lunedì 24 aprile 2017

Origine e diffusione dell'aplogruppo Y-DNA I1 in Italia

Dopo qualche tempo torniamo a parlare di aplogruppi del cromosoma Y su questo blog. Lo spunto ci viene dato ancora una volta dal sito Eupedia.com che ha recentemente aggiornato in base alle ultime risultanze emerse le sue ormai famose mappe di genetica delle popolazioni questa volta relative all'aplogruppo I1. Per chi fosse a digiuno della materia ricordo che il cromosoma Y che si trasmette di padre in figlio attraverso la linea paterna, ha la prerogativa unica nel corredo genetico di rimanere inalterato nel corso degli anni e viene per questo chiamato "cromosoma fotocopia". Per questa sua caratteristica è molto utile in genealogia genetica e nella genetica delle popolazioni per stabilire le proprie origini ancestrali.


L'aplogruppo I1, probabilmente l'unico indigeno europeo, indica popolazioni di cacciatori-raccoglitori che dopo essere usciti dai rifugi nei quali si erano stabiliti durante l'ultima grande glaciazione, col ritiro dei ghiacci si spostarono a Nord tra il Neolitico Superiore ed il Mesolitico (11.000 a.C.) ed è quindi un marcatore caratteristico delle popolazioni del Nord Europa e della Scandinavia. L'aplogruppo è quindi legato alle popolazioni germaniche che nascono dall'incontro nell'età del bronzo tra questi cacciatori-raccoglitori e gli indoeuropei R1b provenienti dalle steppe pontiche (2.800 a.C.) che possiamo riferire a quattro antiche popolazioni: Cimmeri, Cimbri, Celti e Teutoni. Da questo incontro nascono anche le lingue germaniche che ancora oggi conservano traccia in alcune parole del vecchio idioma non indoeuropeo originario dei cacciatori-raccoglitori dell'Europa del Neolitico, tra questi molti termini marinareschi e attinenti alla guerra (See, Schiff, Schwert, Schield)

Oggi l'aplogruppo I1 non è maggioritario neanche nel suo "core" tra Norvegia e Svezia, ma vista la sua tipicità è un ottimo indicatore per tracciare gli spostamenti in Europa delle popolazioni germaniche che hanno caratterizzato sostanzialmente due periodi il primo che noi chiamiamo "invasioni barbariche" che portò alla caduta dell'impero romano d'occidente ed il secondo che corrisponde all'espansione dei Vichinghi/Normanni nel IX-X secolo.

Un ottimo marcatore quindi che troviamo anche in Italia in particolare in tre zone della penisola: Alto-Adige e Friuli, qui si tratta però di aree di confine tra il mondo latino ed il mondo germanico, caratterizzate anche da bilinguismo e quindi la presenza di questo aplogruppo potrebbe essere dovuta ad una lenta stratificazione nel corso dei secoli; l'appennino centro-meridionale in corrispondenza della Langobardia Minor tra quelli che furono i ducati di Spoleto e di Benevento dove abbiamo un vero e proprio hot-spot del 15% tra l'Aquila, Avezzano e Sulmona, dovuto ai Longobardi; last but not least la Sicilia nord-occidentale (Palermo 15%) che come sappiamo da tempo ha una sua peculiarità genetica grazie ai Normanni di cui evidentemente è rimasta una forte traccia nella popolazione.

Come possiamo vedere l'aplogruppo non è particolarmente presente nell'Italia settentrionale a parte le due aree a Nord-Est già menzionate il che conferma per differenza come quelle aree abbiano una forte componente ancestrale celtica e non germanica evidenziato anche dal picco massimo dell'aplogruppo R-U152. L'importanza genetica delle tribù celtiche in Italia settentrionale è stata una delle prime ipotesi portate avanti da questo blog e sembra sempre più confermata anche nell'evoluzione delle risultanze scientifiche: Ipotesi sulla diffusione dell'aplogruppo R1b (Y-DNA) in Italia

sabato 15 aprile 2017

I Normanni una stirpe pan-europea

Norreni dal film russo Викинг, 2016
Attorno all'VIII secolo le popolazioni che vivevano all'estremo Nord dell'Europa, a causa dei cambiamenti climatici che provocarono inverni più rigidi ed un conseguente crollo della produzione agricola trovarono sempre più difficile soddisfare ai bisogni alimentari delle comunità che popolavano le brulle scogliere dei paesi scandinavi. Queste popolazioni di agricoltori e pastori che chiamavano loro stesse con l'etnonimo di Northmen, ovvero gli uomini del Nord, per sopravvivere alle circostanze avverse cominciarono ad esplorare il mondo circostante e a darsi alle scorrerie in cerca di fortuna e fama diventando abili navigatori ed in effetti corsari.

Il termine Vichinghi invece è più riferito al nome con cui alcune popolazioni oggetto delle razzie chiamavano questi uomini e trae origine dal norreno vikingr che significa la gente della baia, in effetti nel Sud della Norvegia esiste un toponimo Vikin che potrebbe essere il luogo da cui partirono le prime scorrerie. Vichinghi o Normanni che dir si voglia queste popolazioni ebbero nell'Alto Medioevo un ruolo molto importante nella formazione di molte nazioni europee, dalle Isole Britanniche, Ulster e Scozia, alla Normandia, all'Italia meridionale e la Sicilia, alla Russia, all'Estonia, all'Islanda, alla Groenlandia fino alle prime colonie fondate nelle province settentrionali del Canada che presero il nome di Vinland.

