martedì 23 settembre 2014

Ashkenaziti, Khazari, Goti di Crimea e l'aplogruppo R1b-L21

I Longobardi non erano l'unico popolo di cui è stata descritta da fonti storiche certe l'immunità alla Peste come abbiamo visto nel post sulla Peste di Giustiniano. Secondo le cronache un altro popolo si dimostrò immune alla Peste Nera che sconvolse l'Europa del XIV secolo, gli Ebrei. Quando nel 1348 arrivò la Peste in Europa cominciò a circolare la notizia che fossero proprio gli Ebrei ad avvelenare i pozzi provocando così la diffusione del morbo che avrebbe ridotto di un terzo l'intera popolazione europea e che essi ne fossero immuni. Mentre la prima notizia era falsa la seconda potrebbe avere un certo fondamento. Probabilmente il fatto di vivere nel ghetto, un ambiente circoscritto e protetto e di sottostare a rigide regole alimentari impedì il diffondersi della malattia nelle comunità ebraiche, ma potrebbe anche esserci un'altra ragione questa volta legata alla genetica delle popolazioni ed alla diffusione del gene mutato CCR5-delta32 abbastanza frequente in alcuni aplogruppi nordici.

Alcuni studi, nell'intento di giustificare recenti evidenze genetiche propongono una discendenza davidica per l'aplogruppo R1b-L21, secondo questi studi tutti coloro che appartengono a questo aplogruppo sarebbero discendenti diretti per via paterna della tribù di Giuda. Alcuni risultati nella banca dati di Ftdna vanno in questa direzione: alcune persone di origine ashkenazita in Polonia e Lituania effettivamente appartengono all'aplogruppo R1b-L21*, l'asterisco significa che si tratta di una subclade terminale, quindi una delle firme genetiche più antiche per questo aplogruppo che possiamo catalogare come celto-germanico o celto-atlantico: è l'aplogruppo più diffuso in Irlanda e Bretagna, ma è anche comune lungo le coste della Norvegia, quindi un aplogruppo sicuramente nordico che fu diffuso anche da Vichinghi e Normanni, vedi le corrispondenze in Sicilia occidentale.

La firma genetica per questi Ashkenaziti presenta alcuni marker caratteristici: 388=11, 392=14, 459b=9, and 464c=15. Il Prof. Anatole Klyosov determinò che tutti questi aplotipi avevano 8 mutazioni a 25 marker e 14 mutazioni a 37 marker collocando il loro comune ancestore a 650±240 anni fa (25 marker) o 550±160 (37 marker), un ancestore che quindi visse nel XIV-XV secolo quando l'Europa fu spopolata a causa della Peste Nera e gli Ebrei ritenuti responsabili del contagio furono perseguitati e costretti ad emigrare in Lituania e Polonia che offrirono loro protezione.

Secondo alcuni studiosi questi Ashkenaziti sono i discendenti dei Khazari, un popolo di origine caucasica convertitosi all'ebraismo che nel VI secolo viveva lungo le coste del Mar Nero, in Crimea in un'area corrispondente grossomodo all'attuale Ucraina. Dei Khazari non si parla molto nei libri di storia, eppure furono un popolo importante che costituì un potente baluardo alla pressione verso occidente di Unni, Mongoli e dell'Islam. Un cronista arabo li descriveva come un popolo che viveva al nord della terra, il loro paese era freddo e umido. Di conseguenza la loro pelle era bianca, gli occhi blu, i capelli lunghi e rossicci, di corporatura tarchiata e di natura fredda e selvaggia.

Proprio le stesse aree erano state occupate dai Grutungi o Greutungi chiamati poi Ostrogoti che secondo lo storico del VI secolo Giordane costituirono un grande regno sul Mar Nero dal III al IV secolo dando luogo alla cosiddetta Cultura di Černjachov. Se è vero che la lingua gotica fu parlata in Crimea tra il IX ed il XVIII secolo e anche vero che proprio in Crimea e attorno al Mar Nero rimasero alcune tribù gotiche che non parteciparono alle migrazioni verso l'impero romano. I Goti di Crimea furono descritti come un popolo incline alla guerra che nel V secolo abitavano molti villaggi. Teodorico il Grande non riuscì a convincerli a seguirlo per l'avventura italiana così queste divennero le meno conosciute ma paradossalmente anche le più longeve tra tutte le comunità gotiche di cui abbiamo però frammentarie notizie storiche.

I Khazari si sovrapposero al regno dei Goti e formarono una confederazione multietnica composta da una trentina di distinti gruppi etnici raggruppati in due caste, quella dei Khazari bianchi e quella dei Khazari neri. Essi costituirono un importante impero commerciale sfruttando le grandi vie d'acqua che collegavano il Mar Nero all'Europa settentrionale ed i traffici marittimi col mediterraneo. Attorno all'VIII secolo le classi dominanti di questo popolo si convertirono al giudaismo mentre il popolo professava più credi religiosi: pagani, cristiani, musulmani. La teoria secondo la quale gli Ashkenaziti sono discendenti dei Khazari non è universalmente accettata, ma la partecipazione di gruppi tribali gotici alla confederazione dei Khazari credo sia verosimile e potrebbe dare una spiegazione all'R1b-L21 tra gli Ashkenaziti. Essendo le comunità ebraiche molto chiuse è possibile che questi antchi aplogruppi gotici siano arrivati ai nostri giorni senza ulteriori mutazioni genetiche.Viceversa se la discendenza degli Ashkenaziti dai Khazari non fosse vera, allora non sarebbe facile spiegare come questo aplogruppo tipicamente nordico possa provenire dal Medio Oriente.

