venerdì 23 dicembre 2016

Il culto di San Giovanni Battista presso i Longobardi

La devozione a San Giovanni Battista è piuttosto diffusa, forse proprio per quel sincretismo che ha, nel corso del medioevo, introdotto il suo culto in sostituzione di quello legato al solstizio d'estate.

Il culto di San Giovanni Battista presso i Longobardi è comprovato in ben tre passi della Historia Langobardorum di Paolo Diacono: IV, 47; V, 6; V, 41 e passivamente anche in IV, 21. Proprio in relazione a due di questi passi (IV, 21 e V, 6) si trova attestata in tre codici della Historia paolina una glossa (detta Monzese dal codice Monza, Biblioteca Capitolare b-18; gli altri due codici sono Vat. Reg. lat. 710 e Paris, BNF, lat. 6159). La glossa si trova inserita a testo nel Chronicon Modoetiense ab origine Modoetiae usque ad annum 1349 di Bonincontro Morigia. Il testo dei passi di Paolo Diacono interpolati dalla Glossa, la Glossa stessa e i capitoli del Chronicon Modoetiense sono editi alle pp. 456-457. Inoltre il saggio, a conferma della venerazione del Battista in ambito longobardo, analizza una formula magica aggiunta da un correttore nei margini di un manoscritto veronese delle Leggi longobarde (Vat. Lat. 5359) del IX sec., nel quale i protagonisti della historiala sono Cristo, il fiume Giordano e San Giovanni Battista. (Lucia Castaldi)

Testa longobarda sotto il gocciolatoio della scarsella
del Battistero di San Giovanni battista a Firenze

ALCUNE CONSIDERAZIONI SU UN INCANTESIMO ANTIEMORRAGICO IN USO TRA I LONGOBARDI

Analizziamo in questa sede l'incantesimo antiemorragico, cod. 5359 margine f. 30v, di cui già abbiamo accennato in precedenza. Trattasi di un testo in latino che non presenta alcuna parola in lingua germanica, come invece potrebbe far credere l'opera di Giovanna Princi Braccini (Vecchi e nuovi indizi sui tempi della morte della lingua dei Longobardi Studi in memoria di Giulia Caterina Mastrelli Anzilotti Firenze, Istituto di studi per l'Alto Adige 2001).

Giungo a questa conclusione: sospetto che la formula sia stata utilizzata impropriamente dalla stessa Princi Braccini come prova nel suo articolo per situare l'estinzione della lingua nel corso dell'VIII secolo, evidentemente a mo' di terminus ante quem. Nel riassunto dell'opera in questione si menziona il testo (che risale al IX-X secolo) in modo ambiguo:

"Sulla base dell'esame delle testimonianze e delle sopravvivenze linguistiche nell'Historia Langobardorum di Paolo Diacono, nel Chronicon Novaliciense, nell'incantesimo antiemorragico riportato a margine del f. 30v del ms. Vat. lat. 5359, nel Chronicon Salernitanum, nell'Elementarium di Papia e nell'Expositio ad Librum Papiensem, l'A. colloca la possibile data dell'estinzione della lingua longobarda tra i primi decenni e la fine dell'VIII secolo. (Roberto Gamberini)"

A questo punto riporto senza indugio il testo dell'incantesimo, finalmente ritrovato dopo una non facile ricerca nel Web:

Christus et sanctus Johannes ambelans ad flumen Jordane, dixit Christus ad sancto Johanne “restans flumen Jordane”. Commode restans flumen Jordane: sic res te venast* in homine it**. In nomine patris et filii et spiritus sancti. amen.

*Da leggersi vena ista
**Da leggersi in homine isto

Traduzione:

Cristo e San Giovanni vanno al fiume Giordano, disse Cristo a San Giovanni: “fermati fiume Giordano”. Così come il fiume Giordano si fermò, così fermati vena. In questo uomo. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Il punto è che questo incantesimo di per sé non prova assolutamente nulla. Si vede che non ha molto senso il suo uso ad opera della Princi Braccini nel suo articolo (tuttora irreperibile): formule interamente in latino come questa sono note in Germania e usate accanto a formule in antico alto tedesco o miste. Un testo in latino non ci dice nulla sulle reali condizioni della lingua longobarda all'epoca in cui fu scritto. Non è molto corretto affermare che esso contenga "testimonianze e sopravvivenze linguistiche", come menzionato nel famoso riassunto.

Inoltre si noteranno due cose di grande importanza:

1) Il latino nei secoli VIII-IX non era la lingua nativa di nessuno. Non è quindi possibile che i Longobardi lo avessero adottato come lingua parlata, come nel mondo scolastico è inveterata credenza;

2) Il latino era ritenuto una lingua prestigiosa. Era diffusa opinione tra i Germani cristiani che fosse la lingua di Dio: ad esempio Carlo Magno era molto preoccupato che una cattiva pronuncia delle preghiere potesse riuscire sgradita a Dio. Naturale quindi che tra i Longobardi una formula in latino fosse ritenuta dotata di grande potere magico.

Riporto una mia traduzione dell'incantesimo nella lingua longobarda ricostruita:

CHRIST ANDI THER AILAGO IOHANNES GENGUN ZO IORDANE FLUTZE. QUAD CHRIST THEMO AILAGON IOHANNE: "IN STADI STAND IORDANIS FLUZ". SUASO IORDANIS FLUZ IN STADI STOD, SUA GUECT THIR THIU ADRA IN THISEMO MANNISCON. IN NAMON FADER ANDI SUNIES ANDI AILACHES CAISTES. AMEN.

Trascrizione fonemica (semplificata):

/'krist andi θer 'ailago jo:'annes 'ge:ngun tso: jor'da:ne 'fluttse 'khwad 'krist θɛmo 'ailagon jo:'anne - in 'stadi 'stand jor'da:nis 'fluts - 'swaso jor'da:nis 'fluts in 'stadi 'sto:d swa: 'gwɛkt θir θiu 'a:dra in 'θisemo 'manniskon in 'namon 'fader andi 'sunjes andi 'ailaxes 'kaistes 'amen/

Questo è un preciso parallelo, un testo alemanno del IX secolo:

Ad fluxum sanguinis narium
Christ unde Iohan giengon zuo der Iordan. do sprach Christ:
“stant, Iordan, biz ih unde Iohan uber dih gegan”. also Iordan do stuont, so stant du .N. illivs bluot. hoc dicatur ter et singulis uicibus fiat nodus in crine hominis.

Traduzione:

Per il flusso del sangue dal naso. Cristo e Giovanni andarono al Giordano. Allora disse Cristo: “Fermati, Giordano, finché io e Giovanni ti avremo attraversato”. Come il Giordano si fermò, così fermati tu sangue di (Nome). Questo si dica per tre volte e ogni volta si faccia un nodo nei capelli della persona.

Sembra innegabile il rapporto della formula alemannica contro l'epistassi con l'incantesimo antiemorragico cod. 5359 margine f. 30v. Mi sembra il caso di far notare che l'uso pervasivo del latino negli incantesimi nell'antica Germania non esclude affatto il rigoglioso uso della lingua nativa, tanto che nelle stesse aree si parla tuttora una lingua germanica.

Fonti: 

Post sul blog "il filo di piombo delle scienze" del 18/06/2015

Giovanna Princi Braccini La glossa monzese alla «Historia Langobardorum», altri documenti del culto di san Giovanni Battista presso i Longobardi e l'incantesimo del cod. Vat. lat. 5359

Paolo Diacono. Uno scrittore fra tradizione longobarda e rinnovamento carolingio. Atti del Convegno internazionale di studi. Cividale del Friuli-Udine, 6-9 maggio 1999 cur. Paolo Chiesa, Udine, Forum. Editrice universitaria udinese 2000 (Libri e biblioteche 9) pp. 625, 427-67


sabato 17 dicembre 2016

Mappare gli spostamenti della popolazione europea attraverso la ricerca genomica



Questo è il titolo di un articolo preliminare, pubblicato su "medieval worlds" di quello che forse è il più imponente studio di genetica delle popolazioni mai realizzato e condotto dal Prof. Patrick J. Geary del dipartimento di Storia dell'Università di Princeton. Studio che Toscana Longobarda segue con attenzione già da quattro anni perché riguarda proprio i Longobardi con il seguenziamento genetico dei resti ossei di 1.200 soggetti provenienti dalle necropoli pannoniche, adesso in Austria, Ungheria e Moravia (VI e inizio VII sec,) e da quelle del Nord Italia (VII sec.). Visto la mole delle analisi da compiere ci vorrà ancora molto tempo e molti altri finanziamenti per portare a termine l'immane opera. Possiamo subito dire che oltre al matriarcale mtDNA verrà analizzato anche il cromosoma Y, il che permetterà quindi di ritracciare i lineaggi patriarcali dei discendenti viventi dei Longobardi che arrivarono in Italia nell'Alto Medioevo fino in Pannonia. Il tutto dovrebbe gettare ampia luce sul cosiddetto periodo delle grandi migrazioni che a ragione è considerato l'elemento fondante degli odierni popoli europei.