Questi uomini discendendo per i grandi fiumi navigabili dell'Europa orientale come il Dnepr costruirono delle rotte commerciali verso il Mar Nero e Bisanzio, dando vita ai primi regni slavi come il Rus' di Kiev, Rus è il nome con cui venivano chiamate queste popolazioni d'oltremare, termine che significava "i vogatori", dai vogatori norreni trae origine anche il nome Russia. Rjurik fu il capo vichingo che nel 862 prese il controllo della fortezza di Novgorod (norreno Holmgarðr) fondando poi il primo nucleo dello stato russo, e dando vita alla dinastia dei Rjurikidi e degli Zar di Russia.

Si dice che quando Rollo fu fatto Duca di Normandia dal re Carlo il Semplice nella cattedrale di Rouen nel 912, fu invitato a baciare i piedi al re di Francia, a quel punto Rollo esclamò "Ne se bi gots!" (No davvero per gli dei!) da quel momento i Norreni furono chiamati dai Franchi col nomignolo dispregiativo di Bigothi (*).
"Moult ont Franchois Normans laidis
Et de meffais et de mesdis.
Souvent lor dient reproviers,
Et claiment Bigos et Draschiers.
Souvent les ont meslez au Roi,
Souvent dient, Sire, pourquoi
Ne tollez la terre as Bigos?" (**)
"Et fut pris dedans un gentilhomme nommé Bigas, de nation Normande" (***)

Attorno all'820 i Normanni sono nel Mediterraneo e risalendo l'Arno saccheggiano Luni, che credono Roma, Pisa e arrivano fino a Fiesole dove distruggono l'Episcopio, e precedono di poco l'arrivo in quella città di San Donato da Fiesole Scoto (irlandese). In quell'occasione è possibile che come era loro abitudine alcuni di essi si siano fermati per fondare alcune colonie. Queste colonie possono essere rintracciate indagando per il toponimo Bigothi, Bigots, Bigas che era il termine con cui nei paesi occidentali chiamavano gli "uomini del Nord". Si trovano generalmente nei pressi di grandi fiumi navigabili le "autostrade" che i Norreni usavano  per penetrare all'interno dei territori nelle loro scorrerie. Per esempio abbiamo Bigas vicino a Viseu in Portogallo (fiume Douro) Bigots presso Saint-Blancard in Alta Garonna (fiume Garonna), Le Bigas in Dordogna (fiume Dordogna), Bigotti in provincia di Piacenza, Bigazzi vicino a Reggello (fiume Arno).

Nel IX secolo i Normanni furono chiamati dai feudatari Longobardi per risolvere una difficile questione geo-politica che si protraeva ormai da diverso tempo nell'Italia meridionale e che vedeva come principali protagonisti gli stessi Longobardi, i Bizantini e i Saraceni che con le loro incursioni contribuivano a rendere la situazione ancora più instabile. In quel momento i Normanni erano in Europa una vera e propria superpotenza militare, economica e culturale.

Ecco quindi che questo popolo di raminghi diventa il sostrato comune a tantissimi paesi europei da occidente ad oriente. Oggi con l'aiuto della genealogia genetica, una nuova branca della genealogia che usa le nuove tecnologie offerte dalla genetica per ripercorrere all'indietro le origini ancestrali delle persone, noi possiamo rintracciare le firme genetiche caratteristiche di questa popolazione, firme genetiche che ritroviamo in molti paesi europei. Queste ricerche per stabilire le origini ancestrali prendono in esame il cromosoma Y del genoma umano, che ha la particolare caratteristica di trasmettersi di padre in figlio praticamente identico attraverso le generazioni. Questo metodo è stato anche utilizzato dal RIS dei Carabinieri in alcune recenti indagini che hanno avuto un grande rilievo nei media.

Il primo studio del DNA sui discendenti dei Normanni ha evidenziato come l'aplogruppo R1b sia il più frequente. Degli 89 uomini che hanno partecipato allo studio 52 sono risultati appartenenti all'aplogruppo R1b, un aplogruppo indoeuropeo originato nelle steppe pontiche a Nord del Mar Nero che è oggi il maggiore aplogruppo maschile dell'Europa occidentale. Un precedente studio analizza la diffusione del DNA portato nelle isole britanniche con la conquista normanna del 1066. L'autore dello studio è Michael R. Maglio: "A Y-Chromosome Signature of Polygyny in Norman England". Pur non essendo in grado di trovare discendenti diretti di Guglielmo il Conquistatore, è stata fatta un'analisi comparata su cognomi di chiara e indubbia origine normanna e una successiva riduzione del campione filtrando i risultati con i 12 marker più lenti (metodo Zhivotovsky, 2004). Il risultato è il cosiddetto William the Conqueror Modal Haplotype (WCMH a 37 markers) ovvero: 13 - 24 - 14 - 11 - 11 - 14 - 12 - 12 - 12 - 13 - 13 - 29 - 17 - 9 - 10 - 11 - 11 - 25 - 15 - 19 - 29 - 15 - 15 - 17 - 17 - 11 - 11 - 19 - 23 - 15 - 15 - 17 - 17 - 36 - 37 - 12 - 12. La sequenza degli STR è quella secondo lo standard di FTDNA. Questo modale sembrerebbe una sotto-categoria dell'R-P312. La distanza genetica (GD) tra questo modale ed il modale de partecipanti al progetto L21+ di FTDNA è di soli 4 step, quindi direi che possiamo affermare con una ragionevole certezza che il Conquistatore appartenesse all'aplogruppo R-L21 Y-DNA. Nel progetto sono inclusi due membri con origini ancestrali siciliane, dei due uno presenta una GD=3 (25 markers) e l'altro una GD=12 (37 markers).


