domenica 22 novembre 2015

Del matrimonio presso i Longobardi nella contrada aretina

Di seguito pubblichiamo una sintesi di un ampio testo sul matrimonio dei Longobardi nell'aretino e nel Casentino in particolare che ci ha inviato la Sig.ra Mariella Saletti che qui ringraziamo per il gentile contributo al blog. La versione completa del testo, comprendente anche gli atti notarili dei matrimoni in latino, può essere scaricata dal link in fondo alla pagina. Questo testo fu composto nel 1914 da Gian Francesco Gamurrini, storico, archeologo e numismatico, discendente da una nobile famiglia aretina, in occasione delle nozze della figlia dell'amico e avvocato Gian Battista Guiducci.

Quali fossero gli usi e le leggi, con cui si celebravano gli sponsali e quindi il matrimonio presso i Longobardi, non è certo un nuovo argomento. Pure mi è parso convenevole il trattarlo (in modo puramente espositivo) riguardo alla nostra contrada di Arezzo: l'una per i vari documenti tutt'ora ignorati, che lo riguardano; l'altra perché il costume di seguire in ciò le forme longobarde perdurò molto tempo, più che altrove, cosi che si  palesa essere stato piuttosto frequente fino a tutto il secolo decimoquarto.

Invero quando i Longobardi irruppero e si espansero nell'Italia superiore, conquistarono ben  presto in buon numero la Toscana, che poi tolse il nome di Tuscia Langobardorum. Fortemente ne aggravarono i paesani, o togliendo loro il terzo del territorio, o imponendo il terzo delle loro rendite. Si stabilirono nelle campagne in  luoghi  alti e dominanti  le vallate e le vie, e muniti per loro natura, a cui l'arte si aggiunse. Ancora qua e la restano le vestigia delle loro castella; e utile studio sarebbe di comporne una carta topografica colle relative storiche indicazioni.

Nel divulgare le loro leggi, il diritto romano venne di fatto surrogarsi dai regi editti. L'Italia occupata dai Longobardi si spartì in ducati, e  perché il  ducato di Chiusi era  prossimo ad Arezzo è da credere che questa città, allora retta da un castaldo, (e in seguito da un conte) vi fosse compresa. Dopo che aderirono  alla religione cattolica, edificarono chiese e fondarono  monasteri, che dotarono largamente,  ed elessero a loro patrono san Michele Arcangelo. La chiesa di san Michele, che in Arezzo avanti il secolo decimoterzo era situata nel suburbia, (e di cui si hanno ricordi fino dal mille) indica che in quella parte i Longobardi precipuamente dimoravano. Parimente abbiamo varie chiese con quel titolo,  o con sant'Angelo, o sant'Arcangelo in tutte le parti del territorio. Essi lo trovarono assai spopolato, e presso  che  privo  di  coltivatori. Abbiamo perciò testimonianze che fino dal settimo secolo venivano di Lombardia uomini liberi, e prendevano in affitto o a livello le terre.

Molti rimasero dopo la conquista franca, ma abbandonando le città, dove si accoglieva la umile plebe paesana, si stabilirono nelle campagne. La condizione però era diversa; che mentre prima erano possessori od utenti, e ne furono spogliati, e le terre vennero con regi placiti concesse alle chiese o ai monasteri; avvenne che essi presto insorsero e si perpetrarono lunghi litigi, e invasioni frequenti, e tale stato d'invidia e di odio contro il clero durò ben oltre il mille. Però quando Carlomagno sceso in Italia vinse i Longobardi, dopo le  prime stragi, se li assoggettò come per conquista, e prese il titolo di Rex Francorum et  Langobardorum. La Tuscia più di ogni altra regione fu risparmiata e lasciata  in pace. Laddove si può dire, che quelli seguitarono a dominare cogli usi e colle leggi e colla violenza: non già  nelle città, ove l'elemento  paesano disgregato inerme ed immiscrito era rimasto in maggior numero, ma nel contado a famiglie riunite  formando  borgate e castelli con a capo i loro cattani, precipui feudatari. Fra gli altri i conti Guidi di  Romena e di Porciano  in  Casentino ascesero a grande potenza, fino a che nella metà del quattrocento furono annientati dalla repubblica fiorentina. Ed era  appunto il Casentino la contrada, che si poteva veramente chiamare longobarda, e dove senza dubbio avvenne la fusione coll'italiana nell'andare de' secoli, cosi fortificando ed anche ingentilendo la stirpe decaduta.