Ma perché i Longobardi? L'idea di concentrarsi sui Longobardi non deriva da uno specifico interesse storico legato ai Longobardi ed al loro rapporto con l'italia o la Pannonia piuttosto perché i Longobardi, che furono l'ultima popolazione barbarica ad invadere i territori che facevano parte dell'ex impero romano d'occidente, sono anche quelli più documentati attraverso le opere di Mario di Losanna, Gregorio di Tours e soprattutto Paolo Diacono che descrive nel dettaglio le vicende della storia dei Longobardi dal loro arrivo in Pannonia agli albori del VI sec. fino alla conquista dell'Italia nel 568 ad opera del loro mitico re Alboino. I Longobardi sono a buon diritto una popolazione europea con intrinseche caratteristiche di univocità e specificità che possono essere desunte dai resti archeologici ritrovati in altrettante necropoli chiaramente identificate ed immediatamente riconoscibili come longobarde. Affidabili o no queste caratteristiche fanno dei Longobardi una popolazione modello nel contesto della cosiddetta Volkswanderung ideale oggetto per questo studio scientifico.

La ricerca archeologica e lo studio delle fonti storiche ha potuto permettere infatti di considerare come longobardi centinaia di siti funerari sparsi per l'Europa con sorprendenti analogie nella morfologia e nelle caratteristiche delle fosse e dei corredi funerari dalla Pannonia all'Italia settentrionale.

Lo scopo di questa ricerca scientifica di genetica delle popolazioni non è quello di ricostruire l'identità etnica dei Longobardi. Piuttosto sarà possibile determinare se, nel corso del VI sec., in Ungheria esistevano comunità caratterizzate da stretti legami di parentela il cui profilo genetico differiva da quello delle comunità confinanti in modo da suggerire il loro recente arrivo. Oppure se alcune comunità a Sud delle Alpi seguivano pratiche funerarie analoghe ad altre popolazioni del Nord Europa o dell'Europa orientale. O se, nonostante le loro caratterizzazione culturale e le loro abitudini funerarie specifiche, il loro make-up genetico era affine a quello delle circostanti popolazioni autoctone romee tale da suggerire un rapido processo di integrazione.

In definitiva il progetto offre un diverso modo di concettualizzare lo spazio, questa volta nei termini di affinità genetica piuttosto che in quelli offerti dalla cultura materiale, dalla linguistica, dalla giurisprudenza e dalla politica.

Fonti:

Using Genetic Data to Revolutionalize Understanding of Migration History
By Patrick J. Geary · Published 2013

Mapping European Population Movement through Genomic Research
By Patrick J. Geary and Krishna Veeramah · medieval worlds · No. 4 · 2016 · 65-78


giovedì 8 dicembre 2016

Etimologia di palla, pallone ed origine del suffisso accrescitivo -one

Tra le parole di uso più comune che sono direttamente passate dal longobardo all'italiano vi è la parola palla, attraverso la rotazione consonantica (legge di Grimm) della prima lettera b > p tipica della lingua longobarda. Come possiamo notare in onomastica il tipico germanico bert diventa il longobardo pert.

Pallone ci introduce all'origine del suffisso accrescitivo -one molto usato in italiano. Questo tipo di suffisso è sconosciuto alla lingua latina che non conosce il suffisso accrescitivo. In latino non è possibile esprimere il concetto "grande X" aggiungendo un suffisso alla parola "X". L'origine di questo suffisso di origine certamente indoeuropea è comune in area teutonico-scandinava.
In antico sassone, lingua affine al longobardo, i suffissi verbali -on servono a fare gli infiniti a partire da un sostantivo: mak (sacco, borsa) -on (fare) = makon, hat (ostilità) -on (odiare) = haton. In modo del tutto analogo in Toscana, ma anche in lombardo, si chiama il magone quel senso di oppressione allo stomaco che deriva da pensieri e preoccupazioni ovvero dal sostantivo longobardo mag (stomaco) + il suffisso accrescitivo derivativo -one. La linguistica è una scienza esatta.

Il suffisso accrescitivo patronimico -son in onomastica, a cui si aggiunge anche una funzione derivativa-germinativa, cioé figlio. Il son inglese ed il Sohn tedesco hanno infatti un'origine scandinava, si veda lo svedese son e il danese søn, molto conservativa rispetto al PIE *su(e)-nu- "dare origine a ...", si noti il lituano sunus molto simile: la lingua lituana è tra le lingue più conservative rispetto al PIE. Se uno vuole sentire come parlava un originario indoeuropeo basta sentire un contadino lituano. L'utilizzo di questo sistema patronimico è ancora in auge in Islanda, dobve praticamente tutti i nomi terminano in -son, si tratta di un antico retaggio che prima era comune a tutta l'area teutonico-scandinava.

Altri post sulla lingua longobarda:

L'elemento linguistico longobardo nella lingua italiana
Il suffisso antico germanico -ja nel toscano retaggio della lingua longobarda
I suffissi di origine germanica nella lingua, onomastica e toponomastica italiana

mercoledì 23 novembre 2016

Wyrd, il ruolo del destino.



Il wyrd ti ha condotto su questa pagina.


Se tu sei d’accordo, vuol dire che sei sulla strada giusta per capire il concetto del destino attivo conosciuto dagli Anglosassoni come Wyrd.

Wyrd è una parola dell’inglese antico, di genere femminile, dal verbo weorthan “diventare”. E’ legata al sassone antico wurd, alto tedesco antico wurt, norvegese antico urür. Wyrd è l’ancestore del più moderno weird, che prima significava strano ed inconsueto che nella forma peggiorativa portava connotazioni al soprannaturale come nelle weird sisters di Shakespeare, il trio di streghe in MacBeth. Le weird sisters originarie erano naturalmente le tre Norns, le dee norrene del destino.

Wyrd è il fato o il destino, ma non il “fato inellutabile” degli antichi greci. “Un evento o occorrenza”, trovato nell’elenco dell’Oxford English Dictionary più vicino al modo i nostri antenati Anglo-Sassoni e Norreni consideravano questo termine. Wyrd non è un punto di arrivo, ma un qualcosa che sta continuamente accadendo intorno a noi. Una delle frasi usate per descrivere questo termine ostico è “quello che accade”.

Un conciso dizionario Anglosassone, redatto da J.R. Clark Hall (University of Toronto Press, quarta edizione, 1996) elenca in modo vario “fato, possibilità, fortuna, destino, le sorti, provvidenza, caso, fenomeno, transazione, fatto, condizione” dipendente dal riferimento letterario dell’inglese antico che menziona il termine wyrd.  Nota “transazione” e “condizione” che fanno riferimento ad un fato attivo ed al contesto nel quale si vive.

Lo studioso Anglosassone Stephen Pollington lo descrive così:
“… vale la pena ricordare che la moderna concezione del tempo lineare era ancora un po’ un’astrazione scientifica perfino tra gli Anglo-Sassoni cristiani, i cui atteggiamenti nei confronti della vita e della morte sembra fossero governati dalla visione del mondo dei loro antenati pagani. Credevano che ad un certo momento alcuni uomini … erano stati condannati a morire – una reazione alle incertezze della guerra e agli incidenti non dissimile da quella di molti soldati moderni che hanno fede nell'idea che "se il tuo nome è scritto, non c'è niente che tu possa fare ..."