Nel 1999 alcune monete persiane e arabe furono trovate nell'isola svedese di Gotland, probabilmente la terra di origine dei Goti, tra le quali una moneta Khazara con su la la scritta in arabo Mosè è il profeta di Dio Anno 507 dell'egira (XI secolo).

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lunedì 22 settembre 2014

La storia della regina Teodolinda (Parte 3)


Autari e Teodolinda vivevano felici nel loro castello di Pavia. Autari, a causa delle lunghe guerre, stava via molto tempo e Teodolinda rimaneva sola. Quando lui era lontano da casa, di sera negli accampamenti, dopo aver dato gli ultimi ordini ai suoi soldati, si appartava, si sedeva sotto un albero e pensava a lei. Lei andava sui bastioni del castello e pensava a lui. In quei momenti si parlavano con il cuore sentendo così, la mancanza l’uno dell’altro meno dolorosamente. L’amore per Teodolinda gli aveva riscaldato il cuore al punto che aveva perfino fatto un tentativo di pace con i Franchi, mandando un’ambasceria a Guntranno il loro nuovo re. Dei suoi fedelissimi soldati, aveva mandato Riccardo e Federico, purtroppo però non aveva potuto conoscere l’esito di quel viaggio perché due giorni dopo era dovuto partire per Benevento. Là, aveva conquistato territori, estendendo così il regno fino a Reggio Calabria. Per quell’impresa era stato via tre mesi, ma ora, finalmente, stava tornando verso casa.

Autari cavalcava silenzioso alla testa dei suoi soldati. La truppa, attraversato il passo appenninico, si trovò finalmente di fronte la vasta Pianura Padana.

L’afa formava all’orizzonte una nebbiolina tremolante e il sole picchiava forte. Proseguirono per circa due ore, quando Autari, vedendo che i cavalli non ce la facevano più e i suoi soldati erano esausti, decise di fermarsi vicino ad un torrente appena dopo la città di Placentia. Qui notò una donna vecchia che sembrava una mendicante.

-­ Tu sei il mio re.-­ disse la donna sorridendo.

-­ Sì, donna-­ rispose lui sorpreso, e si guardarono in silenzio per qualche istante. Jacopo, dalle da mangiare-­ .

La vecchia sorrise e gli disse -­ Che Dio ti benedica, giovane Autari. Corri, corri veloce, lei ti sta aspettando vicino dove si sposano i due grandi fiumi. Va, che per lei non ti rimane molto tempo-­ .

Autari subito non credette a quella donna ma sentì ugualmente che doveva andare più veloce che mai, così si mise a galoppare lasciando indietro la sua truppa. Mentre cavalcava, però, gli tornavano alla mente le ultime parole della vecchia: era un brutto presagio? Attraversò veloce campi, torrenti, paludi e paesi ed arrivò presto dove il Po si unisce con il Ticino vicino a Pavia.

Vide Teodolinda da lontano e il cuore gli cominciò a battere forte: la lunga chioma era sciolta sulle spalle e fermata in alto da un diadema di perle nere, una tunica di leggerissimo tessuto orientale lasciava trasparire appena le sue belle forme. Era sorridente e accarezzava il suo cavallo al pascolo. Per vederla ancora un attimo così bella, Autari si nascose dietro ad un albero e la spiò fino a quando non fece muovere una fronda. Lei si voltò di scatto. Autari allora uscì da dietro l’albero e a lei si illuminò il viso. Si strinsero forte in un lungo e silenzioso abbraccio.

Tornarono al castello e, dopo i festeggiamenti si ritirarono sui bastioni. Qui lei aveva fatto portare un grosso pagliericcio. Lei si sedette e lui appoggiò la testa sul suo grembo.

-­ Ora che il nostro regno arriva fino a Reggio-­ disse Autari -­ ...ed è abbastanza forte, siamo in grado di trattare la pace con i Franchi. Quali notizie da Riccardo e Federico? Sono già tornati da Guntranno?-­

-­ Sono tornati, ma sono già ripartiti a sedare una piccola rivolta a Cividale.-

-­ Ebbene, cos’ha risposto? Ci ha concesso la pace?-­

Nonostante la dolcezza della moglie, Autari fremeva perchè voleva sapere com’era andata l’ambasceria al re dei Franchi, cosa aveva risposto e che tipo era. Ma Teodolinda, che conosceva bene il marito, giocava con questo suo difetto e faceva apposta a ritardargli la notizia.

-­ Insomma, ne va del nostro regno!-­‐ disse Autari innervosito. Ma poi si rese conto che, in quel momento, la cosa più importante era che fosse lì con la sua amata e, sorridendo disse: -­‐ Sono incorreggibile, vero!-­ e si calmò.

Lei allora intenerita gli prese la testa tra le braccia e lo cullò come un bambino.

-­ Sì, Guntranno ci ha concesso la pace e i tuoi soldati sono rimasti colpiti dalla gentilezza, bontà e saggezza di quell'uomo-­

-­ Lo facevo una persona rude come tutti i Franchi, sai, conoscendo il nipote, Childeberto!-­