Non è da trascurare un fatto, che mi pare di qualche rilievo. Allorché Carlomagno privò i Longobardi del dominio politico e di gran parte dei possessi, questi, come si è detto, furono riservati al diritto regio o donati alle chiese, per cui quelli addivennero lavoratori di terre, livellatori e tributari. nella contrada aretina abbiamo molti esempi che ciò rilevano ed illustrano. E qui trovo la ragione (che altrimenti non si spiegherebbe), perché Carlomagno con diploma emanato circa l'anno 780 donava ad Anselmo abate del monastero di Nonantola nel modenese, il territorio della Chiassa presso ad Arezzo, dove erano i Longobardi, e così nei dintorni. Ricevette pure Nonantola san Martino a Caliano in Casentino, non che terreni nella contrada fiorentina. Resta il Muratori incerto sulla veracità del documento, non già il Tiraboschi, che con altri che vi si riferiscono, l'ha riportato nella detta storia di quella badia. però si rileva, che Anselmo era di stirpe longobarda, ed aveva incitato Carlomagno ad impadronirsi d'Italia: e poi si riconosce che quelle terre passarono alla chiesa aretina e alla badia di S. Fiora e Lucilla. Per cui puà darsi, che il dono, che fece il vescovo Giovanni nell'800 di un celebre sacramentario (ora nella biblioteca nazionale di Parigi) all'abate di Nonantola, abbia relazione con tale cessione o passaggio.

Le famiglie principali, i nobiles e la gente minore vivevano a legge longobarda. Lo stesso marchese di Toscana Bonifazio con Richelda sua consorte dichiaravasi di nazione longobarda, sebbene la sua prossima discendente contessa Matilde professasse la legge salica. I Longobardi pertanto con altri pochi di barbari germanici, che loro si aggiunsero, vissero non turbati, o ben poco, fino ai Berengari e agli Ottoni: se non che i contrasti con la chiesa divenivano più spessi di quello che non si pensi; e quindi diedero cagione ed apersero la via di Toscana alle eresie in specie dei patarini e al partito ghibellino.

Intorno al mille alquanti di quei nobiles si condussero in città, e so fabbricarono torri e palagi. Sorgeva il comune sotto la forma longobarda, sebbene la lex romana avesse acquistato estensione e vigore. Il popolo composto di italiani e longobardi si univa con liberi statuti e già si trovano congiunti ad assistere a pubblici atti, onde nella fine del secolo undecimo si creavano i consoli. L'intervento dei romani cioé dei paesani coi Longobardi, come si appalesa nella carta seguente [...]

La stirpe longobarda era bella e forte: il sesso gentile di grazioso aspetto, bianca la carnagione, gli occhi cerulei, e la bionda chioma. Ma rispetto alla condizione della donna questa era servile, che nulla poteva da per se. Da fanciulla sottoposta alla potestà, che dicevasi mundio, del padre o dei fratelli o di altro parente, se quelli mancassero addivenuta sposa passava nella potestà del marito, fino a che egli vivesse, e vedova ritornava in quella dei suoi parenti, e se non più ne avesse, ne assumeva la tutela la stessa corte regia. Quindi non era in grado di disporre di alcuna cosa, sebbene propria, senza il consenso di colui, che ne aveva il mundio, e che si chiamava perciò mondualdo. La legge di Rotari ben nota e rispetto alla donna prescrive (legge 205) "nisi semper sub potestate viri, aut potestate Curtis regiae debeat permanere". E perfino non le era lecito sortire di casa senza il consenso del mondualdo; e chi avesse presunto di condurla fuori, doveva pagare una multa in favore di quello "pro illicita praesumptione".

In che si rileva, quanto fossero severi tali costumi, e la donna come tenuta in guardia così lo era in onore. Nell'aretina contrada, laddove la stirpe longobarda si era diffusa, ed alcuni cattani in vari luoghi erano divenuti conti, si può stimare che non avessero dismesso l'antico orgoglio e le dignitose parvenze. In specie nel Casentino, ove più frequenti si scorgono le vestigia  di loro dominazione, prolungata per più secoli, si dovettero mantenere le forme dell'antica signoria, come lo furono quelle della legge. Lo stesso senso della bellezza si rendeva più gaio e vivo tra quelle colline apriche e quei selvosi monti; contrada accarezzata e cosparsa delle grazie della natura. E una eco di amore longobardo si ode tuttora nel rispetto cantato da quei pastori coll'esaltare la fanciulla amata:
O ragazzina dai biondi capelli,
Di questi tu m'hai fatto innamorare,
Come la seta son lucidi e belli.
E di vero tanto dai poeti quanto dal popolo l'aurea chioma fu sopra d'ogni altra pregiata. Si veggono ancora, in Casentino sebbene lunga età sia trascorsa e la fusione della stirpe sia al certo e naturalmente avvenuta a scapito dell'egregia forma, molte delle donne che ne conservano il tipo congiunto alla gentilezza dei modi e alla grazia del linguaggio.