Legato a questa idea c’è il concetto del wyrd “il corso degli eventi” che è l’implicita struttura del tempo; è un modello che gli Anglosassoni tentarono di leggere nel loro mondo … Come osservò l’autore di Beowulf:
Il wyrd spesso salva un eroe condannato fintanto che il suo coraggio è grande
(versi 572-3)

Questo implica che mentre il coraggio di un uomo viene fuori, questo ha la speranza di vincere poiché il wyrd “il modo con cui accadono le cose” aiuterà sempre un tale uomo, fintanto che non è condannato; invece se un uomo è condannato allora neanche il coraggio potrà salvarlo a resistere contro “il corso degli eventi”.

“Il guerriero inglese dai tempi antichi fino al 1066”, pp166-167 Anglo-Saxon Books 1996
Se il tempo non è concepito o vissuto in modo lineare ma piuttosto come una serie di eventi collegati tra di loro, ognuno dei quali influenza gli altri, “quello che accade” ovvero il wyrd non è un punto di arrivo piuttosto una pietra miliare, ho perfino un incrocio. Così come l’esito del viaggio del viaggiatore dipende dalla via che sceglie, così noi abbiamo un ruolo attivo nei confronti di quello che il wyrd ha in serbo per noi. Il wyrd può essere modellato. Quello che fai come individuo può piegare o cambiare il wyrd.

Non si consideri il tempo come un fiume che scorre rapidamente, costantemente portando via i padri dai figli fino alla nostra morte, ma invece come un lago o sorgenti di diverse infinite forme. Una manciata di ciottoli gettati sulla la superficie di una pozza ferma creano simultaneamente l’effetto di increspature sull’acqua, si toccano l’una con l’altra sovrapponendosi. Ogni ciottolo è diverso dall’altro. Possono essere più grandi o più piccoli e creare schizzi di misura più grande o più piccola, ma il percorso di ognuno crea un effetto sul percorso di ogni altro. Questi ciottoli rappresentano il wyrd, ma nostre sono le mani che li lanciano.

Anche quando un uomo è condannato dal wyrd, c’è sempre conforto, anche accettando con dignità un destino avverso con coraggio. L’ultimo verso del poema conosciuto come rassegnazione, una meditazione sul giorno del giudizio, lo spiega bene:
È sempre la cosa migliore, se un uomo non può scongiurare il suo destino, che lo possa perciò soffrire bene.(tradotto da S.A.J. Bradley in Anglo-Saxon Poetry, David Campbell Publishers, 1982)

Questo è tratto da The Exeter Book, scritto tra il 950 ed il mille dell’era cristiana, e pur essendo un testo cristiano riflette l’importanza del destino nella lotta dell’uomo.
L’analogia della tela di ragno è utilmente utilizzata per rappresentare il wyrd. Ogni particolare della rete è una particolare parte del tutto, tuttavia il più piccolo insetto intrappolato fa sì che la rete vibri tutta. Se il ragno vincerà la cena dipende dalla sua abilità nel tessere la tela, da quanto velocemente reagirà, e dalle possibilità dell’insetto di riuscire libero dalla lotta. La rete è il wyrd ma gli attori su di essa decideranno l’esito.

Il World Wide Web è un'altra rete interconnessa, ed ha perciò un giusto nome. È davvero una rete con un numero praticamente infinito di nodi (di cui questa pagina è uno) collegati tra loro da invisibili fili di connettività elettronica. Questa pagina esiste per te. Sei arrivato qui per sapere del wyrd perché lo hai scelto tu nella tua via per il sapere.
Wyrd byð swyðost
Wyrd è la più forte

http://octavia.net/wyrd-the-role-of-fate/

martedì 8 novembre 2016

Non fu Cortez il killer ma il sistema immunitario

Il mattino dell’8 novembre 1519 il Vecchio ed il Nuovo Mondo si trovarono l’uno di fronte all’altro. Montezuma e Cortez si guardarono a lungo negli occhi soppesando i rispettivi destini. Tutto, intorno taceva, era come se il tempo, il moto dei pianeti e delle stelle si fosse di colpo fermato. Appena un anno più tardi Montezuma sarebbe morto, un altro anno e la splendida Messico la capitale del Nuovo Mondo sarebbe diventata una città fantasma, distrutta. Mai nella storia una civiltà giunta al massimo del suo sviluppo collassò tanto velocemente. Come un bellissimo girasole a cui un viandante avesse staccato di netto il capo. Cortez sbarcò in Messico dove oggi sorge Vera Cruz proveniente da Cuba con 110 marinai, 553 soldati armati di 32 balestre e 13 carabine, 10 cannoni pesanti, 4 colubrine leggere e 16 cavalli. Gli Spagnoli erano fortemente impreparati, del Messico non conoscevano praticamente nulla, non avevano carte geografiche né sapevano la lingua degli abitanti, condotti dalla brama per l'oro e la gloria penetrarono questo territorio spingendosi via via verso la capitale eludendo tutti gli ostacoli che si frapponevano alla loro fame di vittoria, circostanze che raramente hanno avuto un parallelo nella storia.

Come è spiegabile tutto ciò? Al tempo di Montezuma II gli Aztechi erano una civiltà giunta all’apogeo del suo sviluppo, il Messico contava una popolazione di 25,2 milioni di abitanti, negli stessi anni tutta l’Europa ne contava  57,2 milioni. Spagna e Portogallo assieme non arrivavano appena a 10 milioni di abitanti. I ricercatori Cook e Borah dell’Università di Berkeley  in California hanno determinato che dopo cento anni dall’arrivo degli spagnoli in America latina la popolazione del Messico si era ridotta ad appena un milione di abitanti. Come fu possibile? Che cosa era successo?


La storiografia moderna ha determinato che la causa del collasso anche demografico di questa civiltà pre-colombiana fu provocato in prima istanza dalla diffusione di malattie portate dagli europei contro le quali le popolazioni autoctone americane non avevano alcuna difesa poiché queste erano sconosciute al loro sistema immunitario. Nel corso dei millenni, grazie ad un lungo processo di selezione naturale, gli europei hanno sviluppato gli anticorpi ad una quantità di virus e batteri dei quali oggi non ci ammaliamo più, alcuni di questi ormai neppure esistono, è stato calcolato che circa l'8% del nostro DNA è composto da virus che sono stati per così dire inglobati nel nostro organismo. Quindi dentro di noi portiamo la memoria di tutte queste battaglie che il nostro corpo ha dovuto debellare per sopravvivere. Se consideriamo che gran parte degli europei ha una percentuale variabile dal 2 al 4% di DNA di Neanderthal spostiamo l'asticella della memoria del nostro sistema immunitario ad oltre 300.000 anni fa in quanto dai Neanderthal abbiamo ereditato tra le altre cose un sistema immunitario particolarmente reattivo che è il responsabile dalla enorme diffusione di allergie e malattie autoimmuni.

Questi spagnoli arrivati in Messico erano i discendenti dei sopravvissuti alla Peste Nera che funestò l'Europa nel XIV secolo, considerando l'attuale composizione degli aplogruppi maschili in Europa occidentale ed in particolare in Spagna, possiamo affermare con una certa ragionevolezza che l'aplogruppo R1b, che oggi è l'aplogruppo più diffuso in Europa occidentale, ha avuto un ruolo in questo.

La Spagna è infatti uno dei paesi europei con la più alta frequenza media di aplogruppo R1b pari al 69% della popolazione maschile, che arriva all'85% nei Paesi Baschi, i Baschi hanno avuto un ruolo di primo piano nella conquista e nella colonizzazione dell'America Latina per le doti marinaresche e la solidità delle imbarcazioni dei cantieri cantabrici. Tra le figure di rilievo spicca Lope Aguirre che veniva da Oñati e che ha incarnato l'essenza stessa del Conquistador con tutte le sue contraddizioni come emerge dal film "Aguirre, der Zorn Gottes" di  Werner Herzog.

venerdì 28 ottobre 2016

Berserker: il gene del guerriero

Il 25 settembre 1066 una spedizione di vichinghi norvegesi comandata da Harald Hardråde fu intercettata dal grosso delle armate sassoni presso il villaggio di Stamford Bridge nell'Inghilterra orientale. La battaglia fu una disfatta per i vichinghi che furono praticamente annientati. Le cronache raccontano tuttavia di grandi gesti di eroismo, in particolare un solo guerriero Berserker tenne il ponte sul fiume dando ai compagni il tempo di riorganizzarsi sull'altra sponda, impegnando per oltre un'ora l'esercito inglese. Armato di un'ascia a doppio taglio uccise da solo più di quaranta sassoni. Gli inglesi riuscirono ad eliminarlo solo andando sotto il ponte con una barca e colpendolo da sotto con una lunga lancia. Non conosciamo il nome del guerriero ma sappiamo che appartenenva alla casta dei Berserker, una sorta di elite di guerrieri che combatteva in uno stato di esaltazione semi-mistica.