DYS393

DYS390

DYS19

DYS391

DYS385a

DYS385b

DYS426

DYS388

DYS439

DYS389i

DYS392

DYS389ii

13

24

14

11

11

14

12

12

12

13

13

29



DYS458

DYS459a

DYS459b

DYS455

DYS454

DYS447

DYS437

DYS448

DYS449

DYS464a

DYS464b

DYS464c

DYS464d

17

9

10

11

11

25

15

19

29

15

15

17

17



DYS460

Y-GATA-H4

YCAIIa

YCAIIb

DYS456

DYS607

DYS576

DYS570

CDYa

CDYb

DYS442

DYS438

11

11

19

23

15

15

17

17

36

37

12

12

In base a questo studio è stato possibile realizzare un super-cluster di individui i cui lineaggi paterni puntano al modale del Conquistatore. Tra le persone famose di cui si conosce il DNA, lo Zar Nicola II Romanov mostra una GD=4 dal modale considerando i 16 marker confrontabili, il che fa pensare che anche lo Zar fosse di origine ancestrale norrena.

Y-DNA super-cluster normanno R1b


(*) Vetus Chronicon tom. 3. Hist. Franc. de Rollone primo Normannorum Duce
(**) Robert Wace, Le Roman de Vacces ou de Rou MS
(***) Chroniques d'Enguerrand de Monstrelet

domenica 2 aprile 2017

Museo degli Uffizi: l'Allegoria Sacra di Giovanni Bellini, interpretazione

Leggendo un'interpretazione di Vittorio Sgarbi dell'Allegoria Sacra di Giovanni Bellini conservata al Museo degli Uffizi mi si è accesa la lampadina ed ecco la mia versione che ne approfondisce alcuni aspetti.



La terrazza, inserita in un contesto naturale caratterizzato da ripidi balzi, si affaccia su un lago e ricorda il sacrario degli antichi Germani ad Eksternsteine dove sembra che sorgesse l'albero sacro dei Sassoni abbattuto da Carlo Magno, al centro della scena vi è infatti l'Irminsul (Axis Mundi). Un bambin Gesù scuote il tronco dell'albero per farne cadere i frutti, tre pomi d'oro che vengono raccolti dai tre figli legittimi di Carlo Magno e Ildegarda nei quali sarebbe stato diviso il Sacro Romano Impero alla morte dell'imperatore, sulla destra i due santi sono San Sebastiano (trafitto dalle frecce) e Sant'Antimo di Nicomedia le cui reliquie furono regalate da papa Adriano I, appoggiato alla balaustra, a Carlo Magno. Fuori dal recinto l'imperatore col mantello rosso brandisce la spada e impugna lo scettro del Sacro Romano Impero allontanando dalla scena un orientale a ricordare le guerre dei Franchi contro i mori, accanto ma al di qua del recinto la moglie di Carlo Magno, Ildegarda prega la Sacra Vergine protetta da un baldacchino, accanto una figura femminile levitata dal pavimento, forse una ninfa, Europa?

domenica 19 febbraio 2017

Etnogenesi delle tribù germaniche: gli Herninones

Col nome di Herminones o Irminones (greco antico: Ἑρμίονες) Tacito identifica una delle tre macro-tribù in cui si dividevano i Germani nella sua opera etnografica Germania (98 d.C.).
"Con canti di antica tradizione (questo è l'unico tipo di tradizione da loro coltivato), i Germani celebrano il dio Tuistone, affermando che nacque dalla terra. A Tuistone attribuiscono un figlio, Manno, considerato il capostipite della stirpe, primo ordinatore della società. A Manno, poi, assegnano tre figli, dai cui nomi derivano quelli degli Ingaevoni, che abitano la regione più vicina all'Oceano, degli Herminoni, nella parte centrale, degli Istevoni, nel resto." Tacito, Germania, 2.2
Anche Plinio nella Storia Naturale (4.100) menziona gli Herminones annoverandone nel gruppo  i Suebi, gli Hermunduri, i Chatti e i Cherusci.

La storiografia moderna identifica questi Herminoni con il gruppo delle tribù germaniche che anticamente abitavano il bacino fluviale del grande fiume Elba, quindi nella parte più interna della Germania Magna. A queste tribù appartenevano gli Hermunduri, i Chatti, i Cherusci, i Suebi, i Marcomanni, i Quadi, i Semnoni che furono il primo nucleo della confederazione degli Alamanni e infine i Sassoni e i Longobardi. Come per le altre due macro-tribù anche gli Herminones deriverebbero da un mitico dio Irmin, da cui deriva il nome, la cui reincarnazione fu quell'Arminio dei Cherusci che, educato a Roma, fu l'artefice dell'annientamento di tre legioni romane al comando di Varo nella foresta di Teutoburgo e che avrebbe per sempre modificato i destini d'Europa. Irmin, Hermann e Arminio sono tutte varianti dello stesso nome da cui deriverebbe anche il celtico Eremon e Ariomannus, l'indo-europeo Aryaman e l'iranico Airyaman.



Questa divisione ricalca anche quella linguistica che raggruppa queste tribù nell'area dei dialetti appartenenti al germanico occidentale ancestrale all'antico alto tedesco e quindi al tedesco moderno standard (Hoch Deutsch).

Gli Herminones, con gli Ingaevones e gli Istaevones erano uno dei tre gruppi in cui si dividevano i Germani occidentali. La numerologia del tre rivestiva una grande importanza presso queste popolazioni basti pensare che essi non contavano come noi di dieci in dieci ma di dodici in dodici. Di questo antico modo di contare rimane traccia nel tedesco moderno dove elf indica adesso l'undici quando anticamente esprimeva il dieci e il ten, tien o zehn esprimeva il dodici e lo zwolf l'undici, i numeri composti cominciano solo col drei-zehn, vier-zehn, etc. Ecco perché se leggiamo i codici altomedievali del periodo le ammende per i reati vengono calcolate in multipli di dodici, per esempio per i Longobardi il termine legale per applicare una sentenza era di dodici notti.




sabato 11 febbraio 2017

Uno studio genetico rivela che lo Yorkshire è la regione più anglo-sassone del Regno Unito

Il sito web genealogico Ancestry rivela che la contea di David Hockney e Barbara Hepsworth è per il 41% anglo-sassone mentre la media nazionale è del 37%.