La fanciulla, fino a che non addiveniva sposa, lasciava i suoi capelli disciolti, e fortunata se fin presso ai piedi li avesse, costretti e legati soltanto dietro agli omeri. Giunto che fosse il giorno del suo matrimonio, li raccoglieva in testa, e forse ricinti da un frontale, che il Manzoni aggiunge gemmato ad Ermengarda nella tragedia dell'Adelchi:
Quando da un poggio aereo
Il biondo crin gemmata.
Pertanto, allorché il giovane longobardo si presentava al padre per richiedere la figlia, offriva a lui un donativo, che si chiamava "meta" o melfi, che dopo gli sponsali perveniva alla sposa. La dota non si assegnava da padre o dalla famiglia, eccetto che ella poteva ricevere qualche presente, talvolta pure di molto valore, al quale era obbligata a corrispondere con un segno, che indicava ringraziamento, chiamato in longobardo launechild: e questo poteva essere un anello d'oro, o un fermaglio di argento o anche un paio di guanti. Si diceva phaderphium, quello che allora si offriva dai fratelli e dai parenti. Se poi al donativo non seguiva il launechild, si giudicava come non fatto. Ma fino dal giorno dell'atto nuziale lo sposo prometteva alla sposa, che dopo trascorsa fosse la prima notte di matrimonio, il morgincap, o morgincaph, vale a dire il dono mattinale. L'atto era solenne e si leggeva ad onore della sposa dinanzi ai parenti e agli amici, e consisteva nel donare a lei una buona parte delle proprie sostanze. Ma perché talora l'affetto in quel momento poteva far trascendere il donativo al di la del dovere rispetto al futuro padre di famiglia, il re Liutprando con suo editto prescrisse, che non dovesse superare la quarta parte dei propri beni. E' vero che lo sposo poteva ben ristringersi a meno: nonostante gli atti che ci restano, da che il matrimonio prosegue ad essere contratto a legge longobarda, assegnano sempre (rarissime le eccezioni) per il morgincap alla sposa la quarta parte degli averi dello sposo, siano in mobili che in immobili. Era questo, osserva il Muratori, un costume molto morale, che obbligava la fanciulla alla verginale continenza fino al giorno del suo connubio; e severissime ne erano le pene data la colpa dell'adulterio. Frattanto gioverà riferire alcuni esempi, tenendo la dizione datataci da Ubaldo Pasqui nella sua pregevole opera "Documenti della storia aretina nel medio evo". [...]

La promessa del morgincap, si stipulava per atto di notaro, e nel tempo stesso si celebrava il rito matrimoniale nella casa del padre o del mondualdo della fanciulla. La sostanza del melfi, del phaderphium e del morgincap diveniva proprietà della moglie, amministrata tuttavia dal marito. Nel caso della morte di lui, veniva dagli eredi a lei consegnata e restituita: ma ella non ne poteva disporre senza il permesso del suo mondualdo. Il rito poi del matrimonio consisteva nella risposta affermativa alla domanda che faceva il notaro, ovvero il giudice, alla sposa, se voleva per suo uomo e marito quello che l'aveva richiesta, presente. Avendo risposto ambedue di si, una tale affermazione, e il congiungersi delle destre, e l'immettere che faceva lo sposo, l'anello nel dito anulare della sposa, costituivano il legittimo matrimonio, che era così consentito e contratto. Dopo di che il padre prendeva la mano destra della figlia, e la poneva nella mano dell'uomo, e così a lui trasmetteva il mundio, cioé la potestà paterna, sotto di cui essa doveva vivere, così divenendo mondualdo di lei.

Molti di questi atti sussistono nei protocolli notarili, ma per noi è prezioso il "Formularium iuris" composto dal notaro Ranieri di Arezzo nel 1240, il di cui codice autografo, o al certo contemporaneo, si conserva nella biblioteca Riccardiana di Firenze. Pertanto prima di procedere oltre, riporterò quanto si riferisce al matrimonio secondo la legge longobarda, che era altrove in vigore nella contrada aretina. [...]