-­ No, tutt'altro! Pensa che si sono addirittura trattenuti alla sua corte più del necessario,Serviti e riveriti come re. Riccardo mi ha raccontato una strana storia che si narra su re Guntranno, una storia che solo in pochi sanno. Una volta nei boschi durante una caccia, essendosi i suoi compagni dispersi qua e là, lui, rimase con un suo fedelissimo e preso dal gran sonno, appoggiò la testa sulle ginocchia di lui e s’addormentò. Mentre dormiva, un serpentello gli uscì dalla bocca e cominciò ad agitarsi per passare un rigagnolo che scorreva lì vicino. Il suo fedele allora, tratta la spada dal fodero, la pose sul rigagnolo e fu su di essa che il serpentello passò dall’altra parte. Qui entrò poi in una cavità della montagna. Uscì dopo poco, ripassò il rigagnolo sempre sulla spada e rientrò nella bocca di Guntranno. Questi, destatosi di lì a poco, narrò di aver avuto una visione straordinaria: in sogno gli era parso di passare un fiume su un ponte di ferro e poi, entrato dentro ad una montagna, diaver scorto grandi mucchi d’oro. Il suo fedele, allora, gli narrò per filo e per segno quello a cui aveva assistito. Insomma, scavando in quel luogo, trovarono tesori inestimabili nascosti da chissà quanto tempo: e con tutto quell'oro, il re, che era uomo di grande fede cristiana, fece costruire un ciborio perchè voleva inviarlo al sepolcro di Cristo a Gerusalemme ma, poiché questo non era possibile, lo fece porre sulla tomba del beato Marcello ma....Autari, Autari!-­

Autari, stanco e cullato dalla voce della moglie, si era addormentato. -­ Vorrà dire che te la racconterò domani- disse fra sè Teodolinda e si addormentò anche lei. I giorni seguenti fecero lunghe passeggiate a cavallo e le cure di Teodelinda lo ritemprarono. Un giorno però, si rattristò di colpo e divenne silenzioso.

-­ Quali pensieri annebbiano la tua mente?-­ disse Teodolinda.

-­ Sono preoccupato per il nostro regno. Ho molti nemici tra i Longobardi e nel caso che io muoia vorrei essere sicuro che...-­

-­ Nel caso che tu muoia i Longobardi avranno un regina e non un re...-­‐ rispose Teodolinda -­...perché tu sarai per sempre mio marito anche dopo morto e governerai con me, nel mio cuore-­.

Autari rimase così colpito dalla forza e dalla determinazione di quella creatura così dolce che non ebbe il coraggio di dirle più nulla, neanche della profezia della vecchia che, in quei giorni, gli tornava alla mente perseguitandolo.

Di lì a pochi giorni però la profezia si avverò. I suoi nemici, avidi di potere ed invidiosi della sua fama, avvelenarono Autari il 5 di settembre durante una festa di nozze. Le sue ultime parole e i suoi ultimi sguardi furono per Teodolinda e morì tra le sue braccia.

Dopo la cerimonia funebre Teodolinda prese il suo cavallo e galoppò veloce nei boschi per consegnare al vento tutto il suo dolore, fino a quando non arrivò a quella chiesa di pietra sperduta sulle montagne dove per la prima volta il marito si era avvicinato alla religione Cristiana. Legò il cavallo ed entrò. Penetrava solo un filo di luce dalla finestra di alabastro. Si inginocchiò e pianse tanto fino a non aver più fiato nè lacrime chiedendo al Signore la forza di andare avanti con coraggio e di essere una regina degna del suo popolo. E così fu.

Fine terza parte continua ...

domenica 21 settembre 2014

Le armi dei Longobardi: la lancia

Per un Longobardo la lancia non era solo un'arma, era anche un oggetto di grande importanza simbolica che racchiudeva in sé tutta l'essenza dello spirito guerriero germanico. L'ingresso dei giovani uomini nella società, dopo l'adolescenza, era celebrato con la consegna della lancia, perderla avrebbe significato perdere il proprio onore e la propria identità agli occhi di tutti. La lancia accompagnava l'uomo libero nell'assemblea pubblica del popolo in armi o assemblea delle lance Gairethinx (Editto di Rotari), le leggi sottoposte dal re venivano approvate dall'assemblea per acclamazione facendo battere rumorosamente l'asta della lancia sugli scudi di legno.

Il termine longobardo per lancia era gâr, gair identico all'antico inglese, molto spesso troviamo termini dell'antico inglese molto simili se non identici a quelli longobardi, questo dipende dal fatto che l'antico inglese deriva dall'antico sassone e l'antico sassone è una lingua prossima al longobardo. L'origine etimologica di questa parola è il proto-germanico *gaizaz- l'asterisco davanti al termine indica che la parola è ricostruita, in gotico la parola per lancia era gaisu, in lituano lancia si dice gairė. Il termine sembrerebbe avere un'origine indoeuropea da *g'haisos come molte altre parole che appartengono al lessico militare.Oggi la parola Ger è rimasta nel lessico del tedesco moderno col significato di giavellotto con accezione storica o sportiva.

Di questa radice linguistica rimangono tante attestazioni nell'onomastica italiana nei nomi di grandi personaggi della storia italiana come Garibaldi (coraggioso con la lancia) e Alighieri (Aldigher, antica, nobile lancia), nel fiorentino Geri (Geri del Bello cugino di Dante citato nella Divina Commedia), Gerardo e Gherardo (forte con la lancia) da cui anche i Della Gherardesca per rimanere in Toscana in una famiglia di attestata discendenza longobarda. Anche in alcuni nomi femminili di matrice germanica resta traccia di questa radice come in Gera, Gerta, Gerlint e nell'italiano Gertrude.

La radice Ger potrebbe essere anche all'origine dell'etnonimo Germania utilizzato dagli storici latini per identificare le terre oltre il Reno, Germania la terra degli uomini con le lance. Tacito scrisse il De origine et situ Germanorum nel 98 d.C. sulle tribù germaniche che vivevano fuori dai confini romani.

Gar è anche il nome di una runa anglosassone del Futhorc che rappresenta il fonema /g/. La runa rappresenta la lancia di Odino che colpisce sempre il centro del bersaglio ed è auspicio di abilità e potenza e di grande determinazione nel raggiungere i propri obbiettivi, è legata simbolicamente al mese di ottobre.