West-Yorkshire, panorama

Secondo uno studio sul DNA gli abitanti dello Yorkshire hanno un retaggio anglo-sassone maggiore di qualsiasi altra regione del Regno Unito.

Il 41% degli abitanti della regione che ha dato i natali ad Alan Bennett, David Hockney, Barbara Hepworth e Guy Fawkes hanno un lignaggio ancestrale anglosassone mentre la media nazionale è del 37%.

Il sito di genealogia genetica Ancestry ha analizzato i dati di più di 15.000 campioni di saliva inviati dalle persone utilizzando il kit domestico per l'esame del DNA. Dal test si ricava la composizione etnica media degli abitanti del Regno Unito e i paesi e/o le regioni di origine ancestrale fino ad oltre cinquecento anni fa.

Lo studio ha determinato che in media un cittadino residente nel Regno Unito è per 36,94% di origine ancestrale anglo-sassone, per il 21,59% irlandese, per il 19,91% europeo occidentale (francese o tedesco). Nella media dei residenti nel Regno Unito il 9,20% viene dalla Scandinavia, il 3,05% dalla Spagna e dal Portogallo, l'1,98% dall'Italia e dalla Grecia.

Non sorprende che Londra, spesso considerata una delle città più cosmopolite del mondo, è la regione con più varianza etnica. Il cittadino medio londinese ha la più alta varianza ancestrale da 17 delle 26 regioni prese in considerazione. Le 26 aree di provenienza includono il Nord Africa, il Medio Oriente, la Polinesia, il Caucaso e la Scandinavia.

Brad Argent, di AncestryDNA, ha detto: “In un momento nel quale l'idea di un'identità britannica è portata avanti da scuole di pensiero, è interessante notare che se esaminiamo il retaggio ancestrale siamo meno britannici o irlandesi di quanto si potrebbe pensare. Il Regno Unito è stato un crogiolo di gruppi etnici e culturali non solo da poche generazioni ma da secoli, e i nostri dati genetici forniscono un colpo d'occhio sui nostri ancestori, comprese informazioni sull'immigrazione e sull'emigrazione.

Le Midlands orientali sono quelle che hanno un'origine ancestrale scandinava più alta (10,37%) e la più alta componente dall'Europa orientale (2,47%), mentre la parte orientale dell'Inghilterra è quella che ha la più alta incidenza di retaggio ancestrale italiano/greco (2,53%), dall'Europa occidentale, Francia e Germania (22,52%) e dalla Spagna e Portogallo (3,43%).

Per quanto riguarda la sola Inghilterra, il nord-est è la casa delle persone che hanno la più alta percentuale di origine irlandese ovvero celtica (27,58%). Ma la percentuale è segnatamente più alta in Scozia (43,84%), Galles (31,99%) e Irlanda del Nord (48,49%).

Fonte: TheGuardian, 28 luglio 2016

sabato 21 gennaio 2017

Breve storia dei Sassoni d'Italia


Nel II secolo della cosiddetta era volgare, tra le varie tribù della Germania Magna che occupavano il basso corso dell'Elba si andò affermando sempre di più quella dei Sassoni il cui etnonimo deriva dalla parola Seax: il lungo coltello tuttofare che gli uomini portavano sempre attaccato alla cintola. Germani dell'Elba come loro (Herminones secondo Tacito), sarà proprio con i Sassoni, che i latini chiamavano Saxones, che i Longobardi strinsero i rapporti più stretti tanto che Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum definisce i Sassoni "amici vetuli Alboini". Non deve quindi stupire trovare ventimila Sassoni che, con le loro donne ed i loro bambini, il giorno di Pasqua del 568 si preparano sul piano pannonico a partire al fianco dei Longobardi per intraprendere la vittoriosa avventura italiana condotta da Alboino.

Dalla Historia sappiamo anche che i Sassoni migrarono in massa dalle loro terre: il conseguente spostamento di altre tribù suebiche negli stessi luoghi lascerebbe infatti supporre che come era norma presso questi popoli tutti i Sassoni partirono.

Nel terzo libro della Historia si torna a parlare diffusamente dei Sassoni a cominciare dalla loro incursione in Alta Provenza dove si accamparono presso la città di Riez mettendo a soqquadro la campagna circostante cominciando a razziare, come era nel loro costume, tutto quello che potevano. Almeno fino a quando non intervenne in modo energico il generale gallo-romano Ennio Mummolo al servizio del re merovingio Gontrano (532-592). La battaglia andò avanti con scaramucce per tutto il giorno e fino alla notte. Il giorno dopo i Sassoni schierarono l'esercito ma si giunse ad evitare lo scontro con i Franchi a patto che si concludesse la scorreria e si ritornasse in Italia.

Tornati quindi in Italia i Sassoni non vollero adattarsi a vivere secondo il costume longobardo anche perché questo li avrebbe costretti a perdere il nome e ad essere assimilati dai Longobardi come accadde per i Gepidi in Pannonia prima e per gli Ostrogoti in Italia dopo. Raccolte le loro cose e le loro famiglie i Sassoni che non vollero sottomettersi agli usi dei Longobardi ripresero la via del paese dei Franchi. Giunti in Gallia si divisero in due tronconi, il primo si stabilì a Nizza, l'altro ripercorse lo stesso tragitto della precedente scorreria e si ritrovò nuovamente davanti a Mummolo presso il Rodano. Questa volta i Sassoni avendo le famiglie al seguito decisero di evitare lo scontro e pagarono un tributo per il passaggio del fiume e per tornare nella loro terra ancestrale nel Nord della Germania. Ma il ritorno non fu facile perché queste terre erano state nel frattempo occupate da altre tribù suebiche. Inutili furono tutti i tentativi di risolvere la questione ed alla fine si giunse allo scontro finale con la loro sconfitta e la loro assimilazione agli Svevi. Da quel momento non possiamo più parlare di un vero e proprio regno Sassone nell'area compresa tra i fiumi Weser, Eider e Elba, gli storici collocano questa data al 573 quindi appena cinque anni dopo la loro partenza per l'Italia con Alboino.