La forma pertanto matrimoniale era, e lo fu in diversi luoghi fino al concilio di Trento puramente civile; ma pare che neppure fossero necessari i testimoni, che di rado sono invitati e notati nell'atto, facendo col suo rogito pubblica fede il notaro. però mentre la chiesa riconosceva questa forma civile come la legittima, fino da Leone Magno, cioè nel secolo quinto, aggiunse nel rituale la benedizione par il matrimonio, la quale veniva a consacrare l'umano connubio. Come si procedesse nel secolo nono da la notizia di Niccolò I papa (an. 854-867) nella risposta ai Bulgari, che lo interrogavano, quali consuetudini fossero in Italia rispetto alle nozze. "I nostri, egli scrisse, tanto maschi che femmine, quando contraggono i patti nuziali non portano in testa nessuna legatura (o frontale) di oro o d'argento o di qualunque altro metallo. ma dopo gli sponsali, i quali non sono che i patti promessi delle future nozze, e che si celebrano con il consenso di coloro che li contraggono, e di quelli nella cui potestà si trovano; e quando lo sposo abbia fidanzato la sposa per il dito da lui insignito dell'anello della fede, e alla presenza degli inviati dell'una e dell'altra parte, abbia trasmesso a lei la dote da ambedue consentita, e con lo scritto che ne contiene la dilazione: hanno in tal guisa ambedue stabilito i patti nuziali. Invero in prima vengono a stare nella chiesa del Signore con le oblazioni, che devono offrire a Dio per la mano del sacerdote: e così finalmente prendono la benedizione e il celeste velabro. Però quel velabro non si assume da colui, che va alle seconde nozze. Dopo di che usciti di chiesa portano le corone nelle loro teste, le quali sono solite sempre a conservarsi nella stessa chiesa." [...]

Quel panno o cortina, che durante la benedizione si stendeva sopra gli sposi, era tradizionale fino all'età pagana, e si teneva agli angoli da quattro uomini, che ben si possono dire paraninfi. Ben si distingueva dal velo, che copriva la sposa, in segno di pudicizia, e detto dagli antichi flammeum. Sant'Ambrogio pensa che fa d'uopo di santificare il matrimonio col velo sacerdotale e la benedizione (epist. 19 ad Vigilium). [...] L'anello poi delle nozze come è noto di data gentilesca o vetustissima, viene chiamato Tertulliano "anulus pronubus" perché precede le nozze. le corone, s'intende di fiori, si ponevano in capo agli sposi dallo stesso sacerdote, e così uscivano di chiesa verso la casa dello sposo. Nel momento però del sortire e nell'accompagnare lo sposo e la sposa così inghirlandati alla casa nuziale si faceva grande tripudio. E di tal sorte era il baccano, che si consigliava al sacerdote, di non restarvi presente, ma di partirsene. Ai parenti e agli amici di ambo le famiglie si univano quelli che portavano i doni, e i paraninfi e i giocolatori detti troctingi e thymelici (forse ancora gli istrioni), e quei che sonavano, né saraà mancato qualche canto alla serventese, eco della Provenza. Di quà e di là il popolo accorreva al festeggiamento, essendo quello un giorno di pubblica letizia. A cura dello sposo s'imbandivano lautamente le nozze, le quali di sovente duravano più di una giornata. la mattina susseguente, seguito felicemente il connubio si rendeva noto agli astanti congiunti ed amici l'atto del morgincap, che da quel momento acquistava il suo valore giuridico.

Quantunque nella contrada aretina, più che in altro luogo di Toscana, avesse in vigore la legge longobarda, pure da qualche indizio si scorge, che una parte degli abitatori aveva perdurato a tenere la legge romana (la quale aveva influito nella redazione delle barbariche) specialmente nel diritto privato, come si rileva dal documento riferito di sopra all'anno 1078.

La donna poi che dalla legge romana era passata per la longobarda sotto il mundio del marito, rimasta  vedova rientrava in libero possesso dei suoi beni, anche derivanti.dalla donazione del morgincap, come dalla  carta che ora produco [...]

Mentre per legge longobarda la sposa non poteva ricevere dal padre o dai fratelli o in mancanza di loro del mondualdo se non un donativo di loro volontà, vediamo già nel secolo decimoterzo introdotto il costume romano nel longobardo, vale a dire di ricevere la dote dalla famiglia, e il morgincap dallo sposo. [...]