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mercoledì 10 settembre 2014

La storia della regina Teodolinda (Parte 2)


Autari e Teodolinda
Autari cavalcava veloce. Il vento nei capelli lo faceva sentire più vivo e felice che mai. Lo sguardo di Teodelinda lo aveva colpito dritto nel cuore. Era bastato solo uno sguardo dolce e forte di quella meravigliosa creatura a farlo innamorare. Sfrecciava tra i boschi, per le verdi valli alpine, pensando già al momento in cui l’avrebbe finalmente rivista.

Arrivò a Pavia: “Federico, Jacopo, Riccardo, venite subito! Anche tu, Rosmunda, mia vecchia nutrice voglio festeggiare.”

I guerrieri e Rosmunda si guardarono negli occhi, stupiti per il comportamento alquanto insolito del loro re. “Forza, non restate lì impalati! Vi ho detto che voglio festeggiare con tutto il popolo. Chiamate i cantori, fate cucinare oche, cinghiali e capretti...”

“Ma sire, che cosa...”

“Sono o non sono il re? Questi sono ordini!”

I ragazzi corsero a dare gli ordini nelle cucine, mentre Rosmunda stette lì immobile di fronte al suo figlioccio, con lo sguardo severo.

“A me, Autari, non la dai a bere. Cosa c’è di tanto importante da festeggiare? Hai forse vinto un’altra battaglia contro quei Franchi? Credi che occorra festeggiare quando si versa sangue umano? Adesso che sono andati tutti, a me lo puoi dire. Cos’è tutto questo mistero?”

Autari si divertiva a vedere Rosmunda così preoccupata e continuava a non dire nulla, facendo sempre di più il misterioso.

“Autari, perchè non mi rispondi? Ti ho cresciuto come mio figlio, dalla morte di tua madre. Non mi interessa se sei re!”

“Cara Rosmunda, ti preoccupi sempre. Quando combatto, vai a pregare il tuo Dio perchè hai paura che mi accada qualcosa.” E la strinse in un abbraccio affettuoso, mentre alcune lacrime furtive, gli scesero dagli occhi verdi.

“Rosmunda, stai per avere una regina!”

L’espressione sul volto della donna ad un tratto si trasformò, da tesa e preoccupata che era, Rosmunda sorrise e poi scoppiò in pianto. “Autari, mio sire, ragazzo mio! Ho pregato tanto che venisse questo momento. Io sto per andarmene e tu hai bisogno di qualcuno che ti curi, che ti ascolti e che ti ami.”

Senza aggiungere nulla, uscì dalla stanza, asciugandosi le lacrime con un lembo del vestito e si avviò verso le cucine per dirigere i preparativi della festa.

***

Accadde che dopo qualche mese Garipaldo, il padre di Teodolinda, si trovò in gravi difficoltà a causa di un’invasione dei Franchi. Il re di Bavaria, temendo per la sorte dei figli li mandò entrambi a rifugiarsi in Italia dove, così, Teodelinda avrebbe potuto celebrare il matrimonio con il suo promesso sposo. Autari alla notizia che Teodolinda stava per raggiungerlo, non volle aspettare che arrivasse a Pavia e le andò incontro in un luogo chiamato Campo dei Sardi, che si trova sopra Verona, per celebrare lì le nozze.

Autari stava ritto sul suo cavallo in abito nuziale. Era circondato dai suoi fedeli guerrieri e dietro di lui stava il cerimoniere. Tutto era pronto per l’arrivo dei Bavari, quando ad un tratto vide da lontano la polvere alzata dai cavalli. Lo sguardo duro di Autari nascondeva in realtà una profonda commozione e felicità per il suo arrivo.

La truppa arrivò con alla testa lei, sul suo cavallo nero. Indossava un abito sovrastato da un mantello rosso ed un lungo velo sui capelli sciolti, fermati da un diadema d’oro. Alle orecchie portava due corniole incise, ricordo di sua madre. Altera, ma sorridente, scese sicura dal suo cavallo e si fermò di fronte al suo promesso sposo.

Era lui. Era il giovane guerriero che aveva visto qualche mese addietro. La nutrice aveva ragione e il suo cuore non l’aveva tradita. Riuscì a stento a trattenere la felicità che le riempiva il cuore. Lui le corse incontro, con il cuore in gola per l’emozione. Avrebbe dovuto limitarsi ad un baciamano, invece la prese forte per le spalle e la baciò sulla fronte. “Salve, mia sposa” disse Autari “Salve” rispose lei e si avviarono fianco a fianco verso il cerimoniere di nozze. La festa durò fino a tarda notte, danze, balli canti, vini e cibi di ogni genere allietarono quel giorno.

Tra i tanti duchi Longobardi alle nozze, era presente anche Agilulfo, lontano parente di Autari che, assentatosi per i bisogni corporali, per poco non fu colpito da un fulmine. Un servitore del seguito che aveva la fama di indovino diabolico, vide la scena dello scampato pericolo e gli disse: “Questo fulmine, è un segno divino. La donna che ora sposa il tuo re, tra non molto sarà tua moglie!” “Sparisci! O ti farò tagliare la testa per l’idiozia che stai dicendo” e quegli rispose “Io dirò anche idiozie ma ciò che ho detto si avvererà” e se ne andò.

I due ragazzi erano felici. Lei lo accompagnava alle visite reali e al controllo dei territori di confine, insieme, poi, cavalcavano ore ed ore, alle volte dormendo all’addiaccio coperti solo dal loro mantello. Parlavano di tante cose: lei parlava a lui di arte e di filosofia, dell’Oriente, lui le parlava delle sue battaglie, delle conquiste e dei suoi progetti di espansione del regno.

Un giorno, durante una passeggiata passarono di fianco ad una piccola chiesa di pietra. Lei, si fermò di colpo, silenziosa, scese da cavallo ed entrò. L’interno era spoglio, non c’era nemmeno la porta. Solo un grande Crocifisso se ne stava là in alto, a dominare l’abside.