Questi passi di Paolo Diacono coincidono con la Storia dei Franchi di Gregorio di Tours; poi la Historia non nomina più i Sassoni, ma dalle sue righe si evincono alcune caratteristiche importanti di questo popolo come per esempio la loro abilità nella lavorazione dei metalli e nell'oreficeria. Erano infatti riusciti a dorare il rame ed a rivenderlo ai gallo-romani spacciandolo per oro, quindi truffandoli. Inoltre si parla della loro abitudine, peraltro comune ad altri popoli germanici, di non tagliarsi i capelli e la barba prima di aver ucciso un nemico in battaglia.

Per questo è opinione comune presso gli storici che di questi Sassoni che parteciparono alla conquista dell'Italia nel nostro paese non ne fosse rimasta traccia. Eppure sono tanti gli indizi che rimandano ad una presenza Sassone in Italia ed in Toscana in particolare. Se è vero che noi sappiamo poco di questi sassoni d'Italia e anche vero che sappiamo invece tanto dei Sassoni che migrarono nel V secolo nelle Isole britanniche, Una grande mole di documenti che ci da informazioni sull'onomastica, la toponomastica, gli usi e i costumi di questo popolo che non dovrebbe essere troppo dissimile dai loro omologhi italiani. Fondamentale in questo senso il Domesday Book con il censimento di tutte le proprietà fondiarie d'Inghilterra dopo la conquista normanna del 1066. La raccolta di tutti i nomi di origine sassone è contenuto nell'Onomasticon Saxonicum.

Tipico dei Sassoni era il ricorso all'antroponimico, ovvero il ricorso a denominare un luogo secondo il nome del fondatore dell'insediamento, argomento al quale ho già dedicato un post in questo blog per chi voglia approfondire la materia: Toponomastica anglo-sassone di base. In questo modo è possibile incrociare alcuni nomi di chiara origine sassone con i toponimi presenti in alcune parti d'Italia. Alcuni di questi si trovano nel Valdarno Superiore, per esempio in Dudda, antroponimico dal soprannome sassone Dudda che significa rotondo, in Bigazzi antroponimico dal soprannome sassone Biga che significa grosso attraverso la latinizzazione col suffisso genitivo -tius tipico dei nomi di origine barbarica, a Vallombrosa fu abate un Bigatius, in Certignano antroponimico da Cerdic attraverso la classica rotazione consonantica d > t e l'aggiunta del suffisso prediale latino -anus. La presenza dei suffissi latini non deve stupire più di tanto, il latino era considerata una lingua prestigiosa per cui aggiungerla al proprio nome dava lustro alla schiatta. Altro toponimo che questa volta deriva da un toponimo sassone questa volta legato alle caratteristiche morfologiche del terreno è La Penna dalla parola antica sassone penn che significa salto, balzo, rupe. Il toponimo Penn è presente in Inghilterra.



Dalle pagine di Paolo Diacono, dove si parla della trattativa tra i Sassoni e gli Svevi per il rientro nelle proprie terre nel Nord della Germania come nazione autonoma, si fa riferimento alla divisione in terzi, questo punto a prima vista di secondo piano è invece un tratto importante delle culture celto-germaniche. Tre infatti era il numero perfetto e quindi non si contava come facciamo noi in decine ma in dozzine ovvero in multipli di tre. Sarà solo con la conversione al cristianesimo che questi popoli cambiarono il modo di contare. Ecco perché questi popoli quando devono spartirsi un territorio lo dividono sempre in tre, perché così fatto è perfetto: Westfalii, Ostfalii ed Engri; Ostrogoti, Visigoti e Gepidi; Essex, Sussex e Wessex; Ostanglia, Northumbria e Mercia; a questo schema non sfuggono neanche i Longobardi quando dividono il Nord Italia in Neustria, Austria e Tuscia. Ecco perché nei documenti di questo periodo troviamo numeri che non sono "pari" ma sono multipli di tre per esempio presso i Longobardi il tempo per l'esecuzione di una sentenza era di dodici notti. Di questo rimane traccia anche nella numerazione del tedesco moderno dove l'undici (elf) anticamente denotava il dieci e il ten, tien, zehn era il dodici e zwolf l'undici; i numeri composti con le decine cominciano solo col drei-zehn, vier-zehn, etc.

La numerologia del tre si ritrova anche nella divisione delle classi sociali delle popolazioni celto-germaniche che vede la società suddivisa in tre caste: la casta sacerdotale a cui appartenevano anche i nobili, la casta degli arimanni ovvero dei guerrieri uomini liberi e la casta dei lavoratori della terra dipendenti e non liberi. I nobili ovvero quelle persone a cui veniva attribuita un'origine divina presso i Sassoni si chiamavano Edelingi termine molto simile a quello dei nobili Longobardi Adelingi.

Come i Longobardi i Sassoni erano dediti al culto arboreo rappresentato dall'Irminsul, l'albero sacro dei Sassoni che era situato presso la "Stonehenge" dei Germani nella foresta di Teutoburgo in una località caratterizzata da particolarissime formazioni rocciose denominata Eksternsteine il cui nome significa "roccia delle gazze" (rupes picarum). Per questo motivo non è raro trovare negli armoriali delle famiglie di origine sassone la raffigurazione di un albero talvolta sostituito da una croce.