Ben si può asserire che nell'inizio  del secolo decimoquarto dipendesse dalla volontà dei contraenti di rimanere nella legge longobarda, scomparsa ormai per tutta la Toscana, e solo riservata nei patti   nuziali, giacché in ogni altro caso si seguiva la  romana. La volontà degli sposi veniva espressa nell'atto, come  ad  esempio (Arch. Frater. Cleric). Anno 1315. "Vannes de Focognano et sandra de Fronzola volentes vivere lege romana." Sono quelli due castelli del casentino, e quella speciale dizione ci indica abbastanza, che comunemente si formulavano gli atti a legge longobarda

Qui importante è notare nella città di Arezzo, più ghibellina che guelfa, le cui famiglie principali e dominanti provenivano da stirpe longobarda, si costumava di serbare nelle nozze le norme della loro legge. Non ho avuto il tempo di esaminare a questo proposito lo statuto della città dell'anno 1327 (il più antico che abbiamo), e che si conserva all'Archivio di Stato di Firenze. però il camici diligente storico dei Duchi e marchesi della Toscana, riporta un documento di sponsali (1338), in cui lo sposo dichiarava di attenersi alle pratiche legali del comune di Arezzo. [...]

Qui non giova indagare se si voglia intendere con quell'ordo una legge o un inveterato costume, quello che importa sapere, si è che si conferma essere stato il costituto del comune di Arezzo di origine longobarda. Ancora dopo questo tempo s'incontrano gli atti commisti di legge romana della dote familiare, e della donazione al modo longobardo fatta dallo sposo. E per delucidare ancora di più ne riporterò tre stipulati al principio, alla metà e alla fine del secolo decimoquarto. [...]

L'erudito Francesco Maria degli Azzi, che visse nella metà del seicento, scrive nella sua storia di Arezzo, tuttora inedita, che a suo tempo le famiglie Sassoli e Nardi seguivano a tenere (credo nelle nozze) le norme della legge longobarda. Cosa invero degna di nota, e che fa conoscere quanto in Arezzo e nella sua contrada fosse radicato il tradizionale costume. Di vero essa fu l'ultima, come si ha dalle sacre leggende, ad accogliere il cristianesimo nella Tuscia; l'ultima a lasciare, che nel secolo decimoquinto ne era rimasta qualche vestigio, le gentilesche superstizioni. E qui mi ricordo, e non sono molti anni, che nelle nostre campagne si accompagnava il morto, fosse pure il grande estate, avvolti nel mantello, e forse in taluni luoghi pur si prosegue: come ho veduto in Monte S. Savino seguirlo dalla chiesa al sepolcro colla lucerna accesa; e penso che ciò si facesse al tempo romano, di sovente rinvenendo la lucerna presso il cadavere. Dismessa è da poco la cena funebre con i ceci ed il pesce, e così altre forme, che come frondi vanno cadendo dal vetusto albero italico. Il quale ognora di nuove foglie e di fiori più eletti si rinnovella, che già estende la sua ombra benefica oltre le rive dell'Affrica, e pur l'estenderà laddove si agitarono superbi i liberi vessilli delle repubbliche di Pisa, di Venezia e di Genova.

Arezzo, lì 25 Marzo 1914.

Gian Francesco Gamurrini

Scarica il testo completo

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie.





domenica 15 novembre 2015

L'etimologia di sbirciare e lo spirito della betulla

Ci sono alcune parole della lingua italiana che hanno letteralmente fatto impazzire gli etimologi che non sapevano che pesci prendere. Questi etimi impossibili sono stati spesso catalogati come parole di origine incerta, quando c'è l'origine incerta state pur sicuri che il longobardo c'è sempre di mezzo. La difficoltà con queste parole dipende dal fatto che ormai erano estranee al contesto culturale e geografico nel quale erano nate.

Questo è anche il caso della parola sbirciare, parola molto antica che risale ad una comune radice indoeuropea per designare l'albero di betulla. In antico sassone la betulla si chiamava birka, antico inglese berc o beorc, inglese moderno birch. Il prefisso s- è generalmente utilizzato per formare un derivato tipo "fuori da" a partire da un nome.

Ma cosa c'entra il verbo sbirciare con le betulle? I popoli celto-germanici prima di adottare il paganesimo norreno praticavano antichi culti naturalistici della tradizione indoeuropea. Per loro gli alberi non erano soltanto alberi ma erano considerati delle creature all'interno delle quali si celavano degli spiriti della foresta. Per loro la betulla era un albero sacro connesso al regno dei morti ed al mito del Cervo Bianco, una sorta di collegamento tra la terra ed il cielo, tra la vita e la morte.

La betulla è una metafora della vita in quanto ha la capacità di crescere ed adattarsi agli ambienti più difficili, di attecchire forte e robusta come nessun'altra pianta e di colonizzare in breve tempo vaste aree anche dopo grandi incendi. Dopo l'Era Glaciale, il "Grande Bianco", fu proprio la betulla il primo albero a ripopolare le terre liberate dai ghiacci dopo tanti millenni. Ecco perché la betulla è una pianta così importante per la cultura europea.