Anche nell'antichità classica abbiamo esempi di guerrieri che combattevano in stato di trance, ne è un esempio Achille nell'Iliade del quale Omero canta le gesta e ne descrive l'ira funesta, ma furono gli scrittori e gli storici romani a parlare nei loro racconti di quello che chiamavano il "furor celtico", uno stato di trasfigurazione semi-mistica che caratterizzava i guerrieri di etnia celto-germanica allorquando nell'agone della battaglia non sentivano più il dolore e la fatica diventando imbattibili e invulnerabili guidati in modo meccanico da un istinto primordiale. Sembra che l'uso di sostanze psicotrope e di alcool aiutasse questi guerrieri a raggiungere questo stato di trasfigurazione, proprio la distillazione di alcool potrebbe essere stata alla base di alcune culture indoeuropee dell'età del bronzo, come per esempio quella dei Bell Beakers ovvero la cultura del vaso campaniforme, vaso che veniva seppellito insieme al defunto a testimoniare l'importanza dell'accessorio per quella cultura.

Ad ogni modo numerose testimonianze storiche raccontano delle caste dei guerrieri-bestia in area scandinava che prendevano il nome dal proprio animale totemico di riferimento: dai più famosi uomini-orso Berserk della cultura vichinga o normanna agli uomini-lupo Ulfendnar o Varulven, gli Svinfylking guerrieri che combattevano nella cosiddetta formazione "a testa di cinghiale", gli Hundingas, figli di cane o clan del cane, guerrieri cinocefali di cui fa menzione Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum quando parla dei Winnili, l'antico etnonimo dei Longobardi. Dei Berserker e degli Ulfendnar si parla nella Saga di Egill il Monco, nella Saga di Hrolf Kraki e nella Saga di Yngling, nella Saga di Grettir, nel poema Edda. Degli Hundingas si parla nel poema Widsith. Con la cristianizzazione del Nord Europa a partire dall'anno mille questi guerrieri vennero banditi, questo corrisponde all'eclissi storica delle caste di guerrieri che si ebbe in tutta Europa con l'avvento del feudalesimo, anche perché i guerrieri avevano acquisito dei privilegi giuridici a cui la nobiltà non voleva più accondiscendere come avvenne in Italia per le Arimannie di cui abbiamo parlato in questo blog. Così si aprì anche per i guerrieri la damnatio memoriae dell'era cristiana con le storie dei mannari e dei licantropi che tanta fortuna hanno avuto nella letteratura e nella cinematografia moderna. Il vescovo svedese Olao Magno (1490-1557) parla dei gravi danni provocati al bestiame dai lupi mannari della Prussia, della Livonia e della Lituania, il tutto ormai è visto in connessione al male e al peccato che agisce sugli uomini riducendoli ad uno stato bestiale.

Da tempo la comunità scientifica ha identificato il cosiddetto "gene del guerriero" (Sabol et al, 1998), si tratta della variante genetica MAOA [2-3-4-5]  (Monoamine Oxidase A). Si tratterebbe di un gene che interagisce col processo decisionale dell'individuo nella valutazione dei rischi, portando a valutazioni impulsive ed a comportamenti agressivi e verrebbe innescato sotto stress. Questo gene si trova nel cromosoma X quindi è ereditato dalla madre, ma è efficace nei maschi che hanno un solo cromosoma X, nelle donne la presenza di due cromosomi X rende improbabile la presenza di due varianti quindi l'uno escluderebbe l'altro. Il test del gene del guerriero è disponibile sia per gli uomini che per le donne anche presso la società FTDNA al costo di 99 $. Il gene del guerriero è legato all'SNP rs909525 situato nel cromosoma X se è T/A (A;A) a seconda delle notazioni, è negativo (MAOE 4 o 5, normale), mentre i valori positivi sono C/G (G;G) MAOA 2 o 3, gene del guerriero. La mutazione genetica si può evincere dal DNA autosomale ottenuto da FTDNA, prodotto Family Finder (FF) e da 23andme, esportando il RAW file in excel e ricercando la riga contenente il codice rs909525 e rintracciando il valore della mutazione nella colonna accanto.

Possedere la variante genetica non necessariamente porta a comportamenti aggressivi o anti-sociali, una persona può condurre una vita pacifica tutta la vita senza che il gene interferisca nei suoi comportamenti, il gene invece ha un ruolo importante in situazioni di profondo stress emotivo in caso di minaccia della propria vita o di quella dei propri congiunti, oppure in combattimento dove l'empatia con i propri compagni d'arme può innescarlo. Dal punto di vista scientifico fu solo con la guerra nel Vietnam che gli americani cominciarono ad utilizzare la scienza psicologica nello studio del comportamento dei soldati ed a monitorarne i comportamenti in battaglia. In particolare nel testo "Achilles in Vietnam: Combat Trauma and the Undoing of Character" di Jonathan Shay vengono studiati i disordini da stress pot-traumatico presenti nei reduci dal Vietnam e vengono paragonati con l'Iliade di Omero. In pratica la mutazion genetica in situazioni di forte stress provoca una sorta di corto-circuito nelle sinapsi dei processi decisionali, avviene una trasfigurazione dell'individuo ad un livello pre-razionale ed il comportamento diventa istintivo, bestiale, quasi meccanicamente guidato da un entità superiore. I Vichinghi usavano il grido di battaglia di "By Gotz" cioè "con gli dei" per sottolineare come in battaglia il comportamento del guerriero trascenda la natura umana e venga direttamente guidato dagli dei stessi. Per questo i Francesi chiamarono i primi Normanni col nomignolo dispregiativo di Bigoz, Bigothi, Bigos. Dopo la causa scatenante l'individuo torna ad essere quello che era prima ed è possibile anzi probabile che la sua mente fatichi a giustificare i suoi comportamenti in battaglia provocando disordini psicologici e traumi che possono durare anche tutta la vita.

Fonte: Genealogia genetica



lunedì 10 ottobre 2016

Il nodo di San Giovanni


Pietra dipinta - Gotland


Attribuibile al contesto culturale della tarda età del bronzo nordica, con influenze pagane celtiche, conosciuto anche come "Nodo di San Giovanni" compare in Nord Europa (Gotland) attorno al 400 d.C. Oggi è conosciuto principalmente come tasto command key della tastiera dei computer Apple e come simbolo turistico in Svezia ad indicare siti facenti parte del retaggio culturale scandinavo. Ideogramma magico per i Vichinghi, in Svezia si chiama Valknute, in Finlandia Hannunvaakuna ed è un simbolo portafortuna. Viene dipinto o inciso sulle case e sugli utensili della casa per tenere lontani gli spiriti maligni e la sfortuna dai proprietari. Presente in Toscana in plutei e battisteri di origine altomedievale la cui origine è da ricondurre a Longobardi e Goti che nella Scandinavia avevano la loro terra ancestrale.

Kungsleden - Lapponia svedese


Pieve di san Leolino Panzano


Pieve di Sant'Appiano

venerdì 30 settembre 2016

L'etimologia del Lambrusco

Lo so, non è un vino toscano, ma non ho saputo resistere appena ho avuto l'illuminazione su questo splendido etimo di origine 100% barbarica e che in giro vedo sempre spiegato con un origine latina da labrŭscum altamente improbabile. Ma andiamo per ordine, per chi non lo conoscesse ma ne dubito, il Lambrusco è un vino rosso giovane, frizzante che si produce in Emilia, nella zona di Modena in particolare.