Rupes picarum - Hamelmann (1564) 

Il vescovo Bonifacio abbatte un albero
sacro in Assia, Bernhard Rode, 1781

Nell'anno 772 Carlo Magno, stanco delle continue scorrerie dei Sassoni a danno delle istituzioni cristiane, ruppe gli indugi e mosse guerra contro di loro. Il Casus belli fu il saccheggio e l'incendio della chiesa di Deventer. L'atto simbolico più eclatante di queste operazioni militari fu l'abbattimento dell'albero sacro di Irminsul ad Eresburg, il pilastro che secondo la tradizione mitologica germanica sosteneva la volta del cielo.
Con questo atto Carlo Magno voleva sottintendere la forza della fede cristiana che abbatte le antiche tradizioni pagane ormai superate. Le guerre sassoni, possono essere infatti considerate delle vere e proprie guerre di religione tra due visioni del mondo. Da una parte Carlo Magno che vedeva nella cristianizzazione e nell'istituzione di un organismo di governo sovranazionale una sorta di ricostituzione dell'impero romano in salsa germanica. Dall'altra gli altri popoli germanici che non volevano rinunciare alle proprie tradizioni culturali, ai loro miti pagani ma soprattutto alla loro indipendenza e autonomia dal potere centrale. (dal post Irminsul: il pilastro del mondo su questo blog)

E tuttavia, come abbiamo visto, probabilmente il simbolo della colonna cosmica è sopravvissuto all’atto estremo del sovrano. La tradizione è riuscita a conservare l’asse del mondo, mettendola nelle mani di re ed imperatori. Quante volte l’abbiamo guardata, questa Irminsul, mentre studiavamo un antico disegno, una scultura medievale, una pittura, la miniatura di un manoscritto, senza nemmeno poterla riconoscere? Eppure i monarchi francesi ne fecero il primo segno della regalità: il giglio di Francia. (dal post Externsteine: Carlo Magno e Irminsul)

In effetti dopo la cristianizzazione il culto arboreo dell'Irminsul rimase presente in molte opere a testimonianza di quanto gli artisti conoscessero la sua importanza nel culto popolare. Due esempi eclatanti qui a Firenze sono l'albero della vita di Taddeo Gaddi nel Cenacolo di Santa Croce da cui si evince quasi una sovrapposizione semantica tra la croce e l'albero sacro degli Herminones ovvero il pilastro del mondo. Nell' Allegoria sacra di Giovanni Bellini conservata agli Uffizi l'enigmatica scena al centro della quale compare l'albero della vita è inserita in un contesto rupestre sulle sponde di un lago che richiama il santuario dei pagani a Externsteine. Sulla sinistra si scorge un Carlo Magno dal mantello rosso che con una mano brandisce la spada e allontana un moro che esce dalla scena e con l'altra impugna lo scettro del Sacro Romano Impero.

Cenacolo di Santa Croce
L'albero della vita di Taddeo Gaddi

Allegoria sacra di Giovanni Bellini
Galleria degli Uffizi - Firenze

L'evoluzione grafica del Fleur de Lis
partirebbe dal simbolo dell'Irminsul





Fonti:
Paolo Diacono, Historia Langobardorum
Gregorio di Tours, Storia dei Franchi
Onomasticon Anglo-Saxonicum, A list of Anglo-Saxon proper name from the time of Beda to that of King John, Cambridge University Press, 1897
Filippo Moisé, Storia dei dominii stranieri in Italia dalla caduta dell' impero romano in occidente fino ai nostri giorni, volume III, Batelli e compagni Firenze 1840



mercoledì 18 gennaio 2017

L'indovinello 68 del Libro di Exeter in inglese antico



Testo originale in inglese antico:

Ic eom wunderlicu wiht wræsne mine stefne ·
hwilum beorce swa hund · hwilū blæte swa gat ·
hwilum græde swa gōs · hwilū gielle swa hafoc ·
hwilū ic onhyrge þone haswan earn
guðfugles hleoþor · hwilum glidan reorde
muþe gemæne · hwilum mæwes song
þær ic glado sitte · ᚷ · mec nemnað
swylce · ᚫ · ⁊ · ᚱ · ᚩ · fullesteð
· ᚻ · ⁊ · ᛁ · nu ic haten eom
swa þa siex stafas sweotule becnaþ


Traduzione in italiano:

Io sono una cosa meravigliosa; io vario la mia voce:
Abbaio come un cane, belo come una capra,
Starnazzo come un'oca, strillo come un falco;
Mi atteggio come l'aquila, quella grigia, il grido
dell'uccello che combatte, talvolta la voce del nibbio
è familiare alla mia bocca, o la canzone del gabbiano,
dove siedo felice. REGALO è il mio nome,
QUERCIA e CAVALCARE e se gli DEI vogliono,
SALUTO e GHIACCIO. Adesso avete il mio nome,
come quelle sei lettere presagiscono chiaramente.

Nella traduzione le rune (un alfabeto magico) compongono la parola GAROHI che è l'anagramma di HIGORA, cioé la GAZZA animale sacro per i Sassoni e Longobardi di cui abbiamo parlato nel post La gazza: storia, folklore e superstizione


domenica 8 gennaio 2017

La Fonte della Fata Morgana (Mòrrigan) presso Grassina

La Fonte in stile manierista fu eretta da Bernardo Vecchietti nel parco della sua villa "Il Riposo" tra il 1571 ed il 1574, il piccolo edificio si sviluppa come una quinta teatrale con due prospetti contigui. L'ingresso e le finestre sono in pietra alberese con timpani a conci sbozzati a rustico, che contrastano con la superficie delle pareti intonacate e graffite con effetto a mattoncini, Sulla sinistra si trova un tabernacolo cinquecentesco in pietra serena, a destra si aprono tre arcate con iscrizioni e dediche. All'interno in una nicchia vi era la statua della Fata Morgana del Giambologna che per molti secoli è stata creduta perduta per sempre, la fontana è costituita da una conca in pietra sostenuta da un basamento grezzo che ricorda le estremità di una melusina, Due portali simmetrici completano la scenografia: da quello di sinistra si accede, tramite una scala, ad alcuni piccoli ambienti.