La betulla ha un caratteristica corteccia con delle spaccature orizzontali che assomigliano a delle fessure per gli occhi da cui gli spiriti della foresta potevano ... spiare, occhieggiare, sbirciare appunto.

Beorc o Berkana non è solo il nome dell'albero di betulla ma è anche una runa che rappresenta la lettera B simbolo di rigenerazione e rinascita.

Un'ultima notazione: che meraviglia doveva essere questa nostra lingua longobarda e che magia c'è dietro ognuna di queste antiche parole.

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie.

giovedì 12 novembre 2015

Antiche famiglie toscane: i Pazzi di Valdarno

Su questo blog abbiamo dedicato alla famiglia Pazzi un post qualche tempo fa nel quale abbiamo raccontato delle gesta di Pazzino de' Pazzi che fu il primo cavaliere crociato a salire sulle mura di Gerusalemme nelle prima crociata, quella di Goffredo di Buglione.

Stemma dei Pazzi di Valdarno
Oggi parliamo di un ramo differente di questa casata, i cosiddetti Pazzi di Valdarno. Mai altra antica famiglia toscana incarnò l'indomito e ribelle spirito ghibellino come i Pazzi di Valdarno. Il turista distratto che si trovi a girellare per il centro di Firenze dalle parti dell'Arco di San Pierino probabilmente non presterà attenzione ad una casa apparentemente anonima a sinistra dell'arco dalla parte della Piazza di San Pier Maggiore, ebbene se la guardasse meglio scoprirebbe che in realtà si tratta di una torre medievale mozzata. Le torri medievali rappresentavano il prestigio delle antiche famiglie fiorentine che facevano a gara a costruirne sempre di più alte, e non di rado capitava che sfidando le leggi della statica, queste torri rovinassero al suolo con gran danno per tutti. Quando i Ghibellini furono cacciati da Firenze e mandati in esilio nel contado, le loro torri, simbolo del loro prestigio in città ormai decaduto furono smezzate cioè demolite per la metà. Questo è quello che è capitato anche a questa famiglia ghibellina di Firenze.

Per certo imparentati con gli Albizzi e gli Ubertini e quindi probabilmente di origine longobarda, da quel momento i Pazzi di Valdarno gliela giurarono a Firenze e ogni volta che Firenze volgeva lo sguardo da qualche altra parte, loro erano sempre lì pronti a dar battaglia come nel 1268 quando attaccarono dai loro feudi di Piantravigne (Piano di Trevigno) i castelli di parte guelfa di Montefortino, Poggitazzi e Ristruccioli. Molti furono condottieri valorosi tra cui Guglielmo Pazzo figlio di Ranieri de' Pazzi capitano delle truppe imperiali aretine che cadde sul campo nella battaglia di Campaldino (1289) assieme a due suoi nipoti. Da allora i Pazzi furono sempre attivi attraverso le generazioni nella faida contro gli interessi fiorentini nel Valdarno e in Toscana. Il tutto si inquadrava in un più ampio cambiamento della società medievale e nel superamento delle consuetudini feudali ancora in auge nelle campagne a vantaggio dell'importanza sempre maggiore assunta dalle città ormai veri e propri centri di potere egemonico. Nel 1302 fu la volta di Carlino de'Pazzi dare l'assalto al castello di Piantravigne, ormai baluardo fiorentino sulle balze del Valdarno, assieme ad altre famiglie ghibelline tra cui i fratelli Mino e Concino di Jacopo conti della Penna.

Come racconta il Villani: "Hanno preso d'assalto Piantravigne con lance, spade e altre armi da offesa e da difesa [...]. Hanno proditoriamente tolto il castello alla giurisdizione del comune di Firenze, cui era sottoposto, facendovi entrare i Ghibellini, gli Aretini e altri suoi nemici, con grave danno e vergogna per la città, la Chiesa Romana e la Parte Guelfa [...] Lo tengono tuttora occupato e, assieme ai Ghibellini di Arezzo e di altre parti, commettono ogni giorno ruberie, omicidi e sequestri a danno di uomini e donne del contado, nuocendo non poco allo stato fiorentino e al Valdarno in particolare...".