La parola Lambrusco è composta da due etimi differenti, partiamo dalla fine. Come riportato sulla nostra glossa longobarda abbiamo già trovato l'etimo brusk (arbusto spinoso) in altre parole toscane come in bruschetta, fetta di pane arrostito preparata strofinandoci uno spicchio d'aglio e condita con olio novo; in bruschino piccola spazzola per la pulizia delle unghie; in bruscolo fastidioso e pungente corpo estraneo che finisce nell'occhio nonché nel reggiano bruscia, spazzola usata per cavalli o buoi, quindi sempre ad indicare qualcosa che graffia, che raschia. proprio come l'effetto del vino frizzante e un po' acido sulla gola. Lam è più difficile significa agnello come sostantivo, ma a noi interessa l'aggettivo che vale incompleto, imperfetto, non compiuto anche paralizzato ed è riferito al concetto del "vin giovane" consumato prima del tempo, prima di arrivare alla sua maturazione, proprio come l'agnello dal punto di vista alimentare. Ancora una volta il dialetto modenese sembra essere in Italia quello più profondamente influenzato dalle parole di origine barbarica.

domenica 25 settembre 2016

L'ultimo vichingo

950 anni fa, una disperata, sanguinosa battaglia cambiò per sempre la storia d'Inghilterra.

25 settembre, 1066 - Gli invasori del re vichingo Harald Hardrada furono massacrati a Stamford Bridge fuori York. Colti di sorpresa dal re inglese Harold e dal suo esercito gli uomini del Nord combatterono fino all'ultimo respiro, come tutti i guerrieri dovrebbero.

Strappato alla battaglia, insanguinato ed esausto il re guerriero ormai non più nel fiore degli anni trovò riparo in una semplice casa col tetto di paglia, il clamore della battaglia e le grida dei caduti svaniscono dietro di lui. Il grande Harald Hartrada ancora non lo sa ma le sue spoglie mortali, violate ed insanguinate ormai giacciono sul campo di battaglia accanto al fiume. Ma grande è la sua voglia di vita e la sete della fama in battaglia e delle gloria, che egli ha ancora una storia da raccontare. Un finale epico da condividere del suo viaggio sulla via del guerriero, prima che la sua anima parta per l'aldilà.

E Odino il dio della lancia signore della guerra e della poesia, la vorrà ascoltare.

Senti il calore della battaglia, ascolta la musica delle spade sugli scudi, cattura l'abilità ed il coraggio e ascolta il racconto di uno dei più grandi guerrieri mai vissuti. Realizzato dallo scrittore di bestseller Giles Kristian e dal premiato regista Philip Stevens, questo cortometraggio unisce la bellezza delle ballate con la narrazione cinematografica d'azione per divertire ed educare.


lunedì 19 settembre 2016

Saghe longobarde: la caduta di Cividale ad opera degli Unni

E infine giunse per i Longobardi di Cividale l'appuntamento con la storia e col destino, gli Unni calarono dalla valle dell'Isonzo con un esercito sterminato che riempiva tutta la valle. Il duca Gisulfo II signore di Cividale li affrontò in campo aperto con i migliori guerrieri della città, ma soverchiato dal numero dei nemici, fu circondato e massacrato sul campo con tutti i suoi uomini. Al Khan degli Unni adesso si apriva la strada del capoluogo del ducato friulano che seppur spogliato dei suoi guerrieri era fortezza ben protetta dove si rifugiarono dal contado donne, bambini ed anziani. Oltre che a Cividale i Longobardi si erano barricati negli altri castelli del Friuli: Cormona, Nimis, Osoppo, Artegna, Reunia, Gemona, Ibligine.

I Longobardi avevano già conosciuto gli Unni dai tempi nei quali stavano in Pannonia e per questo li temevano, sapevano del loro valore in battaglia, della loro ferocia, della loro abilità nella cavalcata che gli permetteva di poter scoccare coi loro archi ricurvi al galoppo in perfetto equilibrio senza neppur toccare le briglie. Fu proprio grazie ai patti con gli Unni che Alboino poté sbarazzarsi degli odiati Gepidi, gli eterni rivali di sempre e creare le condizioni per l'avventura italiana con le spalle coperte: un capolavoro politico prima ancora che militare.

Ma la storia ti presenta sempre il conto e la pressione degli Unni verso occidente si era fatta sempre più forte, la prospettiva di una terra fertile, prospera, baciata dal sole, la promessa di un ricco bottino era un ottimo incentivo per lasciare le ugge delle pianure pannoniche.

Ormai vedova e senza guerrieri validi la moglie del duca Gisulfo del Friuli, Romilda osservava dall'alto delle mura di Cividale la valle che si riempiva dei cavalieri venuti da oriente, vide il giovane Khan circondato dai guerrieri più valorosi che si avvicinava alle mura di Cividale. Era preoccupata da un assedio che sarebbe potuto durare settimane se non mesi e per il destino dei suoi figli. Aveva quattro figli maschi: Taso e Cacco adolescenti, Rodoaldo e Grimoaldo ancora fanciulli e quattro figlie femmine, le maggiori delle quali si chiamavano Appa e Galia. Ormai senza protezione, seguendo l'inclinazione della donna longobarda educata in una società rigidamente patriarcale a ricercare nell'uomo forte una tutela per sé e la propria famiglia, Romilda si decise ad inviare un messaggero al giovane Khan degli Unni chiedendogli di prenderla in moglie e così risparmiare il suo popolo. Il capo degli Unni soppesata la proposta e subito intravista la possibilità di una facile e rapida vittoria accettò la proposta. Subito Romilda aprì agli Unni le porte di Cividale, questi una volta entrati in città fecero scempio della popolazione razziando tutto quello che poterono portare via.

I sopravvissuti furono riportati in Pannonia loro terra per essere sorteggiati tra loro come schiavi, tra questi vi erano anche i figli e le figlie di Romilda. Ma alla prima occasione propizia Taso, Cacco e Rodoaldo che avevano ereditato il coraggio dal padre Gisulfo e preferendo combattere e magari cadere piuttosto che vivere una vita in schiavitù, saltarono a cavallo per scappare via il più velocemente possibile. Il fratellino Grimoaldo era troppo piccolo per poter fuggire con loro e allora Taso estrasse la spada preferendo ucciderlo che lasciarlo in mano agli Unni, ma il piccolo Grimoaldo con gli occhi gonfi di lacrime implorò il fratello maggiore di risparmiarlo e di portarlo con sé che si sarebbe tenuto stretto alla criniera del cavallo. I quattro fratelli scapparono subito inseguiti dagli abili cavalieri unni che presto raggiunsero il piccolo Grimoaldo che fu catturato e riportato indietro verso l'accampamento che gli Unni chiamavano "Campo sacro". Mentre l'Unno si rallegrava per la facile e prestigiosa cattura sottovalutando la minaccia del bambino longobardo alle sue spalle, Grimoaldo estrasse la spada che a malapena riusciva a sollevare e da dietro gli mollò un fendente sulla testa spaccandogli il cranio e uccidendolo all'istante, allora girò il cavallo e raggiunse i fratelli. Da allora i Longobardi dissero di Grimoaldo futuro loro re "agitando un grande animo in un piccolo petto".

Purtroppo al campo tutti i Longobardi in età adulta furono massacrati per vendetta, quanto a Romilda il Khan la sposò per salvare l'onore e mantenere la parola data ma, trascorsa la prima notte di nozze con lei, il giorno dopo la consegnò ai suoi uomini affinché la violentassero a proprio piacimento poi gli Unni la impalarono in mezzo al campo perché fosse di monito ai Longobardi. Ma le sue figlie, volendo mantenersi caste escogitarono uno stratagemma, sotto la lunga fascia che stringeva loro il seno si infilarono degli avanzi di selvaggina che dopo qualche giorno cominciarono ad emanare un fetore insopportabile. Fu così che tutte le volte che un uomo gli si avvicinava per abusare di loro era costretto ad allontanarsi subito maledicendo la fetida razza longobarda.

Mantenuta la castità le ragazze furono riscattate da nobili casate: una andò in sposa al re degli Alamanni e l'altra ad un principe dei Bavari e vissero felici e contente per il resto della vita. Il loro fratello Grimoaldo fu incoronato re dei Longobardi e d'Italia nel 662 ed il suo regno durò nove anni nei quali ottenne importanti vittorie sui Bizantini dell'imperatore Costante II; di lui si disse "Fu gagliardo di corpo, primo fra tutti per audacia, dalla testa calva, dalla lunga barba, ornato di saggezza non meno che di forza ".