Teodolinda proseguì piano verso il Crocifisso, si inginocchiò e disse:“Oh, Signore ti ringrazio!”

Autari rimase impietrito. Lei non gli aveva mai detto di essere cristiana. Lui aveva a lungo contrastato il papa ed aveva combattuto contro i cristiani, ma ora non avrebbe potuto adirarsi con lei. La dolcezza del suo viso e la sia devozione lo avevano rapito, così, piano piano entrò e, senza sapere neanche il perchè le si mise di fianco, si inginocchiò anche lui e le strinse forte la mano.

sabato 6 settembre 2014

Borges: mitologia scandinava ed epica anglosassone

Jorge Luis Borges e lo scrittore e giornalista Osvaldo Ferrari parlarono di mitologia scandinava ed epica anglosassone nel corso di una trasmissione alla Radio municipale di Buenos Aires nel 1984.
L'intero ciclo delle trasmissioni radiofoniche è pubblicato da Bompiani col titolo di Conversazioni, la traduzione dalla spagnolo è a cura di Francesco Tentori Montalto, qui se ne pubblica un piccolo estratto a scopo divulgativo pertinente alle finalità del blog.

Osvaldo Ferrari: In un frammento, che non so se si riferisca a lei stesso o a uno dei suoi personaggi, lei, Borges, parla del culto del Nord e dice che quel culto la portò in Islanda.

Jorge Luis Borges: Quando parlo del Nord, mi riferisco soprattutto al nord scandinavo. Quanto alla storia di quel culto, è abbastanza semplice: mio padre mi regalò un esemplare della "Volsunga Saga" tradotta in inglese da William Morris, e io lessi quel poema, che ha lo stesso argomento del Nibelungen-lied, il canto dei Nibelunghi, ma è più antico e conserva molti tratti mitologici che andarono perduti nella tarda versione tedesca. Dunque lessi il poema, che m'impressionò grandemente: la storia di Sigurd, dell'oro del Reno, di Brunilde, infine di Attila. È un fatto strano questo: Attila fu un personaggio immenso nella tradizione germanica e quando Beda, nella sua Storia della gente e della Chiesa d'Inghilterra, vuol dire che i sassoni erano di stirpe germanica, dice: della stessa stirpe dei danesi, cioé degli scandinavi, dei prussiani e degli unni. C'è poi nell'Edda Maggiore un canto di Attili, ossia di Attila, e questo canto fu scritto, cosa che meraviglia, in Groenlandia. Ci furono dunque scandinavi che scrissero un canto di Attila immesso nella tradizione germanica.
Ebbene, mio padre mi dette quel libro e io ne rimasi, com'era naturale, affascinato; gli chiesi qualcosa sulla mitologia scandinava e mi regalò un libro che serbo ancora, un manuale di mitologia scandinava tratto dall'Edda Minore. Insieme a Maria Kodama ho tradotto da poco il primo volume dell'Edda Minore, le Gylfaginning, cioé "Le allucinazioni di Gylfi". È il primo manuale di mitologia scandinava che esista, e fu scritto nel secolo tredicesimo.

In questo lavoro hanno avuto come compagno Snorri Sturluson.

Si, è vero. Dunque lessi quei due libri e poi, non so... lessi uno scritto di Carlyle sul Nibelungenlied. E in seguito non so chi mi portò nuovamente al Nord e ai temi scandinavi.

Forse la biblioteca inglese di suo padre.

Sì, forse, ma non ne sono sicuro, so solo d'esser tornato a quei temi e d'aver fatto non tre viaggi ma, come avrebbe detto William Morris, tre pellegrinaggi in Islanda. Là ebbi occasione di conversare con un sacerdote delle antiche divinità pagane, un pastore - un uomo, mi disse Maria Kodama, dal volto giovane e la barba bianca, un gigante, come tutti gli islandesi, pastore di pecore (aveva un gregge di cento capi) - che celebra l'equinozio d'estate: una trasmissione della BBC inglese fu dedicata a questo tema. Difatti un tempo anche gli inglesi adoravano quegli dei. E mi commosse trovarmi con qualcuno che adorava o professava il culto di quelle divinità, che un tempo furono adorate in Inghilterra, nei Paesi Bassi, in Olanda, in Germania, nella Scandinavia continentale. Attualmente quel culto ha trecento fedeli; gente molto ignorante, che senza dubbio ignora la mitologia e conserva solo i nomi degli dei. Ne fui commosso, credo d'aver pianto... - io piango facilmente - non per cose che possano rattristarmi ma per un'emozione che provi; un po' come quel personaggio di un racconto di Lugones di cui l'autore dice: "E pianse di felicità".

Che bella frase... E fu del tutto inaspettato l'incontro con quel sacerdote pagano?

Si. Conversavo col vicario di Borgafiords, ed egli mi disse: "Have you meet the heathen priest?", ha visto il sacerdote pagano? Io gli risposi: "Che cosa vuol dire?", e mi disse: "Uno che venera ancora dei pagani". Allora andai a trovarlo; viveva in una capanna, la più semplice delle abitazioni, e aveva, non so perché, ossa di pecora su mensole, una gran quantità di ossa.

Invece che libri ...

Già non credo che sapesse leggere del resto. Un uomo semplice, ignorante. So che era celibe, dunque la carica non può essere ereditaria; credo siano i fedeli ad eleggere il sacerdote. Questi fedeli vengono da ogni parte dell'isola: l'Islanda è abbastanza vasta. Credo venga eletto tra i fedeli, che sono tutti pastori o pescatori, gente umile. Non sono, voglio dire, eruditi che stiano tentando un rinascimento nazionalista, ma gente che è tornata al suo antico passato.