Come anticipato per molti secoli la statua della Fata Morgana del Giambologna era stata data per dispersa, Senonché qualche anno fa eccola riapparire in Inghilterra ad un'asta di arredi per giardini nello Herefordshire nel 1989, ecco come il quotidiano La Repubblica del 28/10/1989 riporta l'evento:

Non era Venere ma la Fata Morgana.
La notizia circolava già da un po' di tempo. Fra conferme, smentite e spiegabilissime reticenze. Ora è ufficiale. Il 12 settembre scorso, Wrothan Park nell' Hertfordshire, dove la Christie' s South Kensington esponeva i lotti di un' asta di arredi da giardino, diventò per un pomeriggio il centro del mondo artistico inglese, tra cui spiccavano alcuni personaggi. Tim Clifford, il dinamico direttore delle Gallerie Nazionali Scozzesi, Cyril Humphries uno dei più noti esperti e mercanti di scultura del mondo, Alex Wengraf mercante specializzato in dipinti tedeschi e fiamminghi di alta epoca e sua moglie Pat, giovane e aggressiva mercante di scultura. Ovviamente nessuno di questi personaggi si era precipitato nello Hertfordshire perché spinto dalla necessità di arredare un ipotetico giardino. Tutti, più o meno di nascosto l' uno dall' altro, si aggiravano intorno al lotto 232, cercando di esaminarlo senza farsi notare. Il lotto 232 così era descritto nel catalogo: Mezzo busto di Venere marina in marmo bianco del XVIII secolo, la testa voltata a sinistra, con in mano una conchiglia, alta 99 centimentri. Stima dalle 3 alle 4 mila sterline. Moltissimo per una statua da giardino ma niente per un Giambologna. Infatti, sotto la falsa identità della Venere Marina, si nascondeva quella della Fata Morgana del grande scultore del ' 500. Iniziata la competizione la lotta è stata all' ultimo sangue. A vincere è stato Alex Wengraf che ha acquistato il Giambologna per sua moglie Pat, al prezzo di 650 mila sterline. Pat e Alec hanno un giardino dietro la loro casa di Londra, un po' lontano dal centro. Anzi il giardino si vede bene dalla camera da pranzo dove si offrono cene squisite con vini francesi ad altissimo livello. Pat non è solo una grande esperta di scultura, è anche una gran cuoca. Ma non credo che la Fata Morgana resterà a lungo in casa Wengraf. Prenderà altre strade. Anche perché in fondo è stato un investimento di un miliardo e seicento milioni. Pat per ora è la proprietaria dell' unica scultura in marmo di Giambologna, oltre al Sansone del Victoria and Albert, esistente fuori dall' Italia. La Fata Morgana era scomparsa dal 1773, quando risultava proprietà del pittore Thomas Patch. L' attuale venditore è rimasto sconosciuto: uno dei milioni di inglesi con giardinetto più o meno grande con sculture più o meno di buon gusto. Di pietra come la Fata è rimasto l' esperto di scultura di Christie' s, che ora contesta l' attribuzione. Ma non è tutto. Di Giambologna manca all' appello la Galatea, l' altra statua di marmo di cui si sono perdute le tracce. I giardinetti inglesi non avranno più pace.


Ma chi era Morgana? Morgana o meglio Mòrrigan era la principale divinità dei Celti il cui culto è attestato fin dall'età del bronzo. Una e trina, la "dea grande" racchiudeva in sé molti significati che, nell'ambito di una società votata alla guerra, ne mettevano in risalto gli aspetti legati alla morte sul campo di battaglia e al destino del guerriero come avviene con le tre streghe nel dramma Macbeth di Shakespeare.  In realtà la dea va oltre questi stereotipi rappresentando tutto il cerchio della vita e i cicli di nascita. morte, resurrezione, Quindi dea madre e della fertilità ma anche dea delle acque e dei fiumi riprendendo l'ancestrale Danu dalla radice proto-indoeuropea *Deh2nu- (scorrere) da cui inomi dei fiumi Don e Danubio. La dea può anche offrire ai grandi monarchi il potere di governare. Il Triskell il simbolo celtico delle tre dee ben rappresenta la sintesi di questi concetti.

Hai, Mòrrigan


sabato 7 gennaio 2017

Le streghe di Larzac e l'etimologia della parola bocca

Sono trascorsi quattro anni da quando ho dato vita a questo blog. In questi quattro anni, con l'aiuto del metodo comparativo ho cercato di ricostruire la lingua dei Longobardi, so che non sono il solo perché oggi glosse longobarde si trovano abbastanza di frequente sul web riferite a dialetti locali, credo che sia partito un movimento culturale di tipo nuovo legato alla diffusione della cultura in rete. Vorrei chiamare questo movimento di decriptazione della lingua longobarda #grabworf: una parola longobarda contenuta nell'Editto di Rothari che significava "saltato fuori dalla tomba" e che ben si presta a cogliere il più profondo significato di questa esperienza collaborativa in rete. Resuscitare la lingua longobarda, ma anche il gallico riscoprendo i dialetti prima che questi scompaiano per sempre.

