di ripercorrere le tappe di questo processo migratorio facendo corrispondere ai nomi usati dallo storico longobardo dei luoghi reali. I Longobardi, stirpe germanica settentrionale, furono un popolo molto importante per quanto riguarda la composizione genetica non solo dell' Italia Settentrionale e della Toscana, ma anche di alcune regioni dell'Austria, in particolare il Tirolo: i primi austriaci furono Longobardi! Anche se oggi la loro eredità genetica è concentrata nella parte occidentale del paese.

le barene di sabbia dello Jutland
Scadanan: Tutti concordano con l'indicare questo toponimo con la parola Scandinavia, sono giunto alla convinzione che non si tratti però della regione svedese della Scania, piuttosto dello Jutland danese il cui nome è stato poi utilizzato per tutta la regione del nord Europa. Con la parola "Scadanan", distruzione Paolo Diacono si riferiva alla geo-morfologia delle coste danesi caratterizzate da un'elevata erosione che nei secoli ha portato il mare a mangiarsi una parte di esse.
La parola Scadanan è molto simile alla parola lituana skadinti che significa annegare. Questa penisola, la Chersonesus Cimbrica degli antichi è stata più volte nella storia teatro di terribili inondazioni, costringendo le tribù che vi abitavano ad emigrare verso zone più sicure. L'abbondanza di acqua fluviale nel Baltico specialmente durante lo scioglimento dei ghiacci e delle nevi in primavera provoca una corrente in uscita attraverso il canale chiamato Kattegat. Il prolungarsi dei venti di nord-ovest in concomitanza con le alte maree primaverili, provoca l'innalzamento dell'Atlantico, sospingendo l'acqua nel Baltico provocando terribili inondazioni nelle isole dell'arcipelago danese. Resoconti scritti nel corso degli ultimi dieci secoli attestano la spoliazione dei promontori della costa danese. L'isolamento temporaneo della parte settentrionale dello Jutland si è verificata non meno di quattro volte nella memoria storica, avendo così spesso aperto una breccia attraverso le barene di sabbia: il Limfjord. Questo fiordo è lungo 180 chiliometri comprese le sue insenature e collega il Mare del Nord col Baltico. L'ultima separazione della parte settentrionale dello Jutland dal resto della Penisola cimbrica è avvenuta con l'inondazione del 1825.

Scoringa: Come scrive Paolo Diacono nella Historia Langobardorum, i Longobardi usciti dalla Scandinavia (Jutland) - l'uso del verbo egressus rende l'idea di uscire da una  penisola stretta e lunga - arrivarono in una regione chiamata Scoringa. Questa regione corrisponde ai territori in prossimità della foce della Vistola, il germanico skur significa scroscio, temporale, il toponimo si riferisce ai frequenti acquazzoni che hanno luogo in questa regione dove rimangono alcuni toponimi ancora oggi come la città di Skórcz [skurt͡ʂ] (tedesco: Skurz). Un altro toponimo che potrebbe essere stato influenzato dalla presenza longobarda in Prussia orientale è quello di Barten (dal 1945 Barciany) e quello di Bartenstein (dal 1945 Bartoszyce)  nella zona dei Laghi Masuri. Sembrerebbe quindi che i Longobardi abbiano seguito la stessa tappa migratoria dei Vandali, anch'essi provenienti dalle coste danesi, con i quali infatti entrarono in collisione nell'attuale Polonia.

La Landa di Luneburgo
Golanda (I - IV sec.): La presenza dei Longobardi lungo il basso corso dell'Elba è documentata dalla seconda metà del I sec. d.C. non solo da documenti storici come le opere di Tacito, ma anche dal ritrovamento di molti reperti archeologici che ne attestano la presenza per alcuni secoli. Nella toponomastica è rimasto il nome della regione storica del Bardengau, oggi Bardowick, che oggi si chiama Landkreis Lüneburg in Bassa Sassonia dove si trova la Landa di Luneburgo, oggi quest'area è caratterizzata da una vegetazione a landa, ma nel periodo in cui vi risiedettero i Longobardi doveva essere coperta di fitte foreste che sono poi state abbattute successivamente, in epoca medievale. 

Rugilandia (489-548): si tratta di una regione nella Bassa Austria, nel IV secolo dimora del popolo dei Rugi, nel 487 il re dei Rugi Feleteo fu sconfitto da Odoacre re degli Eruli che saccheggiò la regione e fece molti prigionieri che riportò in Italia. I Longobardi ne approfittarono e la occuparono l'anno successivo abbandonando la zona dell'Elba. Fu in Rugilandia che i Longobardi si convertirono all'Arianesimo.

il Marchfeld in Bassa Austria
Feld: Dopo Rugilandia i Longobardi si stabilirono per tre anni nel Feld che dovrebbe corrispondere alla piana della Morova (Marchfeld) nella Bassa Austria tra Vienna e Bratislava.

Pannonia (526-568): Successivamente i Longobardi si spostarono in Pannonia, l'attuale Ungheria, dove entrarono in contatto con i Gepidi, una tribù di stirpe gotica, per sconfiggerli si allearono con gli Avari e li sconfissero nella battaglia di Asfeld. Il primo di Aprile del 568 i Longobardi partirono in massa dalla Pannonia per invadere l'Italia.


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