Guglielmo Pazzo dei Pazzi di Valdarno “vestito”
con il leone di Guglielmino degli Ubertini
Foto gentilmente concessa da Mario Venturi
www.parvimilites.it
Alla fine fu proprio Carlo de'Pazzi detto Carlino per distinguerlo dal padre Carlo a tradire la sua gente e a consegnare il castello di Piantravigne nelle mani dei fiorentini in cambio di una somma di denaro e dell'annullamento di tutte le condanne a morte che aveva collezionato negli anni. I Pazzi furono quindi considerati dalle cronache del tempo poco più che alla stregua di volgari briganti, ladroni e fuorilegge ormai banditi anche da altre città toscane come Arezzo. Le ultime notizie storiche su questa indomita famiglia toscana si riferiscono a Gaspare de' Pazzi attivo al fianco dei pisani sempre contro Firenze nel 1405.

La famiglia Pac di Lituania, una famiglia molto importante ai tempi della confederazione Polacco-Lituana, asseriva di discendere da questo ramo della famiglia Pazzi anche se su questo i genealogisti non si sono trovati mai d'accordo, come non si sono trovati d'accordo sulla comune discendenza fiesolana dei due rami della casata Pazzi.

Anche Dante, guelfo di parte bianca, avendo perso molti amici a Piantravigne, mette questi elementi guerrafondai tra i personaggi incontrati nelle cerchie infernali: Camicione de' Pazzi e Carlino de' Pazzi tra i traditori (If, XXXII) e Rinier Pazzo tra i violenti (If. XII).

Chiudo con una curiosità etimologica in linea col tenore del post, la parola guerrafondaio è di origine longobarda, già sappiamo che guerra deriva dal longobardo werra, fon da preposizione, tedesco von, inglese "to be fond of something" Gif þe salt be fonnyd it is not worþi [Wyclif, Matt. v:13, c. 1380].

Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie.


martedì 3 novembre 2015

Firenze longobarda, l'influenza sul Rinascimento in Italia

Non è facile immaginare quanto sia stata importante per Firenze l'influenza longobarda, eppure nel volume "Die Germanen und die Renaissance in Italien" di Ludwig Woltmann edito a Lipsia nel 1905 e oggi conservato presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti d'America e recentemente digitalizzato da Google ed immesso nel pubblico dominio, emerge il quadro di una Firenze nella quale il retaggio longobardo è stato molto più profondo di quanto si potrebbe mai pensare.

Sul blog abbiamo affrontato più volte il tema delle origini longobarde di alcune famiglie toscane nei seguenti post: "I suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana"; "Onomastica gotica e longobarda"; "Antiche famiglie toscane: gli Albizi".

Vale la pena di tradurre alcune pagine di questo libro dal tedesco e condividerle sul blog in modo che tutti ne possano usufruire.
"Al tempo dei Longobardi Firenze era governata da un duca, c'erà una corte regia, un possedimento reale ed un mercato regio. Vicino alla corte tre famiglie i Magiberti, i Mauriperti ed i Floriperti possedevano alcuni appezzamenti di terra, così come risulta da una iscrizione del 898; sono queste le famiglie di origine germanica più antiche conosciute a Firenze. Il nome Campus Regi (Camporeggi ndr) si trova ancora a Nord-ovest di Firenze là dove oggi c'è Careggi. Il Forum Regi la piazza più antica della città è l'odierno Mercato Vecchio. Si chiamava Mons Regis (la collina di San Miniato si chiamava Montis Regi da non confondersi con Montereggi presso Fiesole ndr) l'altura sulla riva sinistra dell'Arno, sulla quale venne costruito il chiostro di San Miniato. Nell'VIII secolo governava un duca longobardo di nome Gudibrandus e un conte franco di nome Scrot, nel IX secolo un conte Theudifrasius, nel decimo un conte Rudolph.
All'inizio del IX secolo troviamo a Firenze arcivescovi con nomi germanici: Aliprandus (826), Ardinghus (853), Grasulphus (898), Raynbaldus (930), Sichelmus (967), Wido (1002), Ildeprandus (1008), Lambertus (1025), Atho (1030), Gerardus (1046), Raynerius (1071) etc.
Il Battistero di San Giovanni, il cuore della vita ecclesiastica fiorentina è di origine longobarda. A Firenze viene chiamato "Perlascio" = berolas (spettacolo con orsi ndr) l'antico anfiteatro romano. Ancora al tempo del Villani il posto di guardia della guarnigione longobarda si chiamava "Guardingus". I fiorentini chiamano il più alto funzionario della città col nome alto tedesco antico di Gonfaloniere dalla parola gundfano = vessillo di battaglia.
Ancora oggi la toponomatica alle porte della città come Monte Rinaldi, Monte Ripaldi, Montughi = Monte Hugo, Ponte Rifredi, Ponte a Jozzoli, Bandino, Borgunto etc. rimandano agli insediamanti germanici.
Sono centinaia i cognomi alto tedeschi antichi che nei secoli XIII e XIV hanno avuto un ruolo a Firenze, come ad esempio Lamberti, Uberti, Conteguidi, Mannelli, Lapi, Beinardi, Maccinghi, Bigazzi, Bardi, Frescobaldi, Rossi, Poppi, Manni, Agli, Adimari, Tinghi, Gaddini, Guicciardini, Strozzi, Alberti, Albizzi, Guadagni, Pitti, Ardinghelli, Lotti, Altoviti, Cambi, Rinuccini, Sassetti, Orlandini, Alamanni, Nardi, Corsi, Gherardi, Gordi, Banci, Ughi, Scarfi, Ridolfi, Zati, Bartoli, Mellini, Lanfredini, Gori, Guasconi, Folchi, Nerli, Sacchetti, Federigi, Aldobrandi etc (*)
Tutto dimostra come Firenze fosse diventata una città con radici germaniche."
(*) Jacopo Pitti, "Dell'Istoria Fiorentina", Archivio storico italiano, I. Bd, S.2