Tutto questo ho raccontato io Paolo Diacono di Cividale del Friuli discendente di Leipchis giunto in Italia dalla Pannonia con Alboino.

venerdì 19 agosto 2016

I druidi Celti nella letteratura classica latina

Diogene Laerzio, Vite, Introduzione, 1
Alcuni pensano che lo studio della filosofia abbia una origine barbara. Tra i Persiani infatti vi furono i magi, tra i Babilonesi e gli Assiri i caldei, tra gli Indiani i gimnosofisti, mentre i Celti e i Galati avevano sacerdoti chiamati druidi o semnotheoi.

Diogene  Laerzio, Vite, Introduzione, 5
Quanti ritengono che la filosofia sia un’invenzione dei barbari, illustrano i sistemi di ogni singolo popolo; dicono che i gimnosofisti e i druidi fanno le loro affermazioni con frasi oscure ed enigmatiche, e insegnano che bisogna adorare gli dèi, astenersi dal male e tenere un comportamento virile.

Cesare, De Bello Gallico VI, 13
In ogni parte della Gallia vi sono due classi di uomini che hanno potere e prestigio. I plebei sono praticamente degli schiavi, e non osano fare nulla per sé, né partecipano ad alcuna decisione. La maggior parte sono oppressi dai debiti o dalla pesantezza dei tributi o dalle ingiustizie dei potenti, e si pongono così al servizio dei nobili che hanno su di loro gli stessi diritti che i padroni hanno sugli schiavi. Di queste due classi una è quella dei druidi, l’altra dei cavalieri. I druidi sovrintendono alle questioni religiose, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, interpretano i precetti della religione. A loro ricorrono molti adolescenti per imparare le dottrina, e sono tenuti in grande onore. Deliberano infatti in ogni controversia pubblica e privata. Se poi avviene qualche delitto, una uccisione, una controversia su questioni di eredità e di confini, sono loro a giudicare, assegnando ricompense e pene. Chi, privato o comunità, non si attiene alla loro decisione, viene escluso dai sacrifici. Presso i Galli questa pena è gravissima. Coloro che sono stati esclusi in questo modo dalle questioni religiose, vengono considerati empi e disgraziati; tutti si tengono lontani e temono il contagio. Se chiedono giustizia, non la ottengono. Non possono accedere a nessuna carica pubblica. A capo di tutti i druidi c’è un solo uomo, che ha l’autorità somma tra loro. Quando questi muore, gli succede chi eccelle sugli altri per dignità, oppure, se ve ne sono molti di egual grado, viene eletto il vincitore per suffragio, talvolta si contendono questo primato con le armi. Si radunano poi in un preciso momento dell’anno, in un luogo consacrato, nel paese dei Carnuti, poiché si ritiene che questa regione sia al centro di tutta la Gallia. Qui arrivano da ogni parte quelli che hanno delle controversie, e si sottomettono ai loro giudizi e ai loro decreti. Si pensa che la dottrina dei druidi sia nata in Britannia e che da lì sia passata in Gallia, e ora chi la vuole conoscere più profondamente va per lo più in Britannia a impararla.

Cesare, De bello gallico VI, 14
I druidi di solito si tengono lontani dalla guerra, e non pagano come gli altri tributi. Hanno l’esenzione dal servizio militare e da qualsiasi altra prestazione. Spinti da tanti vantaggi, e molti di spontanea volontà, accorrono ad apprendere questa dottrina; altri sono mandati dai genitori e dai parenti. Pare che imparino lì un gran numero di versi. Così alcuni vi rimangono vent’anni per apprendere. Non pensano sia lecito lasciarli scritti, mentre si servono del greco per quasi tutte le altre faccende, per le norme pubbliche e private. Credo che abbiano stabilito questo per due ragioni: da un lato non vogliono che si diffonda tra il popolo la loro dottrina, dall’altro hanno timore che i novizi, confidando nella scrittura, siano meno diligenti nell’apprenderla. Accade infatti molte volte che con l’ausilio della scrittura ci si mostri meno disposti a imparare e a studiare a memoria. In primo luogo i druidi vogliono persuadere che l’anima non muore, ma dopo la morte passa in altri; questo dovrebbe essere soprattutto uno sprone al valore, visto che il timore della morte viene abbandonato. Discutono anche molto degli astri e del loro movimento, della grandezza del mondo e della terra, della natura, della potenza degli dèi immortali e di tutto ciò che fanno precetti per i giovani.

Cesare, De Bello Gallico VI, 16
Tutta la nazione gallica è molto dedita a pratiche superstiziose. Per questa ragione chi sia affetto da gravi malattie o si trovi in battaglia, o nei pericoli, immola vittime umane o vota se stesso alla morte; per questi sacrifici si servono come ministri dei druidi, poiché pensano che non si possa placare la volontà degli dèi immortali se non dando una vita per un’altra vita; anche la comunità ha stabilito per la sua salvezza questo genere di sacrifici. Alcune popolazioni hanno statue di grandezza inusitata, le cui membra sono intessute di vimini e al cui interno vengono posti uomini vivi; vi pongono sotto il fuoco e gli uomini muoiono avvolti dalle fiamme. Pensano che gli dèi preferiscano la morte di chi sia stato arrestato per furto, per latrocinio e per qualche altro delitto. Se tuttavia mancano uomini di questo genere sacrificano anche degli innocenti.

Cesare, De Bello Gallico, VI, 17
Il dio che i Galli onorano di più è Mercurio: le sue statue sono le più numerose, essi lo considerano come l’inventore di tutte le arti , egli è per loro il dio che indica il cammino, che guida il viaggiatore, egli è colui che è più abile ad assicurarsi i guadagni e a proteggere il commercio. Dopo di lui adorano Apollo, Marte, Giove e Minerva. Essi si fanno di questi dei pressappoco la stessa idea degli altri popoli : Apollo guarisce dalle malattie, Minerva insegna i principi dei lavori manuali, Giove è il signore degli dei, Marte presiede alla guerra. Quando hanno deciso di dare battaglia promettono generalmente a questo dio il bottino che riusciranno a fare; vincitori gli offrono in sacrificio il bottino vivo e accumulano il resto in un solo luogo. In numerose città si possono vedere in luoghi consacrati dei tumuli innalzati con questa spoglie; ed è raro che un uomo osi, a sprezzo della legge religiosa, dissimulare presso di lui il suo bottino o toccare le offerte . un tal crimine è punito con una morte orribile tra i tormenti.

Cesare, De Bello Gallico, VI, 18, 1
I Galli sostengono di discendere tutti dal padre Dite e che questo sia tramandato dai druidi. Perciò non calcolano il tempo contando i giorni, ma le notti: le date natalizie, il principio dei mesi e degli anni sono contati facendo incominciare la giornata con la notte.

Cesare, De bello gallico VI, 21, 1
I Germani hanno costumi molto diversi. Infatti non hanno druidi che presiedano alle funzioni sacerdotali, e non sono dediti ai sacrifici..

Cicerone, De Divinatione I, XLI, 90
La pratica della divinazione non è disprezzata neppure tra i barbari, se è vero che in Gallia esistono i druidi, e esistono davvero. Io stesso ne ho conosciuto uno, Diviziaco , l’Eduo, tuo ospite e sostenitore. Egli ha dichiarato di avere quella conoscenza della natura che i Greci chiamano “fisiologia”, e di poter conoscere il futuro a volte servendosi di àuguri, a volte di congetture.

Diodoro Siculo, Historiae V, 28, 6
La dottrina pitagorica prevale tra i Galli, e insegna che le anime degli uomini sono immortali e che dopo un certo numero di anni tornano a vivere, quando un’anima si incarna in un altro corpo.