Fatta questa breve ma importante premessa posso cominciare il quinto anno di vita del blog partendo dall'etimologia della parola "bocca". Bocca è infatti una parola che mi ha sempre intrigato perché non ho mai trovato convincente l'origine dal latino volgare bucca (guancia) e poi successivamente bocca in quanto la parola è troppo diversa dall'origine classica secondo lo schema mainstream os > bucca > bocca, si tratta di un ottimo esempio per negare la continuità linguistica tra il latino classico ed il volgare italiano. Questo etimo va invece collegato al concetto di cavità, infatti si parla di cavità orale, quindi l'etimo è da legare a quello di buca la cui origine è celto-germanica: provenzale bucs (ventre), catalano buc, spagnolo buque e portoghese (capacità ossia cavità di un vascello), antico francese buc che vale alveare. Da una radicale celto-germanica buc, bug avente il senso di cosa curva, incavata e che riscontrasi nel proto-germanico *būka-, *būkaz, nell'antico alto tedesco būh, pūh, medio alto tedesco būch, antico norreno būkr, antico frisone būk, tedesco moderno bauch, ventre, il tronco del corpo. Il tutto probabilmente da una radice proto-indoeuropea *bʰōw- che sta per gonfiarsi da cui deriva anche il gallico bocca, boca che è la vera origine del nostro etimo.



Ma vediamo più da vicino questa origine celtica dell'etimo bocca. Le tavolette di Larzac sono state trovate nel 1983 nel comune di L'Hospitalet-du-Larzac, Aveyron nel Sud della Francia, Sono due tavolette di piombo scritte sul fronte e sul verso in corsivo romano e con più di mille lettere e 170 parole sono la più importante e ricca testimonianza in lingua gallica, il reperto risale al 100 d.C. Si tratta di un rituale magico pagano che riguarda il "mondo delle donne". È stato scritto da due mani differenti. Il primo testo sembra mettere in scena una lotta tra streghe. La riutilizzazione della lamina sembra avere voluto beneficiare della forza magica del testo precedente, ma la seconda mano sembrerebbe essere meno latinizzata della prima.Sulla fronte della tavoletta contraddistinta come 2a vi è il cosiddetto silenziamento che fa parte dell'incantesimo che contiene la parola bocca "a senit conectoṣ onda bocca nene / rionti onda boca net" la cui traduzione secondo Bernard Mees sarebbe: "Siccome ella tiene le loro bocche chiuse, così le loro bocche non potranno sentenziare su alcuno"  Ma ecco la trascrizione del testo gallico
1a: 
insinde · se · bnanom bricto[m i]
n eíanom · anuana sanander[…]
na · brictom · uidluias uidlu[…]
tigontias · so · adsags·ona · seue[rim]
tertionicnim · lidssatim liciatim
eianom · uoduiuoderce · lunget
utonid ponc · nitixsintor si[es]
duscelinatia in[ei ]anon anuan[a]
esi · andernados brictom · bano[na]
flatucias · paulla dona potiti[us]
iaia · duxtir · adiegias poti[ta m]
atir paullias · seuera du[xtir]
ualentos dona paullius
adiega · matir · aiías
potita dona primus i[…]
abesias

1b: 
etic epotiniosco·et[ic]
ruficna casta dona b[…]
nonus co etic diligenti soc[…]
ulatio·nicn om aucitionim[…]
aterem potiti ulatucia mat[…]
banonias ne · incitas · biontutu in
das mnas ueronadas brictas lissinau[e]
seuerim licinaue · tertioni[cnim]
eíabi tiopritom biietutu semit[…]
ratet seuera tertionicna […]du[…]
 ne incitas biontutus…
 anatia nepi anda…
[…]ad incorsonda b…
[…]·pi·lu dore con.s…
incarata

2a: 
[…]a · senit conectos[…]
[…]onda bocca nene.[…]
[…].rionti onda boca ne[…]
.on barnaunom ponc nit
ixsintor sies eianepian
digs ne lisatim ne licia
tim · ne rodatim · biont
utu semnanom sagitiont
ias seuerim lissatim licia
tim anandognam acolut[…]
utanit andognam a[…]
da bocca[…]
diomine[…]
2b: 
secunda manus:
aia […] cicena[…]
nitianncobuedlidat[…]
iasuolsonponne
antumnos · nepon
nescliciata neosuode
neiauodercos · nepon ·
prima manus:
su… biiontutu se mn
anom adsaxs.nadoc[…]
suet petidsiont sies
peti sagitiontias seu
[er]im tertio lissatim[…]
[…]s anandogna[…]
[…]ictontias.[…]
Traduzione che segue l’interpretazione di P.-Y. Lambert :
1a, 1-7 : « Manda il sortilegio di queste donne contro i loro nomi (che sono) qui sotto; quello (è) un incantesimo di strega che strega delle streghe. O Adsagsona, guarda due volte Severa Tertionicna, la loro strega di filo (che lega?) e la loro strega di scrittura (che scrive?), che ella rilasci colui che loro avranno colpito con una defixio ; con un maleficio contro i loro nomi, effettua l’incantesimo del gruppo qui sotto [+ una dozzina di nomi femminil]. »
1b, 6-7 : « che queste donne qui sotto nominate, stregate, siano per lui ridotte all’impotenza »
2a, 3-10 : « ogni uomo che abbia la funzione di giudice, che avessero colpito con una defixio, che lei (Severa Tertionicna) annulli la defixio da questo uomo; che non possa esserci alcuna strega per mezzo della scrittura, strega che lega, strega che dona, fra le donne, che chiedono Severa, la strega per la scrittura, la strega per mezzo di filo, la straniera. »

Fonti:

Bernard Mess, The women of Larzac
L'Arbre Celtique, Plomb du Larzac
Vocabolario etimologico Pianigiani, etimo di "buco"
Dr. David Stifter Old Celtic Languages Sommersemester 2008, Gallo-Latin inscriptions

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