Auf Deutsch
"In der langobardischen Zeit stand Florenz unter einem Dux, gab es dort einen Königshof, ein Königsfeld und einen Königsmarkt. In der Nähe des Königshofes hatten drei Familien Magiberfi, Mauriperti und Floriperti Grundstücke in Besitz, wie aus einer Urkunde von 898 hervorgeht; es sind dies wohl die ältesten germanischen Familien in Florenz, die bekannt sind. Der Name campus regis lebt noch in dem nordwestlich von Florenz Hegenden Careggi fort. Das forum regis, der älteste öffentliche Platz der Stadt, ist der heutige Mercato vecchio.
Mons regis hieß die hlöhe am linken Arnoufer, auf der das Kloster San Miniato erbaut wurde. Im achten Jahrhundert herrschte ein langobardischer Dux Gudibrandus und ein fränkischer Graf Scrot, im neunten Jahrhundert Graf Theudifrasius, im zehnten Graf Rudolph,")
Von Anfang des neunten Jahrhunderts treffen wir in Florenz germanische Erzbischöfe: Aliprandus (826), Ardinghus (853), Grasulphus (898), Raynbaldus (930). Sichelmus (967), Wido (1002), lldeprandus (1008), Lambertus (1025), Atho (1036), Gerardus (1046), Raynerius (1071) usw.
Die Taufkirche S. Giovanni, der Mittelpunkt des Florentiner kirchlichen Lebens, ist langobardischen Ursprungs. Auch in Florenz wurde das alte römische Amphitheater „Periascio" = Bärengelaß genannt, und noch zur Zeit des Villani hieß die Stelle, wo einst das Wachhaus der langobardischen Besatzung war, „gardingus" (= Warte). Ihren höchsten Beamten nannten die Florentiner mit einem altdeutschen Namen „Gonfaloniere", d. h. Fahnenträger, von ahd. gundfano = Kriegsfahne.
Noch heute erinnern Ortsbezeichnungen vor den Toren der Stadt, wie Monte Rinaldi, Monte Ripaldi, Montughi = Monte Hugo, Ponte a  Rifredi, Ponte a Jozzoli, Bandino, Borgunto usw. an die dort angesiedelten Germanen,
Hunderte von altdeutsclien Familiennamen lassen sich bei denjenigen Geschlechtern nachweisen, die im dreizehnten bis vierzehnten Jahrhundert in Florenz eine Rolle gespielt haben, z. B, Lamberti, Uberti, Conteguidi, Mannelli, Lapi, Beinardi, Maccinghi, Bigazzi, Bardi, Frescobaldi, Rossi, Poppi, Manni, Agli, Adimari, Tinghi, Gaddini, Guicciardini, Strozzi, Alberti, Albizzi, Guadagni, Pitti, Ardinghelli, Lotti, Altoviti, Cambi, Rinuccini, Sassetti, Orlandini, Alamanni, Nardi, Corsi. Gherardi, Gordi, Benci, Ughi, Scarfi, Ridolfi, Zati, Bartoli, Mellini, Lanfredini, Gori, Guasconi, Folchi, Nerli, Sacchetti, Federigi, Aldobrandi usw.(*)
Alles dies beweist, wie sehr Florenz eine germanische Stadt geworden war."
(*) Jacopo Pitti, "Dell'Istoria Fiorentina", Archivio storico italiano, I. Bd, S.2
Per un blog è molto importante il vostro sostegno, se potete cliccate sui tasti social "mi piace", "tweet" etc che trovate qui sotto ... grazie.

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...