Diodoro Siculo, Historiae V, 31, 2-5
E ci sono tra i Galli poeti che essi chiamano bardi; e cantano su strumenti simili alla lira, inneggiando alcuni e vituperando altri. Hanno filosofi e teologi tenuti in grande considerazione, che vengono chiamati druidi. Hanno anche indovini molto importanti, che predicono il futuro osservando il volo degli uccelli e le interiora delle vittime e le cui parole ciascuno tiene in gran conto. Soprattutto quando devono vaticinare su problemi di particolare importanza, hanno un’usanza strana e incredibile. Infatti colpiscono un uomo con un pugnale nella regione sottostante il diaframma e, dopo la sua caduta, predicono il suo futuro osservando le convulsioni del suo corpo e il modo in cui scorre il sangue; è questo un modo di divinare a loro particolarmente famigliare, poiché è molto antico. E’ costume presso i Galli che nessun sacrificio venga compiuto senza l’ausilio di un filosofo, perché si crede che le offerte agli dèi dovrebbero essere fatte soltanto con la mediazione di queste figure, che conoscono la natura divina e hanno con essa familiarità; e che soltanto attraverso di loro si possono rivolgere suppliche agli dèi in modo appropriato. Questi veggenti hanno autorità non soltanto in tempo di pace, ma anche in guerra, mentre gli incantamenti dei bradi operano su amici e nemici. Spesso quando i combattenti si affrontano uno di fronte all’altro, le spade sguainate e le aste incrociate, questi uomini si pongono nel mezzo e fermano la battaglia, proprio come talvolta vengono incantate le bestie feroci. Così, anche fra i barbari più selvaggi, l’ira si piega alla salvezza. Mentre arretra di fronte alle Muse.

Strabone, Geographica IV, 4, 197, 4
Tra le genti galliche, ci sono tre categorie di persone che vengono onorate in modo particolare: i bardi, i vati e i druidi. I bardi sono cantori e poeti; i vati sono divinatori e filosofi della natura; mentre i druidi studiano contemporaneamente la filosofia della natura e quella morale. I druidi sono considerati i più giusti fra gli uomini e per questa ragione si ricorre a loro sia per dispute private, sia per problemi della comunità. Anticamente, arbitravano persino i casi di guerra, e facevano fermare i contendenti quando già stavano per ingaggiare battaglia. Si occupavano in particolar caso di omicidio, che venivano portati di fronte a loro per essere giudicati. Inoltre, quando vi è abbondanza di questi casi [di criminali da offrire in sacrificio] pensano vi sarà anche abbondanza della terra. Comunque non solo i druidi, ma anche altri, ritengono che le anime degli uomini, e l’universo, siano incorruttibili, sebbene il fuoco e l’acqua prevarranno prima o poi su di loro.

Strabone, Geographica IV, 4, 198, 5
Ma i Romani fermarono questi costumi, così come tutti quei sacrifici e pratiche divinatorie contrarie alla nostra consuetudine. Usavano colpire alla schiena con una spada un uomo che avevano deciso di immolare, e trarre presagi dalle sue contorsioni. Tutto ciò non può essere fatto senza i druidi. Sappiamo poi di altri tipi di sacrifici umani. Uccidevano le vittime con le frecce, le impalavano nei templi, o costruivano colossi di paglia e di legno, dove buttavano bestiame, animali selvatici ed esseri umani, che venivano arsi insieme.

Ammiano Marcellino, Rerum Gestarum XV, 9, 4
I druidi affermano che parte della popolazione della Gallia era indigena, mentre altri venivano dalle isole e dalle terre di là dal Reno, fuggiti dalle loro sedi originarie a causa delle ripetute guerre e dalle inondazioni prodotte dal mare.

Ammiano Marcellino Rerum Gestarum XV, 9, 8
In questi luoghi iniziarono a diffondersi, fra genti che divenivano sempre più civilizzate, le arti raffinate promosse dai bardi, dagli euagi e dai druidi. E i bardi cantavano le imprese eroiche di uomini illustri, composte in versi solenni, con il dolce accompagnamento della lira, mentre gli euagi cercavano di dare una spiegazione ai profondi misteri della natura. I druidi, infine, uomini di maggior talento, si riunivano in sodalizi sotto il segno della dottrina pitagorica, eletti ad indagare le questioni occulte e profonde; sprezzanti verso le cose terrene, pensavano che le anime fossero immortali.

Svetonio, Claudius, 25
Soppresse completamente la religione inumana e terribile dei druidi in Gallia, che sotto il principato di Augusto era stata soltanto vietata ad alcuni cittadini romani.

Pomponio Mela, De situ orbis III, 2, 18-19
Rimangono ancora le tracce di una barbarie non più praticata e se anche si trattengono dalla strage, tuttavia viene ancora sparso il sangue delle vittime condotte all’altare. Hanno nonostante ciò un loro genere di eloquenza, e insegnanti di saggezza, chiamati druidi. Essi dichiarano di conoscere la forma e la grandezza del mondo, i movimenti dei pianeti e delle stelle e la volontà degli dèi. Impartiscono molti insegnamenti ai nobili Galli, in un corso di studi che dura vent’anni, e si incontrano in segreto in una grotta o in balze isolate. Uno dei loro precetti è stato reso di pubblico, evidentemente per spingere la popolazione al combattimento. Che le anime sono immortali e che esiste una seconda vita nel regno dell’Oltretomba. Questa è la ragione per cui bruciano e seppelliscono con i loro morti le cose di cui avevano bisogno da vivi. Una volta rimandavano alla seconda vita anche la conclusione degli affari e la riscossione dei crediti. E vi era anche che si gettava spontaneamente sulle pire dei propri defunti, per dividere con loro la nuova vita.

Lucanio, Farsalia I, 450-58
E voi, o druidi, tornaste a ripetere i vostri riti barbarici e la sinistra consuetudine dei sacrifici, abbandonati nel momento in cui avevate deposto le armi. A voi soltanto è concesso di conoscere gli dèi e le potenze del cielo o affermarle in conoscibili; voi abitate boschi profondi in remote foreste sacre. Secondo quanto voi sostenete, le ombre non scendono nelle silenziose sedi dell’Erebo e nei pallidi domini del profondo Dite: il medesimo spirito governa il nostro corpo in un altro mondo; se voi esprimete cose di cui siete ben sicuri, la morte rappresenta il punto mediano di una lunga vita.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XVI, 249-251
Dobbiamo ricordare qui la devozione che i Galli offrivano a questa pianta. I druidi, così essi chiamano i loro maghi, non avevano nulla tanto sacro quanto il vischio, e la quercia su cui cresce. Soltanto in grazia dell’albero scelgono boschi di querce, e non eseguono nessun rito se non alla presenza di una sua fronda; sembra così probabile che i sacerdoti derivino il loro nome dalla parola greca che indica la quercia. Infatti pensano che qualsiasi cosa cresca sull’albero sia stata mandata dal cielo e sia una prova che il dio in persona ha scelto proprio quella quercia; il vischio tuttavia si trova di rado sulla quercia. Quando questo accade, gli si dedicano cerimonie apposite, in particolare il sesto giorno della luna, poiché in base al movimento di questo pianeta essi misurano i loro mesi e i loro anni, nonché le età, un periodo di trent’anni. I Celti scelgono questo giorno, perché la luna, benché non sia ancora a metà del suo corso, ha già un forte influsso. Chiamano il vischio con un nome che nella loro lingua significa “che tutto risana”. Apprestati sotto gli alberi il sacrificio e il banchetto secondo il rito, vengono condotti due tori candidi, ai quali vengono per la prima volta legate le corna. Il sacerdote, avvolto in una veste bianca, sale sull’albero e taglia con un falcetto d’oro il vischio, che viene raccolto dagli altri con un panno bianco. Poi vengono uccise le vittime ed essi pregano che il dio renda propizio l suo dono a coloro a cui l’ha offerto. Pensano infatti che il vischio, se ingerito in una bevanda, porti la fecondità agli animali sterili, e sia l’antidoto per tutti i veleni. Ecco quali forti sentimenti religiosi molti provano per cose di poco conto.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XXIV, 103, 4
Un’erba simile alla sabina viene chiamata selago. Si raccoglie senza l’uso di uno strumento, passando la mano destra attraverso la manica sinistra, nell’atto di chi commette un furto. Bisogna avere un abito bianco, piedi ben lavati e nudi, ed è necessaria un’offerta di pane e vino prima della raccolta. I druidi in Gallia ritengono che sia un buon incantesimo contro pericoli di ogni genere, e che il fumo che si produce bruciando la pianta sia un ottimo rimedio per le malattie degli occhi. Citano anche un’altra pianta, che chiamano samolus; deve essere raccolta a digiuno con la mano sinistra, ed è un potente rimedio contro le malattie del bestiame. Il raccoglitore non deve però guardarsi alle spalle o lasciare la pianta in altro luogo che nei canali di abbeveramento.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia XXIX, 52
Vi è un altro tipo di uova, molto noto fra i Galli, ma non nel mondo greco. Durante l’estate numerosi serpenti si intrecciano e rimangono attaccati con una secrezione che gli esce dal corpo e dalle fauci. Questa secrezione viene chiamata anguinum. I druidi dicono che, sibilando, i serpenti lanciano in aria questa sostanza, che deve essere raccolta nella veste prima che tocchi terra. Chi l’ha presa deve immediatamente scappare a cavallo, dal momento che i serpenti lo finché non vengono allontanati da una corrente. Si può verificarne la natura, se naviga contro corrente, anche se è incastonata nell’oro. E, poiché è tipico dei maghi occultare i loro inganni, stabiliscono che queste uova debbano essere raccolte con una certa luna, quasi che dipendesse dall’uomo far coincidere il gesto dei serpenti con l’arbitrio umano. Io stesso ho visto una di queste uova; era rotonda, grande quanto circa una piccola mela, e aveva un guscio cartilagineo, come le fitte ventose dei tentacoli del polipo. I druidi ne hanno una grande stima. Si dice addirittura che porti la vittoria nelle liti e che permetta di essere ricevuti favorevolmente dai re. Questo è falso poiché pare che un uomo dei Voconzi, un cavaliere romano, se lo sia tenuto in petto durante una lite e sia stato condannato a morte dall’imperatore Claudio, apparentemente soltanto per questo.

Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXX, 13
La magia fiorì in Gallia, fino ad un periodo che siamo in grado di ricordare. Durante il principato di Tiberio infatti venne emesso un decreto del senato contro i druidi galli e tutta quella stirpe di indovini e medici. Ma perché dovrei ricordare queste cose di un’arte che ormai ha attraversato l’oceano, e che è giunta agli estremi confini della terra? Anche oggi la Britannia è affascinata dalla magia, e celebra i riti con un tale apparato cerimoniale che potrebbe sembrare sia stata questa la regione del mondo a insegnare la magia ai Persiani. A tal punto le popolazioni, per quanto diverse tra loro e ignare delle della reciproca esistenza, concordano su questo elemento. Di conseguenza, non potremmo mai provare una gratitudine eccessiva per i Romani, che ci hanno liberati da un rito mostruoso in cui uccidere un uomo era un gesto di grande pietas religiosa e mangiarne le viscere aveva molti benefici.

Tacito, Annales XIV, 30
Stava sulla spiaggia la variegata schiera di nemici, densa di armi e di uomini, percorsa da donne vestite di scuro alla maniera delle Furie, con i capelli sciolti al vento, che agitavano fiaccole. Intorno stavano i druidi, che levavano le mani al cielo, lanciando contro di noi maledizioni. La stranezza del loro aspetto impressionò i soldati, che se ne stavano con il corpo paralizzato e le membra immobili, esposti alle ferite dei nemici. Poi, esortati dai capi, e facendosi loro stessi forza, per non dare l’impressione di tremare di fronte ad una schiera di donne e invasati, si gettarono contro di loro, li travolsero, avviluppandoli nelle loro stesse fiamme. Dopo fu loro imposto un presidio e vennero abbattuti i boschi sacri ai loro culti barbarici, che prescrivevano che gli altari fumassero del sangue dei prigionieri e che si dovessero consultare gli dei, servendosi di viscere umane.

Tacito, Historiae IV, 54
Un tempo Roma era stata presa dai Galli, ma poiché la dimora di Giove era rimasta intatta l’impero non era andato distrutto. Ora invece, con vana superstizione, i druidi cantavano che l’incendio del Campidoglio voluto dal fato fosse un segno dell’ira divina, che assegnava alle genti d’oltralpe il potere sul mondo.

Diode Crisostomo, Orationes XLIXI Persiani credo che abbiamo uomini chiamati magi… gli Egiziani i loro sacerdoti… e gli Indiani hanno i loro Bramini. D’altro canto i Celti hanno uomini chiamati druidi, che si occupano di divinazione e di tutte le discipline relative alla saggezza. Senza i loro consigli i re non osavano fare nulla, né prendere decisioni, così che di fatto erano loro a regnare, mentre i re, seduti su troni d’oro in palazzi meravigliosi, erano divenuti semplici ministri del potere dei druidi.

Lampridio, Alexander Severus LIX, 6
Mentre si accingeva a partire, una profetessa druidica gli urlò in lingua gallica : “Va’, ma non sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati”.

Vopisco, Numerianus XIV, 2
Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori, ed era di stanza in Gallia nel paese dei Tungri, si trovò in una locanda a fare i conti dei suoi costi giornalieri con una donna che era una druidessa. Questa a un certo punto gli disse: “Diocleziano, sei troppo avaro e spilorcio!”. Ed egli le rispose scherzando: “quando sarò imperatore, allora sì che largheggerò!”. E si dice che la druidessa avesse risposto : “Diocleziano, non scherzare, sarai infatti imperatore, dopo aver ucciso il cinghiale”.

Vopisco, Aurelianus XLIV, 4-5
Diceva infatti Asclepiodoto che Aureliano aveva una volta consultato le druidesse di Gallia, chiedendo loro se l’Impero sarebbe rimasto ai suoi discendenti, ma queste avevano risposto che nessun nome sarebbe stato più famoso di quello dei discendenti di Claudio. E infatti ora è imperatore Costanzo, che discende da quel sangue e i cui discendenti raggiunsero, credo, quella gloria che era stata vaticinata dalle profetesse.

Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensis IV, 7-10
Se la fama non mente, tu discendo da druidi di Bayeux, e riconduci la tua stirpe consacrata al tempio di Beleno, donde vi viene il nome.

Ausonio, Commemoratio professorum Burdigalensis X, 22-30
E io non posso non parlare del vecchio Fenicio che, sebbene fosse addetto al tempio di Beleno, non ne trasse alcun profitto. Discendeva, come si dice, dai druidi di Armonica, e ottenne un seggio a Bordeaux, con l’aiuto di suo figlio.

Nennio, Historia Britonum, 40
Dopo ciò il re convocò a sé i suoi magi, per interrogarli sul da farsi.

Ippolito, Philosophumena I, XXV
Tra i Celti, i druidi si dedicarono alla filosofia pitagorica, alla quale erano stati indirizzati da Salmoside, il servo di Pitagora, uomo di origine tracia che era giunto tra i druidi dopo la morte del padrone, e che aveva dato loro l’opportunità di apprenderne le teorie. I Celti credevano che i loro druidi fossero indovini e profeti, poiché sapevano predire certi eventi, grazie al sistema di calcolo pitagorici. Non passeremo sotto silenzio l’origine del sapere dei druidi, poiché alcuni hanno presunto di scorgervi distinte scuole di pensiero. In verità i druidi si servivano anche delle arti magiche.

Clemente Alessandrino, Stremata I, XV, 70, 1
Alessandro, nell’opera sui Simboli Pitagorici, sostiene che Pitagora fosse stato un discepolo di Zaratro l’Assiro e che, oltre a ciò, avesse appreso quanto sapeva dai Galati e dai bramini.

Stremata I, XV, 71, 3
Così la filosofia, una scienza della massima utilità, fiorì nell’antichità fra i barbari e diffuse fra le nazioni la sua luce. Più tardi giunse in Grecia. Per primi la coltivarono o profeti degli Egiziani, i Caldei fra gli Assiri, e i druidi fra i Galli; i Samanei fra i Britanni, i filosofi dei Celti, i magi dei Persiani…

Valerio Massimo, Factorum ac Dictorum II, 6, 10
Dopo aver lasciato la descrizione delle mura di Marsiglia, veniamo ora ad un antico costume dei Galli, che si tramanda fossero soliti prestarsi somme di denaro, che credevano sarebbero state restituite dopo la morte. Li avrei ritenuti stolti, se non fosse che i barbari la pensavano come il greco Pitagora.

Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 41, 3
Noi veneriamo la sorgente dei grandi fiumi: altari segnano il luogo dove un fiume è scaturito. Si onorano con un culto le sorgenti di acque termali. Il colore cupo e le insondabili profondità delle loro acque hanno conferito ad alcuni stagni un carattere sacro.

Elenco evinto da Bibrax Associazione culturale celtica: La religione e i druidi

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