... Il resto della trasmissione è molto bello e se anche voi come Borges amate il Nord vi consiglio di leggerlo.

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venerdì 5 settembre 2014

Che fine hanno fatto i Goti? Parte 3 l'onomastica.

Goti e Longobardi ai tempi di Tacito
Vorrei tornare sul tema che mi sta particolarmente caro ed a cui ho già dedicato due post in passato: Che fine hanno fatto i Goti? Parte1 le origini e Che fine hanno fatto i Goti? Parte 2 la toponomastica. Sono sempre più convinto che i Goti (Ostrogoti), dopo l'invasione della penisola da parte dei Longobardi si fossero integrati nell'organizzazione sociale dei nuovi arrivati mantenendo gran parte delle loro tradizioni ed il nome del gruppo familiare, sono anche convinto che l'area nella quale alla fine si erano insediati comprendeva l'Emilia e la Toscana, questi gruppi familiari sono rimasti per secoli negli stessi luoghi generalmente in aree rurali.

La domanda che mi sono posto per andare avanti in questa ricerca è la seguente: E' possibile che come è accaduto per certi toponimi anche per quanto riguarda l'onomastica alcuni nomi presenti in diverse aree colonizzate dai Goti siano simili se non identici. Per rispondere a questo quesito mi è venuto incontro lo straordinario strumento del blog, la sua struttura e informale aperta ai contributi dei lettori mi ha permesso di recepire interessanti spunti, in particolare dalla Lituania. Come ho già detto il Lituano è la lingua indoeuropea più antica e conserva caratteristiche del linguaggio proto-indoeuropeo ormai perdute nelle altre lingue, come ebbe a dire il Meill "Chiunque voglia sapere come parlavano gli indoeuropei dovrebbe ascoltare un contadino lituano" è in queste stesse aree attorno al Baltico che nasce il gotico, la più antica tra le lingue germaniche e quindi la più simile al proto-germanico.

Tra questi contributi mi è stato segnalato: "Guthones (the Goths) kinsmen of the Lithuanian people: A treatise on the Gothic ethnology history of the Gothic dominion in Italy and Spain, numismatics, language, and proper names" di Alexander M. Rackus, pubblicato a Chicago nel 1929, nella sezione dedicata all'onomastica il testo mette proprio in relazione cognomi presenti in varie aree di colonizzazione gotica in Italia, Grecia e Spagna con antichi cognomi lituani di origine gotica -
in Lituania il 40% dei cognomi è di origine gotica - intersecando questi spunti con le banche dati delle distribuzioni di cognomi prettamente toscani e/o emiliani direi che si arriva a risultati eclatanti in quanto i cognomi sono identici, segnalo solo alcuni casi:


Bardi [toscano] (got. lit. Bartis)
Berti [toscano, emiliano] (got. lit. Bertas)
Socci [toscano] (got. lit. Sodžius)
Sodi [toscano] (got. lit. Sodis, Sodeika)
Zagli [toscano] (got. lit. Žaglis, Caglis)
Zini [emiliano] (got. lit. Žinis)

Sodi, che troviamo nel dialetto lituano sodžius, suodis, lituano moderno sodyba significa fattoria padronale con pertinenza agricola probabilmente dal proto-germanico *sauþaz (pozzo), antico sassone sòth (pozzo), da cui potrebbe derivare anche il toponimo chiantigiano "il Sodo" che così acquisterebbe una luce assai meno ermetica, farlo derivare dai duri terreni da dissodare non mi aveva mai del tutto convinto. L'aggregazione agricola trova la sua giustificazione nell'esistenza di una fonte di acqua.

Questi incroci linguistici sembrerebbero dare credito alla ipotesi del substrato germanico di Feist secondo la quale il proto-germanico sarebbe una lingua creola nata dal contatto tra i parlanti la lingua indoeuropea (gli indoariani di aplogruppo R1) e il substrato linguistico parlato dagli antenati autoctoni europei (le popolazioni di origine mesolitica di aplogruppo pre-I1 come l'uomo di Cro-Magnon e i costruttori di megaliti).

Sigmund Feist che fu il primo ad elaborare questa teoria nel 1932 sostenne che circa un terzo del lessico proto-germanico non è di origine indoeuropea. La maggior parte di questi etimi non indo-europei nelle lingue germaniche riguarda termini legati al mare e alla navigazione: parole come mare (ted. See), nave (ted. Schiff), spiaggia (ted. Strand), nord (ted. Norden), sud (ted. Süden) seguirebbero questa teoria.

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mercoledì 3 settembre 2014

Aplogruppi Italia: a che punto siamo?

Mentre milioni di persone in giro per il mondo si gettavano secchiate di ghiaccio sulla testa nella viralissima Ice Bucklet Challenge con l'intento di raccogliere fondi per la SLA, un gruppo di genetisti si ritrovava alla fine del mese di agosto a Chevy Chase nel Maryland per il primo convegno di genealogia genetica per fare il punto sugli aplogruppi.

La parola aplogruppo ai più sembrerà una parola sconosciuta, ed infatti soprattutto in Italia lo è davvero. In genetica, o più precisamente nel campo dell'evoluzione molecolare, si definisce aplogruppo un insieme di aplotipi tra loro differenti, tutti però originati dallo stesso aplotipo ancestrale. Conoscere il proprio aplogruppo significa poter entrare in una sorta di macchina del tempo e tracciare a ritroso la storia di se stessi e della propria famiglia per arrivare agli ancestori ed al luogo dove hanno vissuto, in pratica vuol dire conoscere le proprie origini.

Da quando nel 2005 è stato lanciato il Genographic Project curato per il National Geographic dal Prof. Spencer Wells, la genealogia genetica ha avuto uno straordinario successo di pubblico soprattutto negli Stati Uniti paese costituito in larga maggioranza da immigranti nel quale il legame con le origini è sempre stato molto forte. Nel 2013 un milione di persone ha fatto il test del DNA, appena dodici anni da quando il primo genoma umano è stato sequenziato, ma adesso il fenomeno sta assumendo proporzioni esponenziali: solo quest'estate due milioni di persone in tutto il mondo hanno effettuato il test del DNA per conoscere il proprio aplogruppo.

Tendenze di crescita dei test sugli aplogruppi
Grafico a cura del Prof. Spencer Wells
La geneaologia genetica si sta rivelando un eccellente modo per avvicinare il grande pubblico alla scienza, forse il fenomeno più rilevante di sempre. Questioni che un tempo erano riservate solo ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori adesso stanno diventando popolari, le persone parlano molto volentieri del proprio genoma e si appassionano alla materia. Ma la cosa davvero interessante è che questa è la prima ricerca scientifica di massa alla quale tutti possono partecipare e più partecipano più si metterà a fuoco la storia dell'evoluzione dell'uomo sulla terra. Una scienza nello spirito collaborativo Wiki possibile attraverso la condivisione e la divulgazione delle esperienze attraverso la rete, i social network ed i forum, che quindi potremmo chiamare Wiki-genetics. 

In Italia siamo ancora molto indietro ma credo che come è successo con Facebook e Twitter anche la geneaologia genetica diventerà un fenomeno di massa molto diffuso e presto recupereremo il tempo perduto.

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lunedì 1 settembre 2014

La storia della regina Teodolinda (Parte 1)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo a puntate la storia della regina Teodolinda di Matilde Ercolani che qui ringraziamo sentitamente per il gentile contributo.


Nell’anno 569 d.C. il popolo Longobardo varca le Alpi Giulie. L’Italia è distrutta dalla guerra Gotica che è durata 20 anni, ovunque c’è desolazione e povertà. Nonostante questo, il popolo nomade, proveniente dal nord-­‐est europeo, trova accogliente il nostro paese e decide di stabilirsi via via nei territori che occupa ed ecco che in pochi mesi conquista quasi tutta l’Italia del nord ed arriva fino a Pavia, la futura capitale.


Autari e Teodolinda

Raffigurazione della regina Teodolinda
Cappella di Teodolinda del Duomo di Monza
È l’anno 589 d.C., il re dei Longobardi è il giovane Autari. Le lotte e le guerre sono all'ordine del giorno; è il Medioevo sconosciuto, scrigno della storia, che racchiude bellezze che sta a voi scoprire e gustare come una fiaba.

Lo scalpitio dei cavalli della schiera di Autari risuonava cupo nella valle. I monti irti di abeti cominciavano a restringere il paesaggio come per inghiottire la strada ed il riflesso del sole al tramonto tingeva di rosa i campi candidi di neve. Il re cavalcava silenzioso alla testa dei suoi soldati; quello scenario risvegliava in lui le inquietudini delle ultime battaglie contro i Franchi, suoi nemici di sempre, e le sospirate alleanze che avrebbe potuto stringere con qualche regnante, sconfiggendoli così una volta per tutte. Si cominciava a vedere in lontananza la pietra scura delle case della città: in mezzo si ergeva maestoso il maniero di Eoino, duca di Trento.
“Forza! Tra poco farà buio” -­‐ disse Autari voltandosi indietro verso i suoi che cominciavano a dare i primi segni di stanchezza.
Arrivarono al castello quando uno spicchio di luna iniziava a scorgersi dietro la cima più alta. Furono accolti da tutta la corte e un menestrello con un suono di corno annunciò al duca l’arrivo della truppa.
“Caro Autari, quanto tempo!” -­‐ disse Eoino -­‐ “Ma adesso dovrei chiamarti sire”.
“Sono venuto a trovare un vecchio amico.” -­‐ disse Autari sorridendo -­‐ “ Dimmi piuttosto come vanno le cose quassù, a parte il freddo, ovviamente...”
“Va tutto bene. A proposito vorrei presentarti...
Appena dietro al duca si scorgeva una figura femminile, esile, quasi diafana. Aveva lo sguardo timidamente abbassato. Si fece avanti.
.... vorrei presentarti mia moglie”-­‐ disse Eoino.
“Il mio nome è Manigunda, Sire” -­‐ disse la ragazza facendo un profondo inchino.
“Duchessa.” -­‐ disse Autari accennando con il capo -­‐ “Da dove venite?” “Vengo dalla Bavaria, sire”.
Lo sguardo vuoto e distratto di Autari spinse Eoino a riprendere in mano la conversazione.
“E tu, quand’è che prendi moglie e dai un erede ai Longobardi? Così la finirai con la politica e le battaglie.” -­‐ disse Eoino sorridendo -­‐ “Non dirmi che non hai nessuna donzella che ti fa gli occhi dolci. Sei il più giovane re che abbiamo mai avuto, sei bello, intelligente e coraggioso. Cosa potrebbe volere di più una donna?”
“Vorrebbe un marito innamorato”. -­‐ rispose freddamente Autari.
“Anche Teodolinda, la sorella di mia moglie, non ne vuole sapere di prendere marito. Sempre in mezzo ai suoi cavalli e ai suoi boschi, dice di non sentirsi tagliata per fare la moglie. Vive con suo padre Garipaldo, sovrano dei Bavari.”
Autari conosceva la fama di questo re. Sapeva che pochi mesi addietro aveva combattuto contro i Franchi ed era riuscito a rimandarli a casa a mani vuote. Forse un’alleanza con lui avrebbe significato una sicurezza in più per il regno, stretto in una pericolosa morsa tra Bizantini, papato e Franchi.
La conversazione continuò ancora per poco, dopodichè un servitore di Eoino accompagnò Autari nella stanza che gli era stata riservata. Egli entrò, si levò l’ampio mantello e depose le armi.
Una sorta di inquietudine invadeva il suo animo. Autari aprì la porta che dava su una vasta terrazza illuminata da grandi torce, respirò profondamente, e il freddo pungente lo rinvigorì. Restò per qualche minuto affacciato a contemplare la valle che si stendeva davanti ai suoi occhi, illuminata a tratti dalle luci della case dei contadini e dalle poste dei cavalli. Il silenzio lo avvolgeva, egli sentiva solamente il crepitio delle torce. Gli tornarono alla mente ricordi della sua infanzia vissuta non come gli altri bambini ma sempre in mezzo a cavalli e guerrieri, scappando da una terra all’altra, senza una fissa dimora. L’adolescenza, poi, gli aveva portato ancora solo battaglie, al fianco del padre che era morto prematuramente. Giovanissimo, aveva preso in mano il potere. Non aveva mai condiviso le sue gioie e i suoi dolori con nessuno, solo con i suoi soldati. Dopo quei ricordi si sentiva ancora più solo. Rientrò nella stanza e si addormentò.

L’indomani, prima di scendere al cospetto del duca, chiamò a sé due dei suoi soldati:
“Federico, Jacopo, siete i migliori e di voi mi posso fidare. Dovete partire subito. Andate in Bavaria e dite al re Garipaldo che chiedo la mano della sua figlia maggiore”.
“Ma, sire... “ -­‐ disse Federico -­‐ “non vi sembra di aver preso una decisione un po’ affrettata?” “Io sono il re.” -­‐ disse -­‐ “Andate, vi aspetterò a Pavia.”
I soldati partirono e Autari, senza dire nulla, andò da Eoino, e dopo il pranzo si licenziò con la scusa che aveva un affare urgente da sbrigare con il duca di Piacenza.
Passarono i giorni e Autari attendeva con impazienza, nel suo palazzo di Pavia, il ritorno dei suoi due guerrieri. Se ne stava ore e ore sulla torre, guardando insistentemente la strada da dove sarebbero arrivati. Finalmente, un giorno, scorse da lontano la polvere sollevata dai cavalli di Jacopo e Federico che si dirigevano verso il Castello. Garipaldo aveva acconsentito al matrimonio.
Decise, allora, di andare lui stesso dal Re sotto false spoglie, facendo finta di essere un messo con il compito di riferire sull’aspetto della principessa. Partì veloce sul suo cavallo, spinto dalla bramosia di conoscere il suo futuro alleato e suocero e di vedere la sua promessa sposa. Durante il viaggio l’animo di Autari era pervaso da un’inquietudine insolita. Aveva deciso di prendere moglie. Avrebbe preferito sceglierla, avrebbe voluto prima innamorarsi, come era successo per i suoi genitori, ma, alle volte le necessità politiche stanno al di sopra dei sentimenti. Il suo regno aveva bisogno di un alleato potente e il padre di Teodelinda lo era. Dopo qualche giorno Autari arrivò alla corte di re Garipaldo:
“Salve sire, mi chiamo Federico. Sono stato mandato da re Autari per conoscere vostra figlia, affinché lui possa mandarle i doni più adatti. Il mio re desidera anche che vostra figlia mi porga una coppa di vino così che io possa riferirgli sulla sua grazia e dolcezza”
“Dite al vostro re che mia figlia Teodolinda sarà felicissima di diventare sua moglie e di porgere a voi la coppa di vino”
Il re mandò a chiamare la ragazza che fino a quel momento non aveva voluto, a causa della sua testardaggine, scendere al cospetto dell’ospite. Scese le scale e, arrivata nella sala, fece prima un inchino al padre poi, con lo sguardo abbassato, porse la coppa di vino ad Autari il quale rimase senza parole.
Teodolinda era alta, florida, portava i lunghi capelli biondi raccolti sulla nuca da una ghirlanda di velluto verde, aveva gli occhi nocciola e le guance vellutate e rosee come una pesca. Il suo dolce sguardo e le sue movenze lo avevano rapito. Aveva le mani affusolate e con la grazia di una farfalla porse al falso Federico la coppa di vino, accennando un saluto. Lui dimenticò i calcoli, la politica, le alleanze e le battaglie, e fece nella sua mente e nel suo cuore posto a quella meravigliosa creatura, avrebbe voluto dirle qualcosa, rivelare chi era ma non poteva farsi riconoscere e le sfiorò di nascosto il viso con la mano accarezzandole il collo.
Lei rabbrividì e arrossì, non comprendendo il gesto ed, imbarazzata, si licenziò dagli invitati e corse dalla nutrice a raccontarle cosa era successo.. “Ho pensato fosse lui il mio re, così bello e gentile!” -­‐ disse Teodolinda alla nutrice -­‐ “Credo che serberò lo sguardo di quel giovane nel mio cuore per molto tempo, fino a che non conoscerò re Autari”.
“Cara Teodolinda, se quel ragazzo non fosse il re in persona non avrebbe neanche osato toccarti”.
Teodolinda si diresse verso la finestra seguendo con lo sguardo il cavallo di Autari che lentamente scompariva dietro la collina. All’improvviso, seguendo l’impulso scese di scatto nelle stalle, prese il suo cavallo e corse veloce, lo avrebbe voluto raggiungere, non poteva rimanere troppo tempo con il dubbio che quel giovane non fosse il suo futuro sposo. Prese una scorciatoia ma, arrivata ai margini della foresta, si fermò e lo guardò andarsene da lontano: il suo cuore le diceva che era lui il futuro padre dei suoi figli.

Fine prima parte, continua